C’è un gran bisogno di liberazione

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«Forse non farò cose importanti, ma la storia è fatta di piccoli gesti anonimi, forse domani morirò, magari prima di quel tedesco, ma tutte le cose che farò prima di morire e la mia morte stessa saranno pezzetti di storia, e tutti i pensieri che sto facendo adesso influiscono sulla mia storia di domani, sulla storia di domani del genere umano.»

(Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno, 1947)

Il 25 aprile 1945 l’Italia si è liberata… non solo dal nazifascismo.

Il 25 aprile quest’anno è passato in fretta, un po’ in sordina, tra un’uscita fuori porta per la pasquetta e tiepide, retoriche celebrazioni, nella quasi indifferenza di un paese senza più memoria. Ma la stanca retorica e l’apatica indifferenza sono un sintomo, l’afasico grido d’allarme del sognatore che soffoca e che pur sapendo di soffocare non è in grado di reagire, liberarsi e tornare a respirare. C’è un gran bisogno di liberazione.

La liberazione dal regime fascista, conseguita dopo più di due anni di lotte partigiane, affrancò l’Italia da vent’anni di sudditanza psicologica, culturale e politica intrise di populismo, di demagogia, di propaganda e pratica autarchica. Una condizione che al paese costò morte e distruzione, sofferenza e povertà, sfruttamento e miseria, arretratezza culturale ed economica, le leggi razziali e la guerra, fino all’isolamento internazionale.

Tra il ’43 e il ’45 l’Italia era divisa in due. Al nord Mussolini e lo sbarramento nazifascista, al sud i partigiani, Badoglio e le forze alleate con americani e inglesi.

Dopo due anni di resistenza, il 25 aprile 1945 gli italiani si liberarono dalla paura e dallo spettro della dittatura. L’Italia era ormai un paese povero e autoreferenziale che celebrava il fasto illusorio della sua potenza, con dottrina, cerimonie e rituali di guerra e di conquista. L’apparato istituzionale si fondava sul sacrificio, spesso di sangue, di un intero popolo, assuefatto, piegato dal regime, allo stremo delle forze, senza futuro, isolato dal mondo, senza alcuna idea di progresso.

Con la liberazione, nei tre anni successivi al ’45, i partigiani che liberarono il paese con il sangue e la vita, perseguendo le istanze di democrazia e libertà, diedero vita con spirito di sacrificio e gratuitamente alla Costituzione Italiana. E dalla Costituzione – fonte di garanzia per quei cittadini, <senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali>, metro d’equità e progresso condivisi – prese avvio la rinascita economica e sociale dell’Italia.

Ci vuole un’altra liberazione.

A distanza di 66 anni dal 25 aprile 1945  l’Italia è allo stallo. Ci vuole un altra liberazione.

Nel ventennio del miracolo italiano e del milione di posti di lavoro, sanciti nel ’94 con la farsa televisiva del contratto in diretta nazionale, il nostro è un paese dimentico delle sue origini e della sua storia, senza memoria, senza coscienza di sé.

Assistiamo, senza sosta, ai rigurgiti autarchici e autoritari del un nuovo regime – che cavalca ogni sorta di secessione – anch’esso fondato sul populismo e la propaganda autoreferenziale, sull’assenza totale della politica.

Anche questo ventennio ha il suo olocausto con tanto di vittime civili e militari, dove i nemici sono soprattutto lo Stato e la democrazia.

Si va dal sacrificio di sangue versato sul lavoro dai nuovi schiavi, immolati alla giaculatoria creativa dell’iper-liberismo finanziario, al sacrificio della precarietà che rende schiavi del bisogno, della miseria, della disperazione. E poi il sacrificio dei migranti in mare – a migliaia, in cerca di libertà – che da anni, ormai, rappresenta il fallimento e l’obbrobrio della Bossi – Fini. Una supplica, quella dei migranti, a cui l’ex ministro Castelli avrebbe volentieri risposto con le armi più che con un fora de ball.

E ancora il sacrificio dei militari nelle ipocrite missioni delle guerre umanitarie, baciamani a parte, s’intende; quello della scuola pubblica, smembrata e piegata al pensiero unico dai nuovi gerarchi che senza tema metterebbero al rogo l’intero impianto culturale dei testi scolastici figli del riscatto civile, della liberazione e della Costituzione.

Come in un sogno ricorrente

In questo panorama surreale, al limite dell’incubo ricorrente alimentato dall’assenza totale della politica, compresa quella estera e comunitaria, il ministro Maroni si chiede – con un grande sforzo intellettuale – cosa resta a fare l’Italia in Europa, paventando un’improbabile autosufficienza, dimentico delle vacanze del premier alla dacia di Putin, in cui si consumano, a margine di un letto multipiazza, gli accordi economici sul gas, ma anche la cessione del patrimonio pubblico alle lobby multinazionali, a cominciare dall’acqua.

Non ultimo, a dare enfasi alle continue e variegate distrazioni mediatiche è il candidato Lassini, l’ennesimo responsabile obbediente, al servizio del padrone che, impunemente, si diverte alla faccia dei più sensibili, sovvertendo la storia, associando la magistratura alle Brigate Rosse, – che della magistratura sono state più volte carnefici – rivendicando la patente di vittima al vero carnefice delle istituzioni democratiche, colui che, nel ventennio del nuovo millennio, opera alacremente all’inesorabile smembramento delle stesse istituzioni. Colui che, mentre il paese affonda, moltiplica il suo impero.

E voi, vi sentite forse di soffocare come rinchiusi nel blocco monolitico di un sogno? Ha ragione Ascanio Celestini quando in occasione di questo 25 aprile ha detto che <bisogna usare la memoria come un martello>, magari per scardinare l’ennesimo regime. E non trascureremo, nel 150 anniversario dell’unità d’Italia, di usare l’intelligenza come uno scalpello, per indirizzare la conoscenza verso una nuova idea di futuro, tutto da scolpire. Come fecero i padri della Costituzione che la realizzarono pensando a un futuro che non conoscevano, senza cedere a condizionamenti e ricatti, per costruire un futuro di condivisione e libertà.

C’è un gran bisogno di politica e di liberazione!

Giuseppe Vinci

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