Viva l’Italia perché? Viva quale Italia? Non questa che s’affanna a far festa e a sventolare bandiere dalle finestre, a celebrare notti bianche e tricolori, lo struscio fino all’alba, tutti fratelli d’Italia, i neofascisti, la sinistra rispettosa, i giullari del Cavaliere, tutti patrioti, tutti devoti che tanto il giorno dopo si ricomincia a far finta di nulla.
Non mi piace questa Italia da notti del mundial che fa festa come quando si vince con un rigore all’ultimo minuto contro la squadretta africana, che si tinge la faccia di bianco rosso e verde, che scatta le foto col telefonino alla processione dei ministri sui gradini dell’altare della patria, che canta con la mano sul cuore l’inno di Mameli, l’Italia s’è desta, viva Del Piero, viva Garibaldi, domani è festa, quattro giorni di ponte, alè! ma poi se ne fotte che il proprio paese sia ormai lo zimbello del mondo civile, che fuori dalle nostre frontiere siamo ridotti a una barzelletta, a un ossimoro di provincia, alle comparsate di un primo ministro gaudente e coatto che va in giro per il mondo con il cerotto extralarge per far sapere quanti torbidi comunisti ci sono ancora in patria.
L’unico modo per dire viva l’Italia sarebbe quello di liberarla da questa caricatura di oligarchi che fingono di governare. Di fronte a cinquantamila morti in Giappone, la Mongolia ha inviato trecento soldati, l’America tre portaerei e l’Italia due pompieri mentre la Farnesina metteva subito fuori un proprio comunicato ufficiale vergato a mano dal signor ministro, due pompieri, poffarbacco, e un Falcon pieno d’aspirine e la nostra immensa, caritatevole solidarietà.
Non sii timida diceva la Minetti al telefono a un’amica di bunga bunga, bell’esempio di congiuntivo italico e di senso degli affari. E noi italiani timidi non siamo: se c’è da cantare l’inno ci commuoviamo, se c’è da comprare la bandiera corriamo dal cinese sotto casa, se ci sarà da rivotare i soliti noti li rivoteremo, Lombardo in Sicilia, Berlusconi a Roma, il figlio trota di Bossi nella val Brembana… Viva l’Italia che si guarda allo specchio e non s’accontenta di quello che vede. Viva l’Italia che vuole riprendere per mano l’Italia, che la vuole rimettere in piedi, disintossicarla, renderla adulta e non s’accontenta di cantare le strofette dell’inno una volta l’anno come un karma da grandi magazzini, tutti fratelli, tutti poeti, navigatori, santi e puttanieri.
Quando facevo il corrispondente in America Latina mi capitava di vivere per qualche mese di seguito in staterelli grandi come il palmo della mia mano, divorati da oligarchie insaziabili, sventrati dalla guerra civile, corrosi da una violenza sempre impunita. Eppure si cantava l’inno nazionale dieci volte al giorno, con tanto d’alza bandiera e occhi al cielo: in televisione, a scuola, a messa, nelle piazze, nelle fazende… Lo cantavano tutti, tutti commossi, tutti affratellati nel sentirsi bravi patrioti del Salvador o del Guatemala, esta es mi casa, el mi pais, el mi pueblo, poi l’inno finiva, la bandiera restava appesa in alto e i padroni del paese ricominciavano a massacrare in silenzio i disgraziati che avevano cantato l’inno accanto a loro. Io guardavo, ascoltavo e mi convincevo che per i descamisados di Tegucigalpa con un dollaro di salario al giorno, per i ragazzini del Farabundo Martì mandati a far la guerra in montagna come da noi nel ’44, per gli studenti e i professori sloggiati a baionettate dall’università San Marcos di Lima quell’idea di patria era solo una gran fregatura. E che la loro patria, quella povera gente l’avrebbe celebrata meglio sbarazzandosi dei predatori, dei bellimbusti, dei cacicchi, dei golpisti.
L’Italia non è il Salvador. Ma Berlusconi rassomiglia molto a quei capi di stato e di rapina che ho incontrato laggiù. E anche da noi la patria, la bandiera, l’Italia stanno diventando una minestrina calda che fa digerire ogni vergogna, ogni umiliazione, ogni furto di memoria. Che tiene insieme vincitori e vinti solo per l’istante di un fotogramma, di una cartolina ricordo, poi ciascuno torna al proprio posto e alla propria sorte. E allora viva l’Italia che a Berlusconi e ai suoi lacché saprà spiegare, una volta per tutte, che non abbiamo la stessa idea di patria, di nazione e di dignità. In quell’Italia, libera e liberata dai propri fantasmi, avremo di nuovo voglia di sventolare il tricolore.
Claudio Fava
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