Bentornata classe operaia

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Il referendum di Mirafiori e lo sciopero indetto dalla Fiom rappresentano un’importante svolta della resistenza e della lotta operaia nei confronti del sistema capitalistico globalizzato. Lo scontro ormai investe tutto il Paese, tutta la società.

La società in cui siamo costretti a vivere oggi può essere tranquillamente definita società della crisi permanente. La crisi non è solo economica, non riguarda solo gli indici di consumo, di produzione, di crescita, di sviluppo e non è solo politica, non si riferisce solamente al governo, allo Stato, al potere e tutto quello che ad esso si collega, la crisi tocca direttamente la vita, i sogni, le aspirazioni, il futuro di tutti i singoli che compongono la società. La crisi economica e la crisi politica, in una parola la crisi del sistema capitalistico del XXI secolo investe come una tzunami l’intero mondo così come lo conosciamo oggi e nello stesso tempo seppellisce la falsa idea della crescita infinita.
I processi di lavoro e di organizzazione produttivista che ha segnato tutto il Novecento, il modello fordista-taylorista è ormai chiaramente finito, siamo nella nuova fase dello sviluppo capitalistico, quella post-fordista. Quello fordista era un modello centrato sulla crescita, sull’ossessione della crescita, crescita intesa come estensione quantitativa dei volumi produttivi. La filosofia di questo modello ruotava intorno a quattro idee: carattere illimitato del mercato quindi primato della produzione di fabbrica, l’economia di scala, conflittualità della fabbrica e territorializzazione del capitale. Tutte e quattro queste caratteristiche vengono stravolte, o meglio vengono rimodulate, sotto il modello post-fordista .

Esso imposta una condizione produttiva fondata esattamente su principi opposti a quelli fordisti: fine della filosofia della crescita illimitata e avvio della filosofia della crescita limitata. Nel post-fordismo il capitale deve svilupparsi senza crescere, senza dilatare le sue dimensioni fisiche ma soprattutto senza far crescere l’occupazione.

Il sistema produttivo post-fordista è oculato: lavora con tempi di produzione brevi incompatibili con i tempi lunghi della programmazione, i piani produttivi non si proiettano avanti negli anni, la nuova fase capitalistica impone di praticare una razionalità istantanea capace di adattare momento per momento il sistema produttivo a una domanda costantemente variabile. In un contesto simile quello che conta non è la pianificazione strategica ma un comportamento aggressivo di iperconcorrenza.

Alla fabbrica che vive e respira con il mercato, che muta le sue sembianze al variare della domanda, deve corrispondere una nuova forma di operaio: l’operaio flessibile o più comunemente il precario.

All’operaio flessibile la fabbrica post-fordista chiede molto, moltissimo, chiede di fare suoi i fini generali dell’impresa, gli chiede di perdere la coscienza della dualità degli interessi, gli chiede di superare l’idea del conflitto. E’ qui che nasce la sconfitta storica del movimento operaio del Novecento: quando si perde l’autonomia e l’idea antagonistica del rapporto fra Capitale e lavoro. Lo sanno bene gli operai che vissero sulla loro pelle i 35 giorni della cosiddetta marcia dei 40.000, i 35 giorni che sconvolsero il mondo operaio e sindacale.

Complici della sconfitta, un sindacato miope che vedeva nella fase post-fordista una conquista di un ampio potere negoziale, se non addirittura una gestione del processo produttivo e la conquista della tanto agognata democrazia industriale.

Il ricatto dell’Amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne e il referendum-diktat di Mirafiori hanno risvegliato il mondo del lavoro, lo sciopero organizzato dalla Fiom ha visto ergersi in tutta la sua forza e dignità un corpo compatto fatto di lavoratori, studenti, ricercatori, precari, disoccupati, un corpo unito nella lotta per il lavoro e i diritti. Ma dallo sciopero è emerso qualcosa che è più di una lotta di resistenza, la moltitudine del lavoro ha chiesto con forza, in modo chiaro e radicale lo sciopero generale.

La situazione è difficile, la fase storica vede un sistema capitalistico in crisi e un mondo del lavoro combattivo ma privo di un organizzazione politica su cui appoggiarsi. Il maggior partito della sinistra, il Pd, e il maggior sindacato, la Cgil, si trovano su posizioni ancora troppo arretrate e confuse. Nella fase attuale ci si deve muovere su due fronti: rafforzare ed estendere lo schieramento delle forze in lotta e cercare una soluzione al problema dell’organizzazione. Il problema è sempre quello, l’organizzazione. Uomini nuovi e nuovi strumenti di lotta devono essere impiegati perché il capitalismo che si ha di fronte non è più quello dei primi del Novecento, ad un capitalismo globale va opposto un movimento dei lavoratori globale, alla mondializzazione dell’economia capitalistica si deve rispondere con la mondializzazione delle lotte.
Ripartiamo quindi da questo assunto: chi lotta di più ottiene di più.

Bentornata classe operaia.

Davide Zorzi

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Ugo Francesco Calvo 3 febbraio 2011 - 11:28

@ ferrari, poiché esorti alle novità, domanda: per esempio?

Peppe Giudice 1 febbraio 2011 - 22:49

si è vero che il capitale è un rapporto sociale. Ma Marx evidenziava questo concetto contro gli “economisti volgari” che consideravano il capitale come una cosa (un insieme di beni) e non fatto storico (che incarna un rapporto sociale).
Ma a differenza delle altre formazioni sociali il capitalismo è l’unica a mettere l’economia al centro della società ed a fondarsi sulla riproduzione allargata del capitale quale sostanza del proprio essere. Il controllo della forza-lavoro è necessario e funzionale a questa sua essenza. Poi su Marx ci sono tante di quelle interpretazioni… non credo di essere titolato per rappresentarne quella autentica (se esiste). Io non sono determinista e non credo al crollo del capitalismo. Credo però ad una sua forza autodistruttiva che scatta quando vengono a mancare gli antagonismi sociali e politici che lo limitano e lo contrastano.

Peppe Giudice 1 febbraio 2011 - 22:17

personalmente credo che quelli di “moltitudine”, “operaio sociale” “biopolitica” siano pseudoconcetti che non hanno alcun valore scientifico. Giorgio Ruffolo ha ben messo in evidenza come la teoria di Negri si fondi su concetti “noumenici” (nel senso di Kant) ipotesi che sono sottratte ad una rigorosa verifica empirica.
Il neoliberismo non è la risposta al movimento del 77 (di cui il capitalismo mondiale non se ne è neanche accorto). Esso è una reazione, come ha ben spiegato Luciano Gallino (uni studioso molto più rigoroso di Negri) alla caduta del saggio del profitto che si è ripresentato nella economia capitalistica a partire dagli anni 60. E’ questa una vecchia teoria marxiana a cui Marx da valore tendenziale e non assoluto. Il saggio del profitto è il rapporto tra il plusvalore ed i costi di produzione. Gli investimenti crescenti in capitale costante (capitale fisso – macchine tecnologia) tendono a far scendere il tasso. Ma al tempo stesso l’incremento della produttività del lavoro determinato dalle innovazioni hanno l’effetto contrario e fanno salire il tasso.
Questo fino a che il tasso di incremento di domanda di beni supera il tasso d’incremento della produttività del lavoro; ma ad un certo punto dello sviluppo capitalistico accade il contrario: la produttività supera la domanda. Ed il saggio del profitto torna a scendere. Riccardo Lombardi aveva già intravisto per il capitalismo due vie di uscita da questa condizione. Lo sviluppo di un nuovo mercato nel settore “quaternario”: tempo libero, sport, cultura.Il processo di finanziarizzazione . Il secondo parte nel momento in cui nel 1980 unilateralmente gli Stati Uniti di Reagan e la Gran Bretagna danno vita alla piena liberalizzazione dei movimenti di capitale. Da allora gradualmente la finanziarizzazione (che non è legata solo alla new economy) diventa elemento strutturale del processo di accumulazione capitalistico. Il valore delle azioni non dipende più da quello dei profitti, ma viceversa. Ecco perchè vi sono licenziamenti che servono solo a far crescere il valore dei titoli. Per non parlare di tutta la massa dei titoli derivati, il cui valore negli ultimi decenni ha superato di venti-trenta volte il valore del Pil mondiale. Questo capitalismo ha totalmente svalorizzato il lavoro riducendolo ad una merce usa e getta ma è andato anche incontro alla sua più colossale crisi.
Se tale è la situazione è evidente che il capitalismo senza contrappesi politici e sociali produce la sua stessa autodistruzione.
Non è inseguendo i vecchi miti minoritari dell’operaismo che si esce da questa situazione, ma dalla capacità di immaginare un progetto di società fondato su parametri qualitativi diversi e su un diverso modo di produrre e consumare. E su questo costruire un consenso maggioritario nella società. Altrimenti saremo costretti ad inseguire un ribellismo senza costrutto.

Peppe Giudice 1 febbraio 2011 - 18:43

mi pare che lo scritto sia viziato da una visione mitologica della lotta di classe (che è nella cultura dell’operaismo alla Tronti e poi Negri) che di una analisi storica concreta.
Il post-fordismo viene analizzato da più di venti anni (il libro di Gorz “metamorfosi del lavoro” è del 1988).
IL capitalismo è caratterizzato da una logica intrinseca alla valorizzazione del capitale (massimizzazione del profitto) quale movente del suo agire. Il controllo della forza-lavoro è funzionale al suo essere ma non è lo scopo principale del capitalista. Questo differenzia il capitalismo da altri sistemi sociali precedenti.
Ora il post-fordismo è la conseguenza di due elementi. Il primo è il processo di finanziarizzazione dell’economia quale fattore strutturale del processo di accumulazione capitalistica. Il capitalismo reagisce alla caduta del saggio del profitto tramite la finanziarizzazione. La seconda è l’introduzione delle tecnologie informatiche e cibernetiche che invece di favorire la liberazione del tempo di lavoro, modificano a vantaggio del capitale i rapporti di forza con il lavoro.
La crisi devastante partita nel 2008 è la crisi di questo modello di capitalismo che non è stato più capace di reggere un meccanismo divenuto autodistruttivo per il capitalismo stesso.
Per questo, al di là di una visione mitologica del conflitto sociale cerchiamo di dare risposte da sinistra su come si esce dalla crisi. Sapendo che lo sviluppo dei movimenti è sangue della democrazia ma senza un progetto politico chiaro e definito non si va da nessuna parte,
Per questo condivido quello che scrive Alberto Ferrari. Sviluppare un progetto politico socialista che ponga il lavoro, la sua dignità, il suo valore sociale al centro di un nuovo modello economico e sociale.

Pasquino50 1 febbraio 2011 - 16:30

-”Il problema è sempre quello, l’organizzazione. Uomini nuovi e nuovi strumenti di lotta devono essere impiegati perché il capitalismo che si ha di fronte non è più quello dei primi del Novecento, ad un capitalismo globale va opposto un movimento dei lavoratori globale, alla mondializzazione dell’economia capitalistica si deve rispondere con la mondializzazione delle lotte.”
Come non raccogliere i “messaggi” che ci giungono nel “semplice” bacino del mediterraneo? Mi sembra di capire che la voce che sale dal basso è univoca: il Diritto. Quello al lavoro, alla libera espressione, alla libertà individuale, alla partecipazione culturale del paese, all’identità. Cioè i “fondamentali”. Non sentire “empatia” per tale voce, significherebbe non voler intraprendere quel faticoso lungo cammino che credo ormai insostituibile per la “continua” autodeterminazione dell’Uomo. Se il “ciclo europeo-atlantico” è destinato al collasso “storico”…ben vengano “modelli emergenti”!
I fatti raccontano che quando sono impedite “rivoluzioni democratiche” si apre il passo a quelle violente.

Alberto Ferrari 1 febbraio 2011 - 15:22

Francamente mi sembra una lettura un po’ semplificata e con la testa volta all’indietro, pensando di andare avanti. Perchè se “il sol dell’avvenir”e, come sembra sognare Zorzi, non arriva, per la classe operaia sarà ancora più difficile e sarà ancora più sola se tutti noi non aiutiamo a trovare una via diversa, una cultura sociale e del lavoro diversa. Allora serve ancora di più guardare avanti, guardare a modelli più avanzati presenti anche oggi in Europa, metterli in discussione e da lì partire e non tornare a vivere sempre e comunque la gestione dei rapporti di lavoro e delle “culture organizzative” del lavoro sotto la legge di una esclusiva lotta di classe. E intendo per classe anche quella padronale italiana particolarmente rozza . Riportare al centro il LAVORO non vuol dire andare indietro, ma attrezzarci per fare passi avanti. Bentornata Classe operaia; bentornata perché ci obblighi a riflettere su noi stessi,sulla nostra pigrizia culturale e ideale, sul nostro modo di vivere, sul tipo di società che insieme dovremo costruire se non vogliamo soccombere. Non perché rappresenti il mantra delle nostre passate frustrazioni.

Angelo Lorusso 1 febbraio 2011 - 12:45

mah. io ci credo ai modelli di partecipazione all’organizzazione del processo produttivo.

Non sarei di sinistra altrimenti

Sitio Mundo Tommaso Cenvinzo Napoli 1 febbraio 2011 - 12:14

L’arte dell’organizzazione

Quando la giusta linea politica è fissata,
il lavoro d’organizzazione è ciò che decide di tutto,compresa la sorte della linea politica stessa,della sua realizzazione o del suo insuccesso.

La migliore delle linee politiche può essere destinata all’insuccesso, se un partito non dispone di un’organizzazione capace di applicarla e di realizzarla.

L’organizzazione non è fine a se stessa. Essa deve essere lo strumento più efficace per la realizzazione della politica del Partito,per la mobilitazione delle larghe masse popolari, per il raggiungimento degli obiettivi che di volta in volta il partito si pone. L’organizzazione non può e non dev’essere dunque concepita come cosa a sé stante, ma come uno strumento politico. Nulla si può realizzare, neppure la più semplice delle iniziative politiche se non per mezzo dell’organizzazione.

Impossibile perciò fare una netta distinzione tra politica e organizzazione. Non si può ad esempio ritenere che vi possa essere una situazione od una località ove politicamente si va bene, se in quella località o situazione le cose vanno male organizzativamente.

Così non può essere un buon organizzatore il semplice praticista, il tecnico, lo specialista che non si interessa di politica. e che non unisce costantemente al lavoro pratico, organizzativo, lo studio. La pratica costante giova molto, ed è vero che l’uomo pratico acquista materialmente le cognizioni di un determinato numero di soluzioni e sa trovare il rimedio a molti difetti ordinari di una organizzazione. Però se quest’uomo non sa elevarsi sino a trovare il nesso, il legame della politica con l’organizzazione, sino a comprendere quali sono le esigenze di una determinata linea politica e gli obbiettivi che essa si propone, egli saprà regolarsi in condizioni uguali a quelle di cui ha già esperienza, ma non saprà regolarsi nei casi dissimili e cioè nelle infinite circostanze di situazioni e di condizioni, nelle diverse fasi di sviluppo della vita di un partito.

Concepita l’organizzazione come lo strumento della politica è evidente che non vi sono e non possono esserci criteri e metodi organizzativi fissi. Questi si modificano col modificarsi delle necessità politiche, dei compiti e degli obiettivi che di volta in volta il partito si pone. Criteri d’organizzazione senza princìpi dunque? No. L’organizzazione di un partito come quella di un esercito, di un’azienda industriale, o di un istituto scientifico risponde sempre a determinati principi direttivi che sono in funzione della natura, del carattere di quel partito o di quell’aggregato qualsiasi tenuto assieme ed operante per mezzo di quella data organizzazione.

Ma i principi per quanto frutto di esperienze pratiche, di lavoro e di lotte nelle condizioni le più diverse, per quanto frutto di studio e di ricerche, non possono essere, specialmente nel campo organizzativo che un orientamento, una guida, e soprattutto non devono essere considerati fissi, immutabili.

Lavorare con un piano è utile e necessario, lavorare con metodo è indispensabile, ma lavorare schematicamente è oltremodo dannoso specie sul terreno della organizzazione. Sistemi ottimi ieri, possono essere del tutto nocivi oggi. Criteri e sistemi d ‘organizzazione buoni per un partito possono essere nocivi se adattati ad un altro partito o per la natura e composizione sociale diversa o per i compiti diversi che questo partito si pone a differenza dell’altro o per le diverse condizioni del paese nel quale operano i due partiti in questione.

Non c’è dubbio ad esempio che i criteri organizzativi del Partito bolscevico dell’Unione Sovietica, del paese del socialismo, non possono essere schematicamente trapiantati in un partito di un paese dove i rapporti di produzione siano ancora dei rapporti capitalisti. Il partito comunista in Italia è passato, nel corso dei 25 anni della sua vita, attraverso situazioni profondamente diverse. Il fatto che malgrado la feroce reazione e la spietata persecuzione esso si sia costantemente sviluppato e sia diventato uno dei più forti, se non il più forte partito italiano, lo si deve innanzi tutto alla sua giusta linea politica, all’essere rimasto costantemente fedele, nelle situazioni più difficili, alla causa dei lavoratori e del popolo italiano. Ma la sua capacità di resistenza, di ripresa e di sviluppo è dovuta anche alla forza della sua organizzazione, all’aver saputo modificare col modificare della situazione, non solo la sua linea politica, ma anche i suoi criteri di organizzazione.

Saper adattare le forme ed i criteri d’organizzazione alla situazione concreta, in modo da prestare il meno possibile il fianco al nemico, in modo da sferrargli i colpi più possenti con le minori perdite da parte nostra, questo è ciò che ha saputo fare il nostro partito.
Quante volte abbiamo mutato i nostri criteri e le nostre forme d’organizzazione? Non è qui il caso di enumerarle. Certo è che i nostri criteri, i nostri principi d’organizzazione nel 1924 non erano quelli del 1921, e quelli del 1927-1930 non erano quelli del 1924e così via. Metodi, criteri e forme d’organizzazione del periodo della guerra partigiana non sono e non potrebbero essere quelli di oggi.

Talvolta il ritardo nel modificare metodi e criteri d’organizzazione fu duramente pagato dal partito. Le tendenze conservatrici ed i ritardi nelle innovazioni in un’organizzazione industriale si pagano con spreco di energie, di denaro, con la sconfitta nei confronti della concorrenza e con un ritardo nello sviluppo della tecnica. In un’organizzazione politica od in un esercito questi ritardi si pagano a prezzo di sofferenze e di sangue e con la perdita sia pure transitoria della influenza, il che in certe condizioni può decidere di una battaglia, del successo o dell’insuccesso di una linea politica.

La superiorità politica ed organizzativa del Partito comunista nei confronti degli altri partiti antifascisti si rivelò apertamente agli occhi di tutti, specialmente nel periodo della guerra di liberazione nazionale. Forte dell’esperienza di lavoro e di lotta accumulata durante vent’anni di illegalità, il Partito comunista, più intensamente e largamente di ogni altro, seppe condurre la guerra contro i tedeschi ed i fascisti col minor numero di perdite.

I partiti che da vent’anni avevano rinunciato, o quasi, a qualsiasi attività in Italia, privi di una seria esperienza, di lavoro organizzativo e cospirativo, non erano in grado di fare un passo senza cadere nella rete del nemico, non erano in grado di sferrare un colpo senza offrire una larga superficie vulnerabile alla reazione nemica.

Nessuno può contestare al Partito comunista italiano d’aver partecipato alla guerra di liberazione col più gran numero di combattenti, di partigiani e di gappisti, tutta l’organizzazione di partito è stata per diciotto mesi mobilitata sul piano della lotta armata.

Eppure le nostre perdite in rapporto a quelle di altri partiti sono state relativamente assai minori.
Durante i diciotto mesi il centro del partito ed il Comando generale delle Brigate d’Assalto Garibaldi furono continuamente (senza interruzioni) collegati con i triumvirati insurrezionali, con i comitati federali, con i Comandi militari di regione e di zona e con i Comandi operativi delle Brigate Garibaldi e del Corpo Volontari della Libertà. Questi collegamenti erano tenuti da corrieri, da staffette, da ufficiali di collegamento, uomini e donne, giovani e anziani i quali trasportavano stampati, giornali, ordini, direttive, armi, munizioni e materiale diverso. Tonnellate e tonnellate di merce furono trasportate durante i diciotto mesi. Tutti questi collegamenti facevano capo a dei centri regionali e da questi alla direzione del Nord a Milano. E mai una sola volta i nostri centri regionali politici e militari e la nostra direzione a Milano furono colpiti in punti vitali dal nemico.

Non solo, ma le nostre bande divennero ben presto brigate, si trasformarono in divisioni, raggiunsero e superarono di molto i centomila combattenti. E l’organizzazione di partito passò da cinquemila iscritti nel luglio 1943a circa centomila al momento dell’insurrezione. Tutto questo lavoro fu possibile grazie alla dedizione, all’abnegazione, allo spirito di sacrificio di centinaia e centinaia di compagni, ma grazie anche alle esperienze, alle capacità organizzative acquisite in lunghi anni di lotta, grazie soprattutto alla giustezza della linea politica del Partito ma grazie anche alla cura di ogni dettaglio del nostro lavoro organizzativo.

Il conservatorismo è nocivo ad un’organizzazione come la ruggine in un ingranaggio. Ma non si devono neppure introdurre importanti innovazioni nell’organizzazione con facile leggerezza. L’organizzazione non è un passatempo, un divertimento consistente nel mutar di posto a delle pedine, non è un giuoco e neppure un campo sperimentale. L’organizzazione è un mezzo, uno strumento serio inteso a raggiungere uno scopo serio.

Non bisogna mai lasciarsi andare a delle improvvisazioni e prima di decidersi a delle radicali riforme nel campo dell’organizzazione non basta constatare che il vecchio criterio, il vecchio sistema non risponde più alle esigenze, ma occorre studiare ed in certo qual modo assicurarsi che il nuovo che si vuol introdurre sia non solo un poco migliore, ma sia tanto migliore da rispondere ai risultati politici che si vogliono ottenere e da compensare il danno che la spezzata tradizione necessariamente apporterà.

Quando nel 1924noi abbandonammo il principio d’organizzazione su base territoriale per applicare quello sulla base del luogo di produzione (cellule di fabbrica), sapevamo che il danno che poteva derivare dalla rottura della tradizione, dell’abitudine dei compagni a riunirsi tutti assieme nella sezione, sarebbe stato largamente compensato dallo sviluppo del partito, dall’aumento della sua influenza e delle sue ramificazioni nelle fabbriche. Il partito di massa dei lavoratori, il partito della classe operaia, doveva trovare un sistema d’organizzazione capillare che gli permettesse di toccare, collegare, unire ed attivizzare il numero più grande di lavoratori, che desse la possibilità all’avanguardia della classe operaia di assolvere alla sua funzione dirigente.

Il sistema d’organizzazione sulla base delle cellule di fabbrica aveva già al suo attivo una grande, positiva esperienza: quella del partito bolscevico, la cui politica era stata coronata dal più grande successo storico.

Troppo facile sarebbe, quando un criterio organizzativo si dimostra insufficiente, deficiente o superato adottarne un altro qualsiasi; magari l’opposto. Vi fu ad esempio un periodo nella vita illegale del partito in cui si costatò che il massimo accentramento facilitava e rendeva assai più gravi i colpi della polizia. Il criterio d’organizzazione con funzionamento collettivo (i comitati) centralizzato (collegamento di tutte le cellule in settori e dei settori nel comitato federale) per mezzo di riunioni regolari dei diversi organismi, faceva sì che quando la polizia riusciva ad afferrare un anello della catena, per mezzo del pedinamento, della provocazione e della tortura, più d’una volta riusciva ad impossessarsi di tutta o di parte notevole della catena. Per cui ad un certo momento si ritenne necessario passare al criterio del massimo decentramento. Non più riunioni collettive, ma legame individuale, non più collegamenti di cellule in settori, ecc., ma tanti nuclei viventi nella stessa città o zona, l’uno indipendentemente dall’altro, non più comitati, ma individui responsabili.

L’applicazione di questo criterio nella sua forma più estrema, rivelò ben presto nella pratica dei difetti altrettanto gravi quanto i danni che prima ci arrecava la reazione poliziesca. Si marciava verso la polverizzazione del partito, verso la sua disintegrazione in tante piccole unità indipendenti l’una dall’altra. Dalla mancanza di unità organizzativa, dalla mancanza di vita collettiva, dalla mancanza di discussione si sarebbe potuto passo passo arrivare alla mancanza di unità di direzione, alla mancanza di vitalità politica.
L’esperienza dimostrò che la giusta soluzione del problema non stava nell’adottare semplicisticamente un criterio d’organizzazione opposto, ma piuttosto nel conciliare le esigenze di un’organizzazione unitaria centralizzata e funzionante collettivamente, con le esigenze di carattere cospirativo. Si trattava cioè di trovare un equilibrio, la giusta misura.

Oggi che il Partito comunista è diventato e sta diventando sempre più il partito nuovo, il partito del popolo italiano, il partito che organizza che accoglie non solo una ristretta avanguardia della classe operaia, ma strati sempre più larghi di lavoratori, di contadini e di intellettuali, oggi che al partito si pongono compiti nuovi, compiti di governo e di direzione di istituzioni pubbliche nelle province e nei comuni, il funzionamento della sezione acquista un’importanza che nel passato non aveva.

Ma sarebbe un errore ritenere che la soluzione stia nell’abbandonare il sistema d’organizzazione sulla base di cellula d’officina e di strada. Intanto le stesse cellule di fabbrica e di strada sono diventate degli organismi i cui iscritti superano di molto quelli delle vecchie sezioni socialiste del 1919-1920. In secondo luogo il sistema di organizzazione per cellule non solo garantisce al partito i più larghi contatti con le masse lavoratrici, ma permette la partecipazione del numero più grande di compagni alla vita ed all’attività del partito. Quanti giovani elementi che passerebbero inosservati in una grande assemblea di sezione, si rivelano nelle cellule come elementi capaci di sviluppo e di assolvere a funzioni di direzione politica.

Tuttavia la situazione di oggi, il carattere odierno del partito, gli obiettivi che stanno davanti a noi rendono necessaria, specie nei villaggi, anche la vita di sezione. E in quei comuni ove erano sorte quattro, cinque sezioni (una per frazione) già si è sentita la necessità di raggrupparle, di ridurne il numero, di coordinare la loro attività. Perché i problemi del comune, siano essi problemi amministrativi, politici, di ricostruzione o culturali non possono essere risolti che in forma organica e tenendo conto delle esigenze di tutto il comune.
Di qui la necessità per il partito di adottare criteri e forme d’organizzazione diverse e multiple.

La cura dell’uomo è l’elemento essenziale nell’arte dell’organizzazione. Un partito è fatto di uomini e bisogna prendere gli uomini come sono. Bisogna cercare bensì di migliorarli e di educarli, di dare ciò che ad essi manca, ma frattanto è necessario lavorare.

Un organizzatore politico non dev’essere solo un uomo dotato di facoltà di osservazione e di analisi, capace di scorgere, abbracciare e coordinare i dettagli, deve non solo possedere energia, dinamicità, resistenza al lavoro, ma deve possedere quella conoscenza, quella capacità di comprensione dell’elemento umano del quale è composta un’organizzazione. L’organizzatore politico deve possedere queste qualità in misura maggiore che non l’organizzatore industriale il quale esercita la sua funzione solo in parte su cose vive. L’organizzatore politico non esercita la sua volontà su delle macchine, su della materia inerte o su degli uomini che assolvono ad una funzione meramente meccanica ed in certo senso passiva ma lavora invece con degli uomini che agiscono e reagiscono in piena coscienza.

Saper scoprire le qualità che esistono in ogni individuo, saper ben utilizzare queste qualità, studiare i pregi e le insufficienze di ogni compagno, saper collocare ognuno al posto che meglio risponde alle sue attitudini, questo è uno dei compiti fondamentali dell’organizzatore.

E’ un luogo comune l’affermazione che noi dobbiamo badare esclusivamente all’interesse del partito, prescindendo da quelle che possono essere le inclinazioni individuali. E’ questo un criterio d’organizzazione del tutto errato che dà risultati negativi in qualsiasi campo dell’attività umana. L’uomo rende quanto più il lavoro che esso compie risponde, non solo all’obiettivo supremo per il quale esso agisce e lotta (che può essere obiettivo politico, scientifico, o di produzione) ma anche in quanto quel lavoro soddisfa le sue attitudini e la sua inclinazione ad una particolare attività. Questo principio organizzativo vale anche per i comunisti. Perché se è vero che i comunisti subordinano alla causa, per cui lottano ogni vanità, ogni soddisfazione, ogni ambizione personale è anche vero che i comunisti sono uomini normali come tutti gli altri uomini, molti di essi temprati dalla lotta e dal sacrificio, ma pur sempre uomini con le stesse esigenze, con gli stessi difetti e le stesse qualità degli altri uomini.

La formazione e lo sviluppo dei quadri è il compito fondamentale di un’organizzazione, l’utilizzazione di tutte le forze di cui il partito dispone, saper aumentare giorno per giorno queste forze ed il loro rendimento, riuscire ad indurre ogni compagno a migliorarsi quotidianamente e ad impegnare tutta la sua volontà tutte le sue energie fisiche ed intellettuali nell’interesse del partito, nella realizzazione della linea politica del partito: in questo consiste essenzialmente l’arte dell’organizzazione.

Pietro Secchia

Sitio Mundo Tommaso Cenvinzo Ercolano (na) 1 febbraio 2011 - 12:11

bentornata moltitudine, in realtà, e scusami se mi permetto, bentornato proletariato….

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