Arrivati a questo punto, viene il dubbio di aver assistito all’ennesimo atto della farsa politicista delle classi dirigenti italiche. Proprio quando è apparsa più chiara la natura predatoria, antisociale e anticostituzionale del governo, con le sue cricche, Tremonti e lo stesso Berlusconi intento a sfasciare la Costituzione repubblicana, l’attenzione si è spostata sullo scontro rusticano tra i due “cofondatori” del Pdl, a colpi di paginate sui possedimenti a Montecarlo della famiglia Tulliani e di minacciosi dossier segreti sulle origini delle fortune del presidente del Consiglio. Il ricorso al voto minacciato come strumento per regolare i conti interni, che oggi è considerato una mezza sciagura dai maggiorenti del Pdl. Sarà che Berlusconi ha percepito, per la prima volta, la concreta possibilità di perdere, non solo le elezioni ma anche la sua impunità, fatto sta che non si voterà a fine anno e che il presidente del Consiglio ha rilanciato un programma in cinque punti (giustizia, tributi, federalismo fiscale, sud e sicurezza).
L’opposizione, nel frattempo, ha giocato una partita confusa e segnata dalle conflittualità interne. Ha, nei fatti, delegato a Fini il compito di mettere formalmente in crisi la maggioranza attuale, sperando nella di lui conversione, aiutato da Casini, ad un governo tecnico o comunque di transizione postberlusconiana. Ha alzato un polverone sulle primarie (troppo in anticipo quando si è candidato Vendola e troppo in ritardo un mese dopo). Non ha detto sulla deriva xenofoba di Sarkozy dopo l’aberrante espulsione in diretta tv dei Rom e non a replicato al truce “spezzeremo le reni ai clandestini” strepitato dai livorosi gerarchi fedeli al premier. Non si è espressa sulla modernità ottocentesca di Marchionne e sul programma di distruzione di ogni autonomia dei lavoratori e delle loro organizzazioni. Basta leggere il programma della festa nazionale del Pd, che si svolge a Torino e non certo a Detroit, dove l’unica discussione sulla Fiat è organizzata sulla “memoria contesa, memoria condivisa”, con l’illuminante confronto con Carlo Callieri, indimenticato braccio armato di Cesare Romiti nel fare tagli e licenziamenti di massa nell’80, e con nessuno, neanche per sbaglio, della Fiom.
Per aprire formalmente una crisi di governo si potrebbe presentare un progetto di legge di iniziativa parlamentare per cambiare il sistema elettorale attuale, se davvero fosse questa la più urgente delle priorità. Tra le tante proposte in campo, preferirei un modello tedesco, però quello vero! Metà collegi uninominali ad elezione diretta e metà su liste di partito, con attribuzione proporzionale dei seggi, sbarramento al 5% o con l’elezione diretta in almeno tre collegi. Soprattutto, vorrei che si cancellasse l’osceno premio di maggioranza nazionale presente nella legge attuale. Non so se ci sia la possibilità di approvarlo in tutta fretta oggi, ma, sicuramente, potrebbe essere un impegno da realizzare immediatamente nella nuova legislatura. Considero, invece, controproducente continuare a ripetere che, con la legge attuale, Berlusconi vincerebbe sicuramente le elezioni, perché le elezioni prima o poi ci saranno e, molto probabilmente, con questa legge.
La proposta di Bersani, il “nuovo Ulivo”, gioca a far ritornare alla memoria antiche vittorie, seguite da disastri ben impressi nella memoria collettiva. Piace molto a chi si candida a sopravvivere da cespuglio o a chi, come Casini, aspetta il suo turno, magari desistendo, di qua o di là, a seconda delle convenienze. Aprire un largo confronto democratico, di cui le primarie sono il primo passo, serve anche a cambiare l’attuale sistema politico, che non regge sulla difesa di idee che non decollano, il Pd, o sulle rendite di posizione, l’Idv.
Le forze larghe della sinistra, senza aggettivi, dovrebbero provare ad essere i costruttori della nuova fase, mettendo al centro la Costituzione, una nuova e rigorosa questione morale e la necessaria riforma sociale e civile. Hai voglia a dire che c’è la fuga dei cervelli, la depressione dei trenta/quarantenni, la disperazione dei lavoratori dipendenti, la dequalificazione della formazione, la negazione dei diritti civili, l’arretratezza ecologica e la dilagante precarietà. Hai voglia a dirlo, se l’unico orizzonte che prometti è una “coalizione” a “geomeria variabile”. C’è bisogno di cambiare nel paese, cambiare pagina dopo l’oscuro quindicennio berlusconian-liberista. C’è voglia di cambiare addirittura nel Pd, dove Matteo Renzi dice schiettamente ciò che molti pensano dei gruppi dirigenti attali. Per farlo c’è bisogno di non avere paura, né delle elezioni, né del popolo che ce le può far vincere e che, proprio per questo, deve essere chiamato a decidere sul futuro: uomini e progetti, visioni e gruppi dirigenti.
Gennaro Migliore
da Il Manifesto
Caro Migliore, per cambiare i gruppi dirigenti occorrono idee nuove e, soprattutto, dirompenti che li mettano, in modo chiaro, fuori gioco. E’ un epoca che sta mostrando le rughe: quella del neoliberismo, nata con l’alzaimer ed in rapido disfacimento, ultimo prodotto della cultura economica e sociale della più grande “democrazia” quella USA. Berlusconi, che non è certo un intellettuale, ha colto le opportunità affaristiche e con l’aiuto di “chiunque” è sceso in campo a scompaginare le fila degli incerti fra strategie di sviluppo socio/industriale e strategie finanziarie, terreno per lui (e per Dell’Utri) più congeniale. La sinistra deve riprendere il ruolo di orientamento e guida al soddisfacimento dei bisogni dei lavoratori innanzitutto e delle classi medie sempre più emarginate dalla voracità del ceto finanziario.
Io ho sperato (e un poco ci spero ancora) che SEL fosse il punto di riferimento per far ripartire l’azione della sinistra e proprio perché sulle idee sarebbe stata lo strumento unificante della sinistra stessa. Ma qui stiamo a parlare di alleanze ancorchè di superamento delle divisioni, argomenti
fumosi.