Sotto il burqa c’è una donna e ogni donna è una donna. Anche sui monti dell’Hindukush dove il trattamento riservato alle donne è quello che è - spesso terrificante – e le guerre non hanno fatto altro che peggiorare le cose. La signora Laura Bush nell’autunno del 2001, mentre partivano i bombardieri per radere al suolo Kabul, si rivolse con una discorso alla nazione americana per spiegare che la guerra serviva a dare la libertà alle afgane prigioniere del burqa. Ci vuole del coraggio a dire cose così.
Ma anche a proclamare per legge il divieto del burqa.
Ogni donna è una donna ovunque, figuriamoci se questo non vale tra i fragori pubblicitari e mercantili delle metropoli occidentali, dove le tracce della presenza femminile portano tenacemente ovunque, partendo da ogni dove del mondo e costruendo mondi che non sono più quelli di una volta. Anche per quelle con il burqa.
Ogni donna è una donna. Se non si parte dalla realtà dei soggetti, niente trova risposta in avanti e permangono immutate, sul campo e nel tempo, le difficoltà, le contraddizioni, le ostilità, che nascono fisiologicamente dall’incontro di mondi differenti, e oggi, nell’estremizzazione identitaria che spesso l’incontro globale produce, possono essere terribili, fino al conflitto e alla guerra. Nulla insomma di un mondo complicato come quello che viviamo, se non partiamo dalla realtà dei soggetti, può essere visto davvero per quello che è e darci luce e bussola per affrontare i problemi. Le radici umane che stanno all’origine delle storie scompaiono sempre, dietro le muscolari prestazioni identitarie dei guardiani dell’ortodossia di appartenenza. Da una parte e dall’altra. E le soluzioni invocate in Paesi come il nostro o nella Francia di Sarkozy – sempre peggio, sempre peggio “monsieur le Président” – si riducono per lo più alla proclamazione di un punto di vista stereotipato, presentato in forma di principio basilare della convivenza umana; oppure all’applicazione autoritaria del medesimo per il tramite della legge. Anche Fini, neofita repubblicano alla Sarkozy, applaude al divieto per legge del burqa. E così, invece di alleggerire contraddizioni e conflitti, gli statisti della laicità dello Stato intesa a modo loro li aggravano; invece di costruire ponti erigono muraglie. E le acquisizioni di civiltà giuridica dell’Europa – spesso straordinarie – si vanno a far benedire mentre inutilmente l’Europa sanziona scelte nazionali che la disgregano.
Stato laico. Che laicità è quella di uno stato che detta le regole del vestirsi? E spesso del come vivere la propria vita?
In Italia, che laica è solo per scherzo, lo stato pretende di imporre alle donne – non solo a loro ma soprattutto a loro – scelte di vita sui temi cosiddetti eticamente sensibili. Esistenza umana sotto controllo. E non da oggi, per stare al tema del burqa, molti esponenti e personaggi della politica e delle istituzioni si occupano, soprattutto in territori in altri tempi civilissimi, come la Lombardia, il Veneto e via enumerando le postazioni leghiste, dell’abbigliamento delle donne. Solo di quelle coperte, per fortuna nostra. L’imposizione del come vestirsi, per uomini e donne, ma soprattutto per le donne, è da sempre il tratto distintivo dei regimi patriarcali tradizionali e di quelli che si fondano sul primato giuridico oltre che sociale della religione. Non solo nei mondi dell’Islam, anche se là l’uso politico della religione in forma estremistica ha dato luogo a un fanatico fondamentalismo etico che oggi spasmodicamente fa centro – non a caso – sul corpo delle donne. E come per una sorta di malefico contrappasso, di inquietante implosione di civiltà, è lo stesso corpo ad accendere qui da noi infiammate discussioni su libertà, diritti dignità delle donne nonché laicità dello Stato, stimolando la messa in atto della norma prescrittiva in materia di abbigliamento. Burqa? Vietato punto e a capo. Bel modo sbrigativo di affrontare il mondo globale.
E quella – la donna – che ci sta dentro – al burqa – e magari attraverso il reticolo del catafratto copricapo cerca con fatica di capire in che mondo è capitata ed è comunque contenta di poter accompagnare a scuola la figlia piccola tra tante bimbe così colorate e svolazzanti, molte delle quali assomigliano alla sua – e forse sente il peso di quel’abbigliamento così ingombrante nelle nostre strade ma forse anche non lo sente perché ci è abituata oppure perché le è caro per antiche consuetudini. Oppure lo odia e vorrebbe strapparselo di dosso. Ma non osa, non può, non si sente né autorizzata moralmente né protetta socialmente né tutelata giuridicamente.
Caro Stato, come fai a dirti laico se pretendi che un punto di vista sull’abbigliamento femminile sia “il” punto di vista giusto, santo, accettato?
Stato etico, più che laico, e l’etica laica può portare agli auto de fé – cioè atti di fede estremi, le dee ce ne scampino – non diversamente da quella religiosa, soprattutto in questo mondo globale che soltanto l’incontro amichevole di civiltà diverse potrebbe salvare e invece ogni momento rischia il collasso per lo scontro ostile che prevale.
Ogni donna è una donna. Anche sotto il burqa.
La bussola per orientarsi dovrebbe essere quella di misurarsi davvero con il complesso mondo delle donne che vivono il burqa o il velamento completo, capire che cosa pensano, che cosa vogliono, costruire luoghi e occasioni di dialogo, a partire da come siamo, noi e loro. Perché il mondo dovrà andare avanti così o andrà tutto a carte quarantotto. E capire, in un contesto così costruito, se ci sono casi – ci sono ovviamente – di sopraffazione e di violenza da parte della comunità di appartenenza, o del maschio padrone – noi qui dovremmo essere magistrali nel capire questa disposizione dell’animo maschile – e come concretamente aiutare quella donna, quel gruppo di donne, e scalzarla, ridimensionarla, neutralizzarla quell’indegna violenza. Se c’è richiesta d’aiuto e di protezione, senza nessuna incertezza quella donna deve essere aiutata dalle istituzioni pubbliche. Ma ci sono donne che soffocano nel burqa e molte altre che vogliono continuare a vivere velate, perché quell’abbigliamento fa parte della loro esistenza, le protegge, le identifica .- spesso anche ragazze di seconda o terza generazione – le fa sentire pie donne, degne madri e che ne so io. E altre non vogliono avere problemi con la famiglia, con la comunità, non viene loro neanche in testa che ne possano avere di problemi per l’abbigliamento. Ce ne sono. E allora? Tutto questo insomma per dire che non è la stessa cosa, non deve essere la stessa cosa, una cosa e l’altra Per uno Stato che agisca secondo una concezione laico-liberale e non secondo l’attribuzione a se stesso di un mandato etico ogni caso è un caso e tutta la materia delle convivenza tra culture diverse va affrontata laicamente sul campo, attraverso la sperimentazione democratica del parlarsi, confrontarsi, cercare soluzioni. Le donne possono essere maestre in questo. Basta non metterle sotto scacco con una legge che anziché alleggerire la loro vita la complicherà
Basta provarci. Con qualche convinzione e ostinazione.
Non sono affatto d’accordo.
E’ più importante far passare il messaggio che la legge difende chi vuole tentare di liberarsi dai soprusi e dalla gabbia di tradizioni medievali umilianti per la donna.
Meglio un NO per legge, che può apparire “cattivo”, piuttosto che lasciar correre una usanza che rinforzerebbe ed avallerebbe le posizioni oppressive di certi maschi.
In Norvegia per raggiungere la parità uomo-donna ai vertici delle aziende hanno dovuto fare delle leggi che potevano sembrare delle forzature, ma si sono rese necessarie perché, lasciando che le aziende si adeguassero “con il tempo”, si è visto che non si otteneva nessun progresso in termini di crescita femminile. Alla fine in Norvegia quelle leggi di imposizione di una certa percentuale di donne nel mondo del lavoro sono risultate vincenti per tutta la società.
Credo che la sinistra debba decidersi a fare dei passi avanti su queste problematiche e guardare alla realtà più che all’utopia.