Burqa

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Sotto il burqa c’è una donna e ogni donna è una donna. Anche sui monti dell’Hindukush dove il trattamento riservato alle donne è quello che è  - spesso terrificante – e le guerre non hanno fatto altro che peggiorare le cose. La signora Laura Bush nell’autunno del 2001, mentre partivano i bombardieri per radere al suolo Kabul, si rivolse con una discorso alla nazione americana per spiegare che la guerra serviva a dare la libertà alle afgane prigioniere del burqa. Ci vuole del coraggio a dire cose così.

Ma anche a proclamare per legge il divieto del burqa.

Ogni donna è una donna ovunque, figuriamoci se questo non vale tra i fragori pubblicitari e mercantili delle metropoli  occidentali, dove le tracce della presenza femminile portano tenacemente ovunque, partendo da ogni dove del mondo e costruendo mondi che non sono più quelli di una volta. Anche per quelle con il burqa.

Ogni donna è una donna. Se non si parte dalla realtà dei soggetti, niente trova risposta in avanti e permangono immutate, sul campo e nel tempo, le difficoltà, le contraddizioni, le ostilità, che nascono fisiologicamente dall’incontro di mondi differenti, e oggi, nell’estremizzazione identitaria che spesso l’incontro globale produce, possono essere terribili, fino al conflitto e alla guerra. Nulla insomma di un mondo complicato come quello che viviamo, se non partiamo dalla realtà dei soggetti, può essere visto davvero per quello che è e darci luce e bussola per affrontare i problemi. Le radici umane che stanno all’origine delle storie scompaiono sempre, dietro le muscolari prestazioni identitarie dei guardiani dell’ortodossia di appartenenza. Da una parte e dall’altra. E le soluzioni invocate in Paesi come il nostro o nella Francia di Sarkozy – sempre peggio, sempre peggio “monsieur le Président” – si riducono per lo più alla proclamazione di un punto di vista stereotipato, presentato in forma di principio basilare della convivenza umana; oppure all’applicazione autoritaria del medesimo per il tramite della legge. Anche Fini, neofita repubblicano alla Sarkozy, applaude al divieto per legge del burqa. E così, invece di alleggerire contraddizioni e conflitti, gli statisti della laicità dello Stato intesa a modo loro li aggravano; invece di costruire ponti erigono muraglie. E le acquisizioni di civiltà giuridica dell’Europa – spesso straordinarie – si vanno a far benedire mentre inutilmente l’Europa sanziona scelte nazionali che la disgregano.

Stato laico. Che laicità è quella di uno stato che detta le regole del vestirsi? E spesso del come vivere la propria vita?

In Italia, che laica è solo per scherzo, lo stato pretende di imporre alle donne – non solo a loro ma soprattutto a loro – scelte di vita sui temi cosiddetti eticamente sensibili. Esistenza umana sotto controllo. E non da oggi, per stare al tema del burqa, molti esponenti e personaggi della politica e delle istituzioni si occupano, soprattutto in territori in altri tempi civilissimi, come la Lombardia, il Veneto e via enumerando le postazioni leghiste, dell’abbigliamento delle donne. Solo di quelle coperte, per fortuna nostra. L’imposizione del come vestirsi, per uomini e donne, ma soprattutto per le donne, è da sempre il tratto distintivo dei regimi patriarcali tradizionali e di quelli che si fondano sul primato giuridico oltre che sociale della religione. Non solo nei mondi dell’Islam, anche se là l’uso politico della religione in forma estremistica ha dato luogo a un fanatico fondamentalismo etico che oggi spasmodicamente fa centro – non a caso – sul corpo delle donne. E come per una sorta di malefico contrappasso, di inquietante implosione di civiltà, è lo stesso corpo ad accendere qui da noi infiammate discussioni su libertà, diritti dignità delle donne nonché laicità dello Stato, stimolando la messa in atto della norma prescrittiva in materia di abbigliamento. Burqa? Vietato punto e a capo. Bel modo sbrigativo di affrontare il mondo globale.

E quella – la donna – che ci sta dentro – al burqa – e magari attraverso il reticolo del catafratto copricapo cerca con fatica di capire in che mondo è capitata ed è comunque contenta di poter accompagnare a scuola la figlia piccola tra tante bimbe così colorate e svolazzanti, molte delle quali assomigliano alla sua – e forse sente il peso di quel’abbigliamento così ingombrante nelle nostre strade ma forse anche non lo sente perché ci è abituata oppure perché le è caro per antiche consuetudini. Oppure lo odia e vorrebbe strapparselo di dosso. Ma non osa, non può, non si sente né autorizzata moralmente né protetta socialmente né tutelata giuridicamente.

Caro Stato, come fai a dirti laico se pretendi che un punto di vista sull’abbigliamento femminile sia “il” punto di vista giusto, santo, accettato?

Stato etico, più che laico, e l’etica laica può portare agli auto de fé – cioè atti di fede estremi, le dee ce ne scampino – non diversamente da quella religiosa, soprattutto in questo mondo globale che soltanto l’incontro amichevole di civiltà diverse potrebbe salvare e invece ogni momento rischia il collasso per lo scontro ostile che prevale.

Ogni donna è una donna. Anche sotto il burqa.

La bussola per orientarsi dovrebbe essere quella di misurarsi davvero con il complesso mondo delle donne che vivono il burqa o il velamento completo, capire che cosa pensano, che cosa vogliono, costruire luoghi e occasioni di dialogo, a partire da come siamo, noi e loro. Perché il mondo dovrà andare avanti così o andrà tutto a carte quarantotto. E capire, in un contesto così costruito, se ci sono casi – ci sono ovviamente – di sopraffazione e di violenza da parte della comunità di appartenenza, o del maschio padrone – noi qui dovremmo essere magistrali nel capire questa disposizione dell’animo maschile – e come concretamente aiutare quella donna, quel gruppo di donne, e scalzarla, ridimensionarla, neutralizzarla quell’indegna violenza.  Se c’è richiesta d’aiuto e di protezione, senza nessuna incertezza quella donna deve essere aiutata dalle istituzioni pubbliche. Ma ci sono donne che soffocano nel burqa e molte altre che vogliono continuare a vivere velate, perché quell’abbigliamento fa parte della loro esistenza, le protegge, le identifica .- spesso anche ragazze di seconda o terza generazione – le fa sentire pie donne, degne madri e che ne so io. E altre non vogliono avere problemi con la famiglia, con la comunità, non viene loro neanche in testa che ne possano avere di problemi per l’abbigliamento. Ce ne sono. E allora? Tutto questo insomma per dire che non è la stessa cosa, non deve essere la stessa cosa, una cosa e l’altra   Per uno Stato che agisca secondo una concezione laico-liberale e non secondo l’attribuzione a se stesso di un mandato etico ogni caso è un caso e tutta la materia delle convivenza tra culture diverse va affrontata laicamente sul campo, attraverso la sperimentazione democratica del parlarsi, confrontarsi, cercare soluzioni. Le donne possono essere maestre in questo. Basta non metterle sotto scacco con una legge che anziché alleggerire la loro vita la complicherà

Basta provarci. Con qualche convinzione e ostinazione.

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Angela 4 ottobre 2010 - 17:36

Non sono affatto d’accordo.
E’ più importante far passare il messaggio che la legge difende chi vuole tentare di liberarsi dai soprusi e dalla gabbia di tradizioni medievali umilianti per la donna.
Meglio un NO per legge, che può apparire “cattivo”, piuttosto che lasciar correre una usanza che rinforzerebbe ed avallerebbe le posizioni oppressive di certi maschi.
In Norvegia per raggiungere la parità uomo-donna ai vertici delle aziende hanno dovuto fare delle leggi che potevano sembrare delle forzature, ma si sono rese necessarie perché, lasciando che le aziende si adeguassero “con il tempo”, si è visto che non si otteneva nessun progresso in termini di crescita femminile. Alla fine in Norvegia quelle leggi di imposizione di una certa percentuale di donne nel mondo del lavoro sono risultate vincenti per tutta la società.
Credo che la sinistra debba decidersi a fare dei passi avanti su queste problematiche e guardare alla realtà più che all’utopia.

Andrea 20 settembre 2010 - 14:10

Bossi non ha fatto assolutamente un buon lavoro nel convincermi nel convincerci che il burqua è un cenciaccio da medioevo.E’ la mia convinzione che mi porta a pensare cio’.Da laico non tollero le religioni teocratiche che limitano la libertà di ogni individuo di ogni essere umano.La mia ideologia politica da sempre di sinistra o estrema sinistra mi ha sempre indotto a detestare ogni fascismo religioso e politico, ogni religione fascista, ogni credenza fascista, ogni imposizione fascista.E voler obbligare le donne a coprire la propria identità la reputo una imposizione fascista e maschilista.Poi ognuno puo’ pregare chi vuole,ci mancherebbe altro.. la libertà di culto è scritta nella costituzione.

Alfonsodt 19 settembre 2010 - 14:35

STEFANO D’ALLAGATA lungi da me imporre le mie idee e tirare fuori quelle che Tu chiami amenità,saranno per Te anche dissennatezze quello che io penso e scrivo,ma rimango dell’idea che per legge un paese civile non impone l’integrazione ma la costruisce,sè poi i lagher di gheddafi per Te sono fesserie non posso farci nulla,ma per me sono una cosa seria e come tale andrebbero trattati,però capisco ma non comprendo che per Te queste sono amenità.- come sempre un saluto di sinistra.a proposito se Vuoi puoi chiamarmi al 3286934639.-cosi saremo più concordi e meno ameni.ciao!alfonso di tullio mil/te SEL.

Stefano Dall'agata 18 settembre 2010 - 20:15

Magari provare ad ascoltare le vittime è una cosa di sinistra!
http://lunanuvola.wordpress.com/2010/09/18/voci-non-udite-territori-inesplorati/

Stefano Dall'agata 18 settembre 2010 - 20:14

@alfonsodt
Mi fa piacere che tu possa condividere quello che dico, fai uno sforzo e condividi.
Il fenomeno lo contrastiamo anche con una legge come quella francese, sempre che vogliamo contrastarlo.
Mi pare che spesso vi sia l’indifferenza di alcune/i nei confronti di quello che non capita a loro, scivolando in un relativismo culturale per cui tutti i gatti sono bigi, ed i più deboli poi alla fine pagano il conto: donne e bambini.
E se è usanza di vendere una bambina come moglie, cerchiamo di capire e di parlare?
Andare a viso scoperto è naturale, col passamntagna in agosto un po’ meno.
Prova ad indossare un burqa e poi dimmi se può essere libera scelta.
E non tirar fuori Gheddafi ed altre amenità, io l’accoglienza la pratico, ma la inciviltà la combatto.
Se vuoi che ne parliamo a voce non ho problemi: cell. 3298321500
PS
Quoto in toto quanto scritto da Alberto Ferrari.

Alberto Ferrari 18 settembre 2010 - 18:36

Caro Alfonso, stiamo attenti o allora dovremo anche giustificare i cinesi che lavoprano 14 ore al giorno, quelli che accettano tutte le regole padronali e perchè no, anche il maschio padrone se alla donna sta bene.

Alfonsodt 18 settembre 2010 - 12:57

caro STEFANO DALL’AGATA posso anche condividere quello che Tù dici,ma a mè personalmente mi manca un pezzo e cioè quello che Tù ometti di dire,il come lo contrastiamo questo fenomeno,creiamo campi di accoglienza(lagher) come gheddafi e finchè non accetteranno di vivere all’europea o all’italiana rimarranno rinchiusi là dentro,o meglio faremo pagare delle multe salatissime a quelle donne che forse non hanno neanche i soldi per comprare il pane per sfamare la loro prole,o meglio ancora li rimetteremo sù degli aeerei e li rispediremo a casa loro sè c’è l’anno ancora una casa nella loro terra,io proprio perchè rispetto le persone e non le usanze dico che a queste persone và dato il tempo per una corretta e sana integrazione,con una accoglienza da parte nostra sincera e non di facciata,poi sè tutto questo mio modo di vedere l’integrazione di queste persone a qualcuno gli sà tanto di pilatesco ,bontà sua,non posso farci niente,ma rimango dell’idea che l’accoglienza quella con la A maiuscola non la si impone ma la si costruisce dentro una società civile, altrimenti ognuno di noi dovrebbe rivedersi un pò dentro sè stesso e porsi una semplice domanda, perchè devo accettare un soggetto diverso da mè e soprattutto come.- buona riflessione a tutti e un saluto di sinistra a tutti.- alfonso di tullio mil/te SEL.

Alberto Ferrari 18 settembre 2010 - 11:46

Anche Pilato rispettò la cultura locale e … chiese al popolo.
Io francamente questa posizione un po’, scusate il termine, “in-differente” di una parte dei compagni, non riesco a condividerla. La nostra cultura, dai Di Vittorio, ai Lama ai Berlinguer e tanti altri ci ha insegnato a batterci in difesa delle parti più deboli contro tutti gli integralismi contro tutte le oppressioni. Non si tratta dell”arroganza” dell’occidente contro le altre culture. Ma di diritti, in occidente faticosamente conquistati e sempre messi in discussione dalla destra, contro oppressione. Possiamo discutere delle forme,dei modi, sicuramente dialoganti e pacifisti, con cui difendere questi valori di libertà e dignità delle persone. Ma no discutere dei valori per un malinteso senso di “libertà” che assomiglia molto all’”indifferenza” e all’equidistanza tra oppressi/e e oppressori. Certo i valori non si mettono solo per legge, ma occorre con-vincere. Fare educazione pedagogica. Ma alche il lavoro per non più di 8 ore/al giorno fu poi difeso per legge e non lasciato solo a quando i datori di lavoro se ne fossero convinti.

Matteo Pessina 18 settembre 2010 - 10:40

Penso che il burqa sia una forma di violenza dell’uomo sulla donna. Tuttavia una legge che lo vieta rischia di far chiudere in casa le donne che sono costrette a farne uso. Il mio gatto quando ha paura nasconde la testa sotto il cuscino; nel momento che non vede pensa che non esista più il problema. Il rischio è questo: una sofferenza celata.
Sarebbe ideale creare dei centri di ascolto, magari presiedute da donne islamiche emancipate, attraverso i quali si possa assicurar custodia delle donne che intendono liberarsi da una vita costretta.

Stefano Dall'agata 18 settembre 2010 - 08:41

@ alfonsodt
Noi dobbiamo rispettare le persone, non le usanze e i costumi.
O vogliamo rispettare le usanze e i costumi anche degli adepti al Ku Klux Clan? Se le usanze e i costumi sono degradanti e violano l’integrità degli esseri umani come l’infibulazione noi abbiamo il dovere di contrastarli.
Nella fattispecie della legge francese sottolineo che vi è la sanzione per chi obbliga una donna ad usare il burqa, e trattandosi, come ben dice Giuliana Sgrena, di “una imposizione patriarcale ben sfruttata dai fondamentalisti”, mi sento di sottoscriverla in pieno.
Dire che un essere umano, una donna in particolare, non deve mostrare il proprio volto e/o legittimare chi lo dice è complicità con una delle forme più schifose di clerico/fascismo.
Aspetto comunque un articolo altrettanto scandalizzato nei confronti di tutti i provvedimenti di legge dei clerico/fascismi islamici nei confronti dell’abbigliamento delle donne, a partire dall’Iran e continuando con Hamas e l’Indonesia, ecc.
E viva Sakineh, viva e libera!

Alfonsodt 18 settembre 2010 - 08:24

anche sè stiamo attraversando un periodo difficile mi sento di dire che vivo ancora in una repubblica e in uno stato democratico,sono di sinistra e sono un militante di SEL,sono per la libertà di ognuno di noi e per il rispetto del vivere civile di ognuno di noi dentro questo bel paese,sè siamo un paese democratico,non lo possiamo essere a corrente alternata,dobbiamo rispettare le usanze ed i costumi di coloro che accogliamo dentro il nostro territorio,non possiamo imporre per legge un qualcosa che và a cozzare con gli usi e costumi delle popolazioni che vengono da noi,possiamo spiegare loro sia essi uomini e sia esse donne,che in italia ci sono le leggi e queste vanno rispettate,ma non imposte,prima dobbiamo farli integrare e poi far capire loro che qui sono in un altro paese e che forse certe loro usanze cozzano con il vivere sociale delle poplazioni del luogo,rigettare le loro usanze come scontro di civiltà o peggio di religione non aiuta l’integrazione di questi popoli con il nostro,perchè imporre per legge una negazione di un loro uso e costume sia esso anche il burqa ha l’effetto contrario di quanto da detta legge è voluto,mentre aiutare a far capire che qui le donne non sono un oggetto per il maschio,ma sono persone a tutti gli effetti e come tali in questo stato vengono trattate, piano piano può anche darsi si riesca a far capire a queste donne e ai loro uomini che forse la loro cultura e le loro usanze non sono confacenti con le usanze e le culture di noi italiani,concludo dicendo che sè siamo un paese civile dobbiamo civilizzare e non demonizzare anche coloro che vengono da paesi dove forse questo termine “civiltà” è ancora agli albori del loro vivere sociale,con questo non voglio dire che dobbiamo rinunciare al nostro per accettare il loro modo di vita,ma semplicemente dimostrare loro che un paese civile riesce con le proprie strutture a far convivere senza l’uso della forza e della violenza realtà sociali diverse e contrapposte culturalmente e religiosamente parlando.- come sempre un saluto di sinistra atutti alfonso di tullio mil/te SEL.

Alfonso Gianni 17 settembre 2010 - 20:17

Discussione singolare. Non si vuole lo stato etico,ed è giusto, ma nemmeno si può ricadere nello stato fai da te. In altre parole tra l’imposizione di una verità universale e il relativismo assoluto, che giustifica ogni cosa in nome della salvaguardia della diversità culturale, ci deve pure essere un’altra strada da percorrere. Tempo addietro lessi un’intervista fatta a delle ragazze provenienti da pesi musulmani e residenti in Francia. Una di queste diceva: “insomma, a casa vogliono che mi metta il velo, a scuola che me lo tolgano, ma nessuno chiede il mio parere o mi lascia libera scelta.” Vero, è proprio così. Lo stato eccellente è quello che garantisce l’effettuazione delle libere scelte individuali. Il che significa contenere, se non evitare, ogni condizionamento religioso che rivendichi un trattamento di eccezione. Infatti siamo contro la possibilità che i medici di una struttura pubblica possano decidere di rifiutare aborti secondo la legge vigente. Le libere scelte entrano necessariamente in contatto con la collettività. Non solo e non tanto la famiglia. La legge è chiamata a garantire la convivenza civile, non l’etica. Ha ragione quindi chi dice: se in uno stato vige una legislazione che impedisce di coprirsi il viso in luogo pubblico, la cosa da mettere in discussione sarebbe casomai questa disposizione generale, non fare eccezioni per il burqa. Allo stesso modo che laddove vi fosse una legge che lo imponesse nessuno di noi, immagino, si limiterebbe a battersi per il proprio diritto all’eccezione lasciando il resto inalterato. Ha ragione quindi Deiana quando dice che ogni problema va affrontato laicamente e nello specifico. Ma è proprio in questo specifico – il burqa – che ha ragione, almeno così mi sembra, Giuliana Sgrena: sotto il burqa c’è una donna, ma fra questa e il burqa non vedo
garrire alcuna bandiera di libertà. O no?

Stefano Dall'agata 17 settembre 2010 - 19:50

Magari è bene leggersi qualcosina a proposito di libertà e integrità femminile
http://www.ildialogo.org/donna/tempipiu22062007.htm

Stefano Dall'agata 17 settembre 2010 - 19:47

@ anna maria di miscio
Che si possa arrivare a far discorsi strani (e mi fermo qui sulle definizioni) rispetto all’infibulazione da il senso di quanta strada all’indietro ha fatto la civiltà in Italia.
Dice bene chi parla di un “razzismo democratico” che prevede i diritti umani come qualcosa che va bene per la nostra cultura, ma che non li prevede per chi appartiene ad altre “culture”.

Elena Colombini 17 settembre 2010 - 18:30

Nella nostra società non è possibile girare con il volto coperto per motivi di sicurezza…per cui sono d’accordo di vietare il burqua integrale (quello che nasconde il viso). La cosa che invece mi fa male da cittadina italiana e da toscana è vedere che anche a sinistra c’è chi giustifica la creazione dei CIE, portando come motivazione la realizzazione di luoghi “più umani e controllati” rispetto a quelli edificati in altre parti d’Italia. Per me recludere un innocente è sempre sbagliato..in qualsiasi modo lo si faccia. Vorrei che SEL nazionale si schierasse in modo netto e “rumoroso” contro questa aberrazione.

Giuliana Sgrena 17 settembre 2010 - 15:23

scusatate i numerosi errori ma la tastiera mi salta delle lettere

Giuliana Sgrena 17 settembre 2010 - 15:21

Paare del burqa come di un vestito è come parlare della cintura di castità come d gingillo. Allora diventa etremamente mistificatorio dire che si parla di una donna, si parla di un fantasma. Questo non vuol dire che sotto quel fardello non ci sia una donna, ma che quella donna è resa invisibile da quel fardello, che la priva oltre che di visibilità anche di dignità (mi direte che l’ha detto fini, peccato che invece a sinistra nessuno se ne accorga). Nella mia vita o avuto modo di incontrare molte donne musulmane, laiche, credenti, praticanti e anche aderenti a movimenti fondamentalisti. Non ho mai trovato una donna che mi abbia detto di trovarsi bene in quei panni, che peral(almeno il burqa) non appartiene alla consuetudine, era usato nelle campagna afghane, ma già negli anni 20 il re aveva abolito il velo (il velo, non il burqa)! E poi molte donnne che portano il niqab in Europa sono le convertite, dunque al massimo possono avere nella loro tradizione il fazzoletto della bisnonna. Non ha caso ho fatto il paragone con la cintura di castità, perché il velo e ancor più il burqa serve al controllo della sessualità della donna considerata proprietà del maschio. E questa idea è così introiettata che le donne afghane che nonostante la caduta dei taleban continuavano a portare il burqa lo facevano perché speravano che questo le preservasse da violenze, che erano soprattutto sessuali. Poi avrebbero scoperto che non bastava il burqa a proteggerle e anzi lo usano anche le donne che si prostituiscono a Kabul per non farsi riconoscere. Il burqa è una parete che esclude la donna dalla partecipazione alla vita sociale, che la relega nel suo “interno” anche quando esce per strada e magari inciampa perché non vede dove mette i piedi. Questo dovrebbe essere un segno di libertà? Ma quale libertà se si nega l’esistenza di questa donna che non può farsi vedere nemmeno da una guardia alla frontiera perché è il marito che garantisce per lei?
Dunque non è tradizione, nemmeno religione (le donne non posssono avere il viso coperto alla Mecca) e allora cos’è se non una imposizione patriarcale ben sfruttata dai fondamentalisti?
Sul modo migliore per garantire alla donna la liberazione da questo orrendo fardello si può discutere ma sul fatto che sia un simbolo dell’esclusione e della oppressione della donna io sono convinta.

Andrea 17 settembre 2010 - 14:56

però va visto quanto la società lasci libera la donna di decidere sulla propria persona, e poi diciamolo con franchezza, coprire interamente la persona e fuori da ogni regola civile dell’essere umano.

Skeight 17 settembre 2010 - 11:31

Se c’è un diritto della donna come individuo a vestirsi come preferisce, questo deve essere tutelato contro le ingerenze di tutte le istituzioni, lo Stato come la famiglia.
Se non vogliamo che lo Stato impedisca alle donne di portare il burqa se lo vogliono, il primo passo è tutelare quelle donne che non lo vogliono ma subiscono l’imposizione da parte della famiglia. Il tema è delicatissimo, e non si può prediligere uno dei due aspetti ignorando l’altro. Sarebbe cosa buona e giusta che SEL, negli enti locali dove è in giunta, promuovesse ovunque centri antiviolenza e di ascolto per non lasciare sole le donne immigrate che si vogliono emancipare da usi oppressivi. Questa è l’unica strada per conciliare tutti gli aspetti della laicità, ma se non si ha la forza o la volontà di seguirla, allora la soluzione di Sarkozy e Fini diventa quella più accettabile in termini di progressismo.

Andrea 17 settembre 2010 - 10:00

quasi tutte le religioni monoteiste parlano di capo coperto in luoghi consacrati , se non erro,cristiani , ebraici, e islam. ma non credo di che si parli di volto e corpo interamente coperti.

Anna Maria Di Miscio 17 settembre 2010 - 08:46

E’ il limite di ogni “civilizzazione”, la mia verità e non la tua, ti impongo con violenza la mia per il tuo bene, ammesso che ci sia ancora un bene comune, condiviso e residuo in questa recrudescente italietta naziskin. Certo non è facile porsi nella condizione dell’ascolto e dell’attesa che la differenza che l’alterità culturale rappresenta con il burqa diventi persona a tutto tondo, e non piuttosto come di fatto appare un alieno.Ma una cosa appare in tutta la sua necessitante urgenza, il legislatore deve poter cambiare idea sulla inutilità, anzi sugli effetti devastanti dell’imposizione a norma di legge del divieto di burqa, e il decisore delle politiche deve aprire a strategie altre, ad altre pratiche antropologicamente informate e orientate alla dialogica, che sono l’unico orizzonte di civiltà, di possibilità nell’incontro tra culture in movimento.

Forse un esempio per tutti può essere utile a comprendere quanto e come perseguire e norma di leggere comportamenti radicati nella storia e nella cultura di comunità immigrate produce non la riduzione del fenomeno quanto piuttosto la sua latenza nelle pratiche quotidiane e tra le pareti domestiche. L’infibulazione diventata reato, comportamento perseguibile a norma di legge, ha avuto effetti imprevisti dal legislatore ma ben noti al socio-antropologo, ovvero la proliferazione di pratiche clandestine e l’aumento esponenziale del rischio sanitario per le popolazioni immigrate coinvolte.

Stefano Dall'agata 17 settembre 2010 - 07:25

Segnalo che c’è il divieto di girare nudi in Italia, ed anche a torso nudo fuori dalle località balneari.
Violazione della libertà?
Poi l’ipocrisia nel voler difendere presunte identità altre. le cosiddette donne libere di velarsi lo sono tanto quanto lo sono le ragazzine (e le donne) scheletriche che non mangiano per rincorrere l’ideale di bellezza imposto (di imposizione culturale si tratta).
E quelle che mettono il velo per essere “buone musulmane” sono complici del sistema ceh dice che le donne che non lo indossano sono “cattive”.
Le ragazze mususlmane in Francia si ribellarono con il motto “né puttane, né sottomesse”, ci ricordiamo?

Luca Micaloni 17 settembre 2010 - 00:13

Se da un lato è aberrante quanto semplice pensare di assimilare tutto ai valori occidentali, magari sotto la retorica territorialista delle “regole del luogo” (pretesa che ci accomuna ai regimi orientali repressivi tanto aborriti), dall’altro ste culture devono interagire. Non possiamo limitarci al rispetto sterile delle differenze. Non possiamo, in quanto occidentali che hanno attivato un discorso postmodernista, farci da parte, rinunciare a qualunque specificità per diventare contenitore il più possibile asettico di differenze protette dal pregiudizio multiculturalista. Non possiamo diventare noi dei non soggetti. Concordo con l’opinione secondo cui imporre per via legale norme di abbigliamento è controproducente e risnalda le resistenze identitarie. Ma non dobbiamo rifugiarci in una retorica edificante. Piuttosto, occorre mettere le carte in tavola, dire chi siamo e cosa pensiamo, cercando di limitare i posizionamenti gerarchici, e costruire una narrazione comune con chi è diverso da noi. Ma deve essere chiaro che noi partiamo da una concezione in cui nei luoghi pubblici si mostra il volto, le donne hanno certi diritti, etc…Solo come soggetti ricchi di determinazioni, e non come contenitori vuoti, possiamo metterci in ascolto di altri soggetti. Altrimenti gli altri soggetti vivono isolati e si fanno dei bei monologhi, ignorati dalla comunità, salvo poi ritrovarsi sul groppone qualche decreto che gli vieta qualcosa.

Maurizio 16 settembre 2010 - 23:48

Sono d’accordo a vietare il burqa.
In primo luogo, è uno dei simboli della sottomissione della donna all’uomo. Il fatto che anche negli stati occidentali la donna è ben lungi dall’essere realmente e completamente emancipata, non è giustificazione dell’obbligo ad indossare un capo che la copre completamente, rendendola una “non-presenza”, un oggetto nelle mani del padre prima, del marito poi.
In secondo luogo, quando si va in pubblico bisogna essere riconoscibili. Ci sono leggi in tal senso. Non si può andare in giro col passamontagna, non si può andare in giro col burqa.
Obbligare a non portarlo non è un’imposizione, ma un atto di civiltà.

Francesco Martone 16 settembre 2010 - 23:31

io credo che l’approccio che propone Elettra sia quello giusto, perche’ mette al centro la donna come soggetto della propria liberazione. E non come oggetto di tutela o di discriminazione, per la sua pelle, religione o altro. E’ dalla comprensione e dalla possibilita’ di dar voce a quei soggetti che passa la strada per la loro liberazione. E noi non possiamo fare altro che contribuire ad alimentare la discussione, e mettere in crisi stereotipi e false soluzioni. Se poi questo è un discorso troppo delicato, beh, come diceva qualcuno la rivoluzione non è un pranzo di gala. Anzi. Questo secondo me deve essere SEL, un soggetto che non rinuncia ad interrogarsi, che non si chiude alle contraddizioni della societa’ postmoderna, che invece si sforza di comprenderne le varie sfaccettature, ed attraverso un lavoro paziente di tessitura di reti, anche come dice Elettra, con quelle donne, prova a costruire un processo collettivo di trasformazione sociale e culturale. E francamente se questo rischia di farci perdere voti, beh, credo che il gioco valga la candela.

Anna Maria Di Miscio 16 settembre 2010 - 22:48

Fini difende il divieto di burqa: “Giusto per la dignità delle donne”

L’arroganza e la presupponenza di essere nel potere di imporre il divieto del burqa, laddove dall’Africa subsahariana al medioriente non sussiste alcuno obbligo per una donna occidentale di indossarlo.

Il bianco, macho, occidentale ha ancora da apprendere i codici più elementari di una cultura della differenza e di una cultura come processo, e non come di fatto è da più parti imposto, una deculturazione per legge, diritto di imporsi come unico io, che assorbe, devastandolo, ogni altro io.

Il divieto di burqa oggi ci racconta molto della prepotenza del nostro fondamentalismo occidentale, è un indicatore del potere di imposizione di una cultura dominante, dell’integrazione violenta e igienizzante, acido muriatico sul volto della differenza.

Abbiamo ancora molta strada da fare sulla via del dialogo rispettoso dell’alterità, piuttosto che della tolleranza.

Le nostre certezze sulle verità dell’altro sono distruttive, dicono: la mia verità e non la tua. Così è stata la conquista dell’America, descritta dal Todorov, la dice lunga su cosa vuol dire “scoprire” l’alterità come forma di devastazione di ogni alterità, di genocidio.

Qui non si tratta di indossare il burqa, o meglio potrebbe essere in un tempo e in luogo circoscritti un atto di solidarietà, e neanche marronizzarsi-esotizzarsi come forma di omogeinizzazione culturale, tutti uguali perchè tutti marroni, si tratta piuttosto di apprendere l’alfabeto della differenza e i codici del dialogo orizzontale tra culture.

Senza un sopra e un sotto. Laddove è sempre l’Occidente il “sopra”, e ogni “esotico” è sempre il “sotto”, dunque da sottoporre ad integrazione forzata, come se davvero l’altro fosse tabula rasa su cui poter scrivere il testo unico della nostra Cultura.

Allora, la corretta modalità di approccio al problema è avere piena consapevolezza che il cambiamento può essere una possibilità e non una necessità calata dall’alto di un presunto quanto improbabile frullatore culturale, che omogeneizza, tritura, mi tritura.

Allora, io posso vestire o svestire il mio volto, ma solo se ogni mio gesto, parola, cadono nello spazio di accettazione della mia differenza, è possibile solo nell’esperienza individuale e collettiva del dialogo, nel rispetto dei tempi e dei processi mentali e culturali dell’altro.

Nello uno scontro-confronto tra culture differenti si attivano processi di ibridazione culturale, in cui l’integrazione-acculturazione a modelli differenti ha, deve avere, i suoi tempi e i suoi spazi. L’accellerazione in una direzione o nell’altra dipende da un insieme di fattori, variabili, dalle condizioni di accoglienza delle comunità coinvolte, dalle politiche di integrazione modulate su singolari e rilevanti ambiti, dall’educazione sanitaria alle politiche abitative, alla tutela del lavoro.

Il divieto di burqa non fa che inasprire relazioni interculturali già di per sè complesse, di certo non promuove il cambiamento ma lo frena mentre impone, forzando nella direzione inversa, norme punitive che ottengono una inevitabile resistenza delle comunità coinvolte. A norma di legge, sia ben chiaro, non sarà mai possibile modificare comportamenti radicati nelle culture di appartenenza.

Cinzia Casalvieri 16 settembre 2010 - 22:30

Pessimo intervento. Mi dispiace molto leggerlo da un’esponente di SEL.

Alberto Ferrari 16 settembre 2010 - 19:05

Cara Deiana non condivido il tuo intervento forse troppo snob.Certo noi “occidentali” non viviamo nel mondo migliore possibile e certamente neppure in una società dove la parità di genere è risolta. Ma ciò non ci autorizza ad peggiorarci.

Stefano Dall'agata 16 settembre 2010 - 17:59

Il burqa non è libertà, è costrizione (magari con il lavaggio del cervello). Inoltre è chiaramente il simbolo della sottomissione delle donne agli uomini.
Elettra Deiana stai sbagliando.

Simona 16 settembre 2010 - 17:24

ma il problema non è che noi decidiamo come si deve vestire… il problema è che deve essere identificabile. va bene vietare il velo, ma solo quando è integrale, tutto qui… non mi sembra restrittivo dei diritti di una persona, mi sbaglio?

Roberto De Falco 16 settembre 2010 - 16:50

discorso pessimo , per me vietare il burqua e come vietare il porto di pistola in pubblico. e’ il minor male. chi difende il burqua in nome della liberta’ sbaglia di brutto.

Ambri 16 settembre 2010 - 16:28

stiamo attenti, lo sappiamo tutti che questo è un argomento dove SEL non può ricevere la simpatia degli Italiani.
Non possiamo, in nome della nostre idee, mandare al macero la possibilità di avere un risultato importante per la sinistra che tutti noi vogliamo.
anche perchè finche SEl non conta sulla scena politica possiamo solo limitarci a protestare ma questo non cambia le cose.
Usiamo un po di tattica, sono stanco di lottare per nulla.
ciao a tutti

Riccardo Mansi 16 settembre 2010 - 16:07

Ancora con questo divieto burqa…c’e’ una legge che vieta di andare coperti con il volto…? Basta…e’ valido per il burqa come per il casco (tranne quando vai in moto) che per un mascheramento qualunque! Non strumentalizziamo sempre e comunque!

Silvana 16 settembre 2010 - 14:35

se il burqa è un desiderio della donna posso essere anche daccordo, ma se è un imposizione dell’uomo verso la sua donna o la religione via il burqa perchè nessuno può essere così schiavo da non poter mostrare il suo viso

Maddalena 16 settembre 2010 - 14:29

povero vecchio femminismo: si rivolta nella tomba!!!

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