Domanda 1: C’è stato un tempo in SEL di discussioni infinite sulla matrice sociale del soggetto politico che stavamo costruendo e sul ruolo che in esso doveva avere il riferimento al lavoro ed ai lavoratori fintantoché non ci siamo posto la domanda.
Da che parte stiamo? Ci siamo risposti “ siamo dalla parte dei lavoratori, dei precari, dei giovani disoccupati e dei pensionati.” E cosa dobbiamo fare allora; organizzare un bel convegno? Fare un documento di analisi? No, ci siamo detti “dobbiamo andare a dirglielo” . Lo stiamo facendo, prendendo esempio da Nichi, e si stanno determinando le condizioni per iniziare a costruire un rapporto.
Domanda 2: E di cosa dobbiamo parlare con i lavoratori? C’è stato un periodo, che ha raggiunto il suo culmine con lo svolgimento del Congresso della CGIL, in cui la discussione in SEL ha preso la forma dei tifosi della prima o della seconda mozione in una forma che alludeva ad una funzione parasindacale di SEL. Mi pare che stiamo capendo, anche se le resistenze sono ancora molto forti, che ai lavoratori dobbiamo anche parlare di diritti, di democrazia, di rappresentanza, di dignità e del ruolo del che noi intendiamo assegnare al lavoro nell’alternativa politica e sociale che proponiamo e che vogliamo costruire con il loro contributo e partecipazione.
Domanda 3: Le condizioni di vita e sul lavoro delle lavoratrici e dei lavoratori ci interessano fortemente e cerchiamo di contribuire come partito al loro miglioramento; ma dobbiamo anche noi, come il sindacato fa sovente, porre il dato economico come assolutamente prioritario e piegare le nostre analisi e proposte sulla condizione del lavoro come conseguenza di analisi economiche? Se così facessimo contribuiremmo a lasciare i lavoratori di questo paese in una gabbia unidimensionale, le cui maglie continuano a stringersi , nella quale i lavoratori diventano sempre più semplice forza lavoro che viene venduta e comprata secondo le regole del “libero mercato” del lavoro. Di conseguenza dobbiamo renderci conto che senza un cambiamento dei rapporti politici e sociali le condizioni generali delle lavoratrici e dei lavoratori non sono destinate e migliorare significativamente. In queste condizioni nessun governo di “larghe intese” potrà disporre delle forza politica per redistribuire reddito e poteri. In questa situazione la parola d’ordine “ribellarsi è giusto” se declinata correttamente non ha alcuna connotazione massimalista e/o immediatista bensì coglie il fatto che è in corso una feroce lotta di classe da parte del padronato e del governo Berlusconi contro i lavoratori e le masse popolari di questo paese.
Domanda 4: Sappiamo tutti la differenza tra azione sindacale e politica. Ma se guardassimo i programmi e gli ambiti di intervento dovremmo concludere che tale differenza si è già grandemente ridotta poichè é saltata la divisione di compiti tra politico ed economico propria dello schema della III° Internazionale.
E’ allora proponibile un partito-sindacato? E vero che nessuno lo propone apertamente ma comportamenti, anche al nostro interno, indicano che questa tentazione è presente. In realtà la differenza esiste ed è profonda e riguarda la rappresentanza che è profondamente diversa.
Domanda 5: La CGIL , oltre che per la sua storia, ma per la collocazione attuale di essere il solo sindacato di massa che organizza l’opposizione sociale (comunque si giudichi la sua azione), è il nostro interlocutore privilegiato nel campo sindacale. Non c’è bisogno di illustrare qui come le linee e l’azione sindacale della CGIL, oltre che per la condizione dei lavoratori e delle lavoratrici hanno anche profonde conseguenze sociali e politiche. Per SEL il rapporto con la CGIL è assolutamente importante e delicato. Per prima cosa bobbiamo chiederci; ci interessa una CGIL forte, rappresentativa, democratica e plurale nelle opzioni sindacali e politiche oppure il costituire una corrente interna che fa riferimento a SEL ? E’ una domanda solo apparentemente banale ed alla quale non è dato rispondere fuori dal contesto e dalla fase. Non è oggi un dato scontato che nel nostro paese permanga un sindacato confederale (anche a tempi brevi). Spero che tutti/e che mi leggono sappiano che, in Europa, il modello predominante è quello “categoriale” di origine socialdemocratica in cui ci sono poche grandi categorie e non c’è la confederazione quanto piuttosto un coordinamento che però non ha potere negoziale sulle questioni generali e sociali la cui gestione è demandata al partito di riferimento. Per essere chiari se ciò avvenisse la CGIL non avrebbe potere negoziale sulle pensioni, ammortizzatori sociali, sanità, ecc. Quanto poi al partito di riferimento, solo pensando al PD ed alle tentazioni di equidistanza tra lavoratori e padronato presenti al suo interno mi si gela il sangue nelle vene. Naturalmente in questo schema, come in realtà avviene, ci sarebbero categorie più moderate ed altre più di sinistra ma il risultato generale sarebbe una corporativizzazione del movimento sindacale in quanto le categorie più forti e combattive otterrebbero (forse) più risultati e quelle più deboli no. Se pensiamo al mercato del lavoro in Italia con il livello di precarizzazione, di disoccupazione giovanile, di lavoro nero, ecc. è facile immaginare il disastro che ne conseguirebbe. Se così stanno le cose, allora possiamo rispondere alla domanda che ci siamo posti che non ci serve la corrente dei sindacalisti di SEL, ne esplicita ma neppure mascherata, e che se ciò avvenisse si determinerebbe parallelamente la corrente dei sindacalisti nel partito. (e come l’esperienza mi ha insegnato sarebbe, nei fatti, una corrente politica facente riferimento ad una delle “sensibilità” presenti nel partito)
SEL deve dunque stabilire una relazione forte con la CGIL nel suo complesso basata sulla reciproca autonomia e sul confronto.
Non possiamo in ogni caso sfuggire a che, come SEL, non siamo indifferenti rispetto alla dialettica interna alla Confederazione e che vediamo con favore l’affermarsi di contenuti di “sinistra” in CGIL. Ma questo ruolo di una “sinistra CGIL” si misura prioritariamente sul fatto di dare un contributo efficace al superamento delle difficoltà piuttosto che contribuire al una tendenza disgregativa e centrifuga in corso. Per essere più esplicito, qualora tutti/e voi svegliaste domani mattina e veniste a sapere che il sottoscritto è diventato segretario generale della CGIL ed i compagni/e che fanno riferimento a SEL occupano i posti più importanti della confederazione mentre tutto resta come è vorrebbe dire che siamo in presenza di un fallimento.
E’ opportuno dircelo per come è; il recente congresso della CGIL è stato un acceleratore della crisi perché non ha fornito risposte all’altezza dei problemi.
Chi conosce la situazione sa che è molto diversa da quella descritta dalla stampa. Non si è trattato di un congresso su contenuti; cioè del confronto tra linee di sinistra e posizioni più moderate anzi, non solo si è praticato, ma si è anche teorizzato che questa modalità dovesse essere superata attraverso aggregazioni trasversali ai contenuti che si sono misurate sugli assetti, sul modello di sindacato, sui rapporti di potere.
Ciò che si riscontra oggi come risultato è una frammentazione della CGIL che oggi è in balia di gruppi di potere e di equilibri segnati dalla concertazione di tra “capobastone” di minoranza e maggioranza; di uno scadimento impressionante dei valori etici e dei comportamenti e di processi di formazione dei gruppi dirigenti imperniati sulla fedeltà alla cordata di riferimento.
Bisogna aggiungere che l’esito di questo congresso ha visto il frammentarsi delle posizioni di “sinistra” ed il rafforzarsi delle posizioni moderate.
Ci sarebbe bisogno di una nuova sinistra CGIL in grado di produrre una linea di fondo efficace a rispondere ai problemi che la CGIL ha di fronte, che si ponga il problema del rinnovamento delle linee sindacali e contrattuali, che sia in grado di parlare a tutta l’organizzazione per convincere sulle ragioni del cambiamento, che ponga esplicitamente una sfida generale su una compiuta democrazia, pluralismo e rappresentanza. Ci sarebbe bisogno di tornare dai lavoratori riattivando i canali di democrazia interna che sono inceppati.
Domanda:
E’ più importante aiutare le/gli amiche/ci a fare carriera all’interno del partito di “nuova foggia” ma con pratiche (questa sopra citata) non molto giovani a quel che ricordo, oppure sarebbe il caso di tenere più in considerazione chi lotta da sola/o e si contrappone al disfacimento di questo “modello di sviluppo capitalista”?.
Già se si facesse quest’ultima cosa potremmo dire di aver cambiato modo di fare politica.