Cancun, i negoziati sulle foreste banco di prova per i diritti dei popoli

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C’è un tema poco dibattuto nel meeting messicano sulla sorte di centinaia di gruppi indigeni e la protezione delle foreste in cambio di aiuti finanziari dei paesi industrializzati, tra cui l’Italia che ha iniziato a promettere fondi. Il rischio del land grabbing, per espellere comunità indigene e trasformare le foreste in strumenti di produzione di denaro, calpestando diritti e alla tutela degli ecosistemi.

CANCUN – Nel clima di sfiducia che regna sui Negoziati per la riduzioni delle emissioni di Gas Serra della COP16 delle Nazioni Unite a Cancun, c’è un tema poco dibattuto che può decidere delle sorti di centinaia di gruppi indigeni, quello dei cosiddetti programmi REDD (Reduced Emissions from Deforestation and Degradation). Richiesti  alcuni anni or sono dalla Coalizione dei Paesi con Foreste Tropicali, in primis Panama, Costa Rica, Guyana, Papua Nuova Guinea, per riattivare un negoziato internazionale in sede ONU sulla protezione delle foreste in cambio di supporto finanziario da parte dei paesi industrializzati, tra cui l’Italia che ha iniziato a promettere fondi. “Questo tipi di negoziati sono però pieni di rischi” – spiega Francesco Martone, della Ong inglese Forest Peoples Programme 1, che  da due anni accompagna come consigliere politico le delegazioni indigene ai negoziati sul clima. L’associazione Forest Peoples Programme, lavora in supporto ai popoli indigeni delle foreste tropicali, per il  riconoscimento del loro diritto all’autodeterminazione, per difendere i diritti umani e per gli ecosistemi dai quali dipende la loro sopravvivenza.
Un meccanismo rischioso. L’anno scorso a Copenhagen venne lanciato un programma di supporto alle attività di protezione delle foreste REDD, per circa 4 miliardi di dollari; oggi, in Messico si discute di come chiudere gli accordi. Ma quale meccanismo dovrebbero incentivare i REDD? I paesi con foreste tropicali si impegnano da una data da definire a ridurre o fermare la deforestazione, in cambio sarebbero ricompensati con l’accesso a fondi per coprire le mancate rendite delle attività economiche. REDD potrebbe rappresentare un incentivo a deforestare fino alla data fissata per poter poi reclamare un risarcimento più alto e accedere ai fondi per i programmi REDD. “Le Foreste sarebbero considerate come pozzi di carbonio senza dare pieno risalto agli altri valori d’uso e non-uso, biodiversità, servizi ambientali, e questioni relative ai diritti dei popoli indigeni”, racconta Martone. “Il rischio è di scatenare quella che si definisce land grabbing, una corsa all’oro verde espellendo comunità indigene e trasformando le foreste in strumenti di produzione di denaro”.
Il business del carbonio. Si prevede, infatti, che i progetti REDD possano generare crediti di carbonio e quindi aprire le foreste ai mercati di carbonio, permettendo così a imprese che continuano a emettere gas serra di compensare quelle emissioni con l’acquisto di crediti di carbonio. “Un’eventualità che presenta forti dubbi sulla commercializzazione delle foreste che incontra la forte resistenza di movimenti sociali, popoli indigeni e paesi come la Bolivia”, sottolinea Martone. I popoli indigeni riuniti a Cancun hanno elaborato richieste specifiche per i Governi relative non solo a REDD ma al resto dei Negoziati. “Per molti indigeni REDD rappresenta una minaccia, ma anche un’opportunità per aprire uno spazio di discussione con i rispettivi governi, come ad esempio in Indonesia o Paraguay”, continua il delegato di Forest Peoples Programme. “Questo, a condizione che  si riconoscano i loro diritti fondamentali, alla terra, alle risorse, all’autodeterminazione, partecipazione e consenso previo informato, ed alla propria conoscenza tradizionale”. Tutti diritti riconosciuti nella Dichiarazione ONU sui diritti dei popoli indigeni adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e riconosciuta recentemente anche dal Canada, paese che assieme agli Stati Uniti non si era ancora espresso in proposito.
La posizione italiana. Tagli alla cooperazione e  fondi REDD promessi alla Banca Mondiale. Nel 2009 a Copenhagen nasce il Partenariato ad interim su REDD, al quale hanno aderito 54 paesi, tra cui l’Italia. Nell’ultima Conferenza sulla Biodiversità di Nagoya, il nostro Paese annuncia la decisione di stanziare 100 milioni di dollari alle iniziative internazionali su REDD, inclusi 5 milioni di dollari per un programma gestito dalla Banca Mondiale, il cosiddetto FCPF, Forest Carbon Partnership Facility 2. Ma da dove vengono questi soldi visti i tagli fatti a tutti i fondi per al cooperazione nella Legge Finanziaria? “Non è chiaro, certamente da bilanci del Ministero dell’Ambiente visto che l’annuncio è stato fatto dal Ministro Prestigiacomo”, spiega Francesco Martone. “Certo in tempi di tagli alla cooperazione bilaterale questo impegno finanziario apre diversi interrogativi, anche sulla frammentazione dei fondi di cooperazione internazionale tra Ministero degli Esteri, Ambiente e Economia. Questi fondi serviranno a sostenere programmi di preparazione alle iniziative REDD, ma non è chiaro quali siano le condizioni poste dall’Italia ovvero se si chiederà alla Banca mondiale ed agli altri attori di tutelare i diritti indigeni o la biodiversità o a non ricorrere ai mercati di carbonio. O se questi fondi non serviranno a sostenere indirettamente interessi imprenditoriali e commerciali italiani, nel settore forestale o attraverso l’acquisto di permessi di emissione”.
Declino del negoziato multilaterale. Cancun potrebbe rappresentare un punto di rottura irreversibile del ruolo delle Nazioni Unite sul tema del cambiamento climatico, secondo Martone. La corsa al ribasso per un accordo condiviso pare essere la chiave per tenere tutti al tavolo della trattativa e sperare in una maggiore determinazione nel percorso verso Durban 2011. “L’ambasciatore De Alba, intervenendo alla riunione del Caucus Indigeno, ha fatto capire chiaramente che questa determinazione non verrà certo dai paesi ricchi ma deve essere alimentata dalla società civile e dai movimenti”. Movimenti che però invocano una netta inversione di rotta, verso il riconoscimento del debito ecologico e la giustizia climatica, ed una netta uscita dalla trappola dei combustibili fossili, piuttosto che insistere su soluzioni quali i mercati di carbonio.

Paola Amicucci

Fonte: Repubblica.it

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