L’Italia è un paese fondato su bunga bunga. Non solo quello che si pratica nelle dimore del Cavaliere. Parlo di un decadimento del senso comune che ha pervaso la vita del paese senza risparmiare luogo, principio o mestiere. La Finmeccanica, colosso dell’imprenditoria pubblica, ha scambiato appalti in cambio di sesso. Un tempo i favori di un boiardo di stato te li compravi in contanti; adesso li baratti per la promessa di sguardi, massaggi, incontri galanti. Dalle mazzette alle carezze: perfino più avvilente. Anche perché parliamo di una grande azienda di Stato, non di una impresa calabrese di movimento terra.
Il sesso è diventato ormai moneta corrente negli scambi di favori e carriere, spiegato e proposto nelle intercettazioni telefoniche con la devota pignoleria delle brave maitresse d’una volta: il dottore la gradisce bionda o bruna? Con o senza tacchi? Seno vero o rifatto? E le labbra come le vuole? E il resto? Uno pensa: vabbè, cronache losche, di comune malaffare, le debolezze di carne di un paio di burocrati, i festini del cavaliere ma tanto lui si sa com’è fatto… Invece il bunga bunga è diventato altro, un modo di essere, di apparire, guardare, scrutare, valutare le cose del mondo. Ieri il Corriere ha messo in prima pagina l’intervista alla moglie di Bocchino. Titolo: “I tradimenti e il mio dolore”. Un dolore da rispettare, ci mancherebbe. Ma cosa c’entra il più blasonato tra i quotidiani italiani con le scappatelle coniugali dell’onorevole Bocchino? E cosa c’entriamo noi lettori, noi italiani con quest’idea da vita in diretta dove tutto fa gossip, notizia, audience purché richiami camere da letto, corna e bambine allegre?
Se in poche settimane il governo, attraverso i proprio bolsi portavoce nel Cda della Rai, è riuscito impunemente a sbarazzarsi di Fazio, Santoro, Dandini e Ruffini abolendo talk show, spazi d’approfondimento e varietà politico è proprio perché quei programmi non rappresentano l’Italia del bunga bunga, troppo casti e caustici per i nostri gusti. Sul divano della Dandini si faceva solo umorismo politico: si fosse fatto anche sesso, il programma sarebbe ancora sui palinsesti.
Non è una riflessione moralistica. E’ una constatazione. Che riguarda oggi anzitutto i destini del servizio pubblico radiotelevisivo diventato quasi superfluo in un paese di storie private, buchi della serratura, confessioni in diretta, trascrizioni ed erezioni. A meno che non si rimetta mano a un’idea diversa di televisione. Un servizio pubblico televisivo che non si accontenti di fotografare il paese reale ma che serva anche a recuperare i segni di cultura, sensibilità e curiosità che gli italiani comunque possiedono. (E li possiedono davvero: basti pensare a quel 57% di elettori che ha votato “sì” ai referendum assumendo su di sé un tema alto e nobile come quello dei beni comuni, nonostante le campagne stampa contrarie di regime e il silenzio di buona parte dell’opposizione).
Ma rimettere mano alla questione Rai vorrebbe dire anzitutto tener tutti giù le mani dalla Rai, un primo punto su cui i partiti, più o meno tutti, restano scettici. E poi, lasciatemelo scrivere, servirebbe il puntiglio per qualche gesto efficace. Non capisco che senso abbia per il presidente e i consiglieri di minoranza continuare a legittimare con la loro presenza nel Cda il progressivo criminoso smantellamento della televisione pubblica. Dice Garimberti che la soppressione del programma della Dandini è una scelta “aziendalmente incomprensibile”. Siamo d’accordo con lui. Però a questo punto, visto che quell’azienda la rappresenta lui, alzi la voce, si dimetta e chieda al Presidente della Repubblica di farsi parte in causa per evitare che, con la Rai, gli italiani perdano uno strumento di civiltà necessario a realizzare i principi espressi dall’art.21 della Costituzione. Affidare lo sdegno e l’imbarazzo a un comunicato stampa subendo, come presidente, le decisioni sgarbate e sgrammaticate di un pugno di consiglieri è cosa che non aiuta né la Rai né gli italiani.
Claudio Fava
fonte: unita
Per tutta la città, ieri, è stata una bella giornata. Dall’iniziativa di Legambiente, denominata Puliamo il Mondo, alla serata sportiva allo stadio S. Paolo tra le squadre di calcio Napoli e Milan. Panem et Circenses, espressione della lingua latina con la quale s’indicava un modo di governare il popolo e Festa, Farina e Forca di epoca borbonica. La festa è ciò che unisce un popolo, la farina è il famoso pane quotidiano che ogni giorno s’invoca a S. Gennaro, di cui oggi ricorre la solennità e la forca è rappresentata dall’azione continua della magistratura e delle forze dell’ordine, impegnate ogni giorno a combattere il crimine. Sinergìe istituzionali. Un Paese funziona quando funzionano le sinergìe istituzionali. In pace e tranquillità. L’Italia, tuttavia, soffre e soffre in particolar modo rispetto al problema della farina, il lavoro per tutti. Termini Imerese, Pomigliano, Mirafiori, Bertone, Irisbus di Avellino, Sevel, Fincantieri di Castellammare di Stabia e di Sestri, per fare degli esempi. Un nuovo governo e una nuova stagione di lotte sociali e politiche può aprire a nuovi scenari di non sofferenza o di riduzione del disagio e del conflitto. Con buona pace di chi vorrebbe spostare la Festa di San Gennaro! A fare il miracolo, questa volta, ci saranno i lavoratori in lotta per tutt’Italia. Speriamo.