Contro il Ddl Gelmini, rimettiamo al centro il nesso tra Sapere, Cultura e Lavoro

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Il voto finale alla Camera sul Ddl Gelmini inerente la Riforma dell’Università è annunciato per martedì 30 novembre, con il contributo determinante della componente finiana della maggioranza di Governo che ha deciso di esprimersi a favore. In questi giorni, la massiccia protesta di studenti, ricercatori, docenti e personale tecnico-amministrativo si è espressa e si sta esprimendo in tutta Italia.

L’opposizione sociale e politica si sta levando alta e forte al di là di questa scadenza. L’esigenza primaria è quella di riconoscere e connettere le lotte di civiltà per un’Istruzione – dalla Scuola all’Università e alla Ricerca – pubblica, laica e democratica alle lotte di civiltà per la dignità della Cultura in tutte le sue declinazioni diffuse – arti, musica, cinema, teatro, danza, saperi umanistici, biblioteche, spazi autogestiti, editoria di qualità (libri, riviste, quotidiani).

Contro un Governo che calpesta e mortifica le virtù del Pensiero critico o che esalta solamente la Conoscenza al servizio del Mercato, occorre rimettere al centro il nesso strutturale tra Saperi, Cultura e Lavoro. Si è in malafede, inoltre, quando si dice che le risorse economiche per l’Istruzione e la Cultura non ci sono, perché ci sono eccome: il punto è la loro concentrazione nelle mani di pochi, siano essi persone o grandi concentrazioni industriali e/o bancarie, a danno di una loro redistribuzione – tramite un uso giusto della leva fiscale – nei comparti collettivi, appunto Istruzione e Cultura, ma anche Sanità, Trasporti, Welfare.

Secondo il Ddl del Governo uscito dal Senato ed in discussione alla Camera – in un tripudio di promozione demagogica e mai definita delle vuote parole d’ordine del Merito e dell’Eccellenza – gli atenei pubblici del futuro saranno guidati da Rettori che presiederanno gli organismi chiave, Consigli di Amministrazione rimpinguati da soggetti esterni (rappresentanti dell’economia e delle imprese locali) e Nuclei di valutazione che dovrebbero verificare “la qualità e l’efficacia dell’offerta formativa”.

La deriva aziendalistica e l’asservimento della ricerca a fini solamente privatistici diverrebbero lo scenario prevalente e si rischierebbe la confisca degli atenei statali da parte di Confindustria e Crui (la Conferenza dei Rettori); e, in questo senso, occorre segnalare l’ulteriore marginalizzazione verso cui potrebbero essere sospinti i saperi umanistici (storici, filosofici, letterari, artistici, antropologici) – per definizione non produttivi secondo tale logica economica competitiva per il profitto, quanto da valorizzare – specialmente in questi tempi – come strumenti atti a combattere l’abbrutimento e la povertà etica ed intellettuale che ci circondano nonché a porre le basi per una necessaria educazione civica e politica di massa. Con uno o più decreti-legislativi, il Governo potrà, ad esempio, “introdurre meccanismi premiali nella distribuzione delle risorse pubbliche” agli atenei e rivedere “la normativa di principio in materia di diritto allo studio”.

L’esito consisterebbe, nel primo caso, in un abbattimento ulteriore nella qualità generale degli insegnamenti o addirittura nella chiusura di un gran numero di atenei, in particolare di quelli collocati nelle zone più svantaggiate del Paese; e, nel secondo caso, in uno snaturamento del diritto allo studio, i cui primi segnali stanno emergendo se consideriamo le prossime sforbiciate previste per le borse ed i servizi erogati dagli Enti regionali. Il tutto in un contesto che – sin dal 2008 – prevede un taglio drastico e progressivo del Ffo (Fondo di finanziamento ordinario), solamente addolcito dalla Finanziaria in dirittura d’arrivo al Senato, mentre – nel Ddl Gelmini – accanto ad ogni nuova misura enunciata si specifica la dicitura: “senza oneri per lo Stato” (quindi, materialmente, senza copertura finanziaria); e cosa dire, poi, delle risorse devolute alle scuole e alle università private dalla recente Finanziaria, da appaiare al taglio di 8 miliardi di euro – nell’arco di tre anni – alla Scuola pubblica per acquistare 131 cacciabombardieri JSF al modico prezzo di 13 miliardi di euro?!

Le nuove regole sul reclutamento di ricercatori e docenti – formulate con l’obiettivo condivisibile di combattere il “baronato” – se viste con l’ottica dei primi (ovvero i ricercatori) – oltre a non affrontare in maniera decisiva il nodo del destino e delle prospettive per gli attuali 24 mila ricercatori a tempo indeterminato (senza contare la situazione dei ricercatori precari, dei docenti a contratto, degli assegnisti e dei dottorandi) sulle cui competenze e disponibilità, non riconosciute né adeguatamente remunerate, si è retto il sistema universitario italiano negli ultimi venti anni – ci consegnano un orizzonte di ulteriore ed irreversibile precarizzazione della Ricerca universitaria tramite l’istituzione delle figura del ricercatore a tempo determinato per un orizzonte che va dai 3 ai 6 anni, periodo dopo il quale la strada potrebbe essere quella – rara perché legata alle risorse disponibili – dell’assunzione o dell’estromissione dall’ambito lavorativo nel quale si è maturati e per il quale si coltivavano speranze.

Ma quegli studenti e quelle studentesse, quelle ricercatrici e quei ricercatori, quei e quelle docenti, quel personale tecnico-amministrativo non protestano soltanto, bensì propongono idee e pratiche per un’Altra Riforma possibile, concreta, orizzontale ed “in grado di portare l’Italia alla costruzione di una Società della Conoscenza libera, democratica ed eguale” (info su: www.altrariforma.it).

Giuseppe Morrone

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Antonio Sebastiano Leotta 29 novembre 2010 - 23:52

noto che alla fine dei conti,non c’è mai, in nessun “commento elettorale” un serio programma culturale con tanto di eventuali metodi per raggiungere gli obiettivi desiderati.
e pensare che questo partito, è tra quello che più si addice ai miei pensieri.
Voglio sapere cosa si propone e come lo si vuole raggiungere.

Mauro 29 novembre 2010 - 19:47

gia’ il precariato,sono 5 anni che sono precario alla regione puglia,e il nostro caro NICHI,che professa la stabilizzazione come sua arma elettorale,si dimentica che solo grazie a noi,200 precari,la regione puglia fa fronte agli impegni con la comunita’ europea.
NICHI NON TI DIMENTICARE DI NOI! SIAMO DISPERATI!

Amnesia Haze 29 novembre 2010 - 11:56

Noto che i piu’ignoranti(cioe’ nei posti di potere perche’ qualcuno li ha messi li e non per meritocrazia acquisita…)
e quindi i piu’cocciuti nel capire perche’ vi e’ l’esigenza di svecchiamento e riforme corrette,danno a dosso a quei giovani che credono come loro,cioe’ incapaci di autogestione,di capire problemi complessi, sottovalutano appunto,le conoscenze che hanno oggi i giovani,danno per scontato che siccome loro non sarebbero stati all’altezza un giovane non puo’ esserlo,ma chi sono sti presuntuosi? come detto gretti ignoranti che non vedono al di la del propio naso!
sono cosi’ generalisti che pensano che la conoscenza dei giovani sia standard e che arriva alle discussioni da poco piu’ che da bar…
si dice anche che molti cavalcano l’”onda” nata da un corteo per foibentare chissa’ quale rancore o interesse!?…
Ho sentito cose incredibili,che possono essere dette solo da maniaci di protagonismo,schiavi del Barone,ignoranti,appunto.
da come e’ stata gestita la protesta collettiva, si e’ dimostrato ampiamente il contrario,peccato che qualcuno abbia detto:
“si votera’lo stesso” nella
(me lo auguro)previsione di modificarla appena vinte le elezioni anche se ho paura che il Nanetto tornera’ trionfatore…
P.s.la propaganda a questa persona per convincerlo a votarla e’ arrivata al punto di dire che guarda caso chi protesta e’ la sinistra,ma non sa che la verita’ e’ che purtoppo solo
“I FIGLI DI CENTROSINISTRA SONO
LIBERI DI PROTESTARE IN QUESTO PAESE
E CHE IL RESTO SI AGGREGA IN SILENZIO”…

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