Silvio Berlusconi aveva chiesto un referendum su di sé e sul Governo; si era candidato come capolista per sostenere Letizia Moratti, invocando 53.000 preferenze (e ottenendo, alla fine, la metà di quelle ottenute nel 2006, passando da 53.297 a 27.972); aveva affermato che dal risultato delle comunali sarebbe dipeso il futuro del Governo. Il 10 Maggio, il premier, ad Arcore, sosteneva che: «Il voto di domenica è importante anche come voto politico a supporto del nostro governo, e soltanto se avremo una vittoria come risultato di questo voto noi potremo continuare nei prossimi due anni alacremente per realizzare quelle riforme che oggi siamo per la prima volta davvero in grado di realizzare». Ebbene, alla luce dei risultati, sarebbe opportuno che il premier dia seguito alle sue parole. Essendo stato completamente bocciato, deve fare la cosa più ovvia e giusta: dimettersi.
Le sue parole, le sue affabulazioni, le sue promesse, i suoi “miracoli”, non incantano più. La gente ha posto una pietra tombale sull’Italia della prostituzione minorile e dei reality, sulle Minzolinate, sulle calunnie e gli insulti, scegliendo una Nazione di donne e uomini, di ragazze e di ragazzi, di anziane e anziani, mossi dalla passione, dalla bellezza del dire, da proposte concrete per la città.
Ha vinto l’Italia migliore. È questo il responso delle urne, è questo quello che i cittadini hanno decretato in queste elezioni comunali e provinciali. Da Milano a Cagliari (roccaforti del centrodestra), da Trieste a Napoli, da Novara (città natia del leghista Roberto Cota) ad Arcore (comune di residenza del premier), da Rho a Desio e così via: il vento del cambiamento fischia in lungo e in largo, decretando la fine dell’Impero del bunga-bunga.
Ha vinto l’Italia che difende la magistratura, la dignità delle donne, la credibilità a livello nazionale e non, quella dei precari e dei disoccupati che hanno bisogno di persone che lavorino per il loro bene, quella che non ne può più di dover convivere con la criminalità organizzata, quella che vuole l’acqua come bene comune, quella che al nucleare preferisce eolico e solare (e a tal proposito, il 12 e il 13 Giugno, tutti a votare 4 SI ai referendum), quella che non ha paura dei rom e dei musulmani, ma che li accoglie e li abbraccia come fratelli.
Con queste elezioni, gli italiani dicono basta agli insulti e alle calunnie, come diceva Enrico Berlinguer (“Io le invettive non le lancio contro nessuno, non mi piace scagliare anatemi, gli anatemi sono espressione di fanatismo e c’è troppo fanatismo nel mondo”) e come dice il nostro attuale Presidente Nichi Vendola (“L’eleganza del dire è fondamentale per contrastare il degrado del Paese“, “Occorre abbassare i toni e innalzare i pensieri“), preferendo la mitezza e l’eleganza di Giuliano Pisapia, l’onestà di Luigi de Magistris (onore ai napoletani, che tanti sberleffi e insulti hanno dovuto subire negli ultimi anni), la voglia di cambiamento di Massimo Zedda.
È stata una debacle ciclopica, è stato scardinato il sistema di potere berlusconiano, la RaiSet è servita a ben poco, dinanzi alla voglia di cambiamento degli italiani. E dunque, alla luce del referendum (perso) voluto su di sé e sul Governo, alla luce della bocciatura di un modello culturale basato sul razzismo, sull’omofobia, sul sessismo, sul machismo, alla luce di un cappotto di queste dimensioni, il premier dovrebbe fare le valigie.
Infine, Pisapia ha ragione a dire che l’ironia è stata fondamentale, perché è proprio vero che “una risata li ha seppelliti”, perché è proprio vero, come diceva il filosofo russo Aleksandr Ivanovič Herzen, che “il riso ha in sé qualcosa di rivoluzionario”, perché è proprio vero, come sosteneva Victor Hugo, che “la libertà comincia dall’ironia”. E allora, liberazione sia, Italia.
Pasquale Videtta
Sì, ma adesso proposte immediate di governo prima ancora che del programma: legge elettorale che restituisca la piena sovranità ai cittadini; limitare l’immunità parlamentare all’attività politica dando piena parità fra i cittadini di diritto di difesa sui reati comuni penalmente perseguibili; abrogazione del falso in bilancio; rilancio dell’impresa pubblica quale regolatore del libero mercato. Poi si parli di programma di governo.