Le donne musulmane che vanno a far la spesa o a prendere i loro figli a scuola col capo e talvolta il viso coperti possono incutere paura ai “nostri” bambini soltanto se ai bambini viene insegnato questo tipo di paura. Se si insegna loro a esplorare liberamente il complicato puzzle del mondo, sarà invece, quel modo di vestirsi, l’ennesimo interrogativo sul mondo. E, come tutti gli interrogativi, stimolante e formativo per apprezzare lo spazio, il senso, la storia delle cose.
Ovviamente se una persona svolge un lavoro pubblico, in un luogo pubblico e con rapporti con altre persone, questa persona deve essere riconoscibile, rendere visibile il volto. La norma della reciprocità in questi casi non può che essere scontata. Come nella maggior parte dei Paesi che hanno relazioni tra loro e con noi. Ma non c’è proprio bisogno – né la norma lo deve imporre – che quella persona debba avere anche il capo scoperto. Le suore cattoliche fanno un sacco di cose in luoghi pubblici tenendo il loro velo sul capo, senza destare problemi. Ed è bene che sia così. La laicità dello Stato si misura dalla capacità delle sue istituzioni di trovare i modi, nel rispetto della Costituzione, di far convivere scelte di vita, di fede, di convincimento culturale diverse, di dare spazio a modi diversi di costruire la propria rappresentazione nel mondo.
Il modo come i corpi migranti si presentano alle nostre frontiere geografiche e soprattutto mentali, come entrano nelle mappe dei nostri sentimenti e del nostro immaginario è denso delle contraddizioni che il rapporto con l’ “altro” suscita continuamente; dei problemi che le diversità alimentano e che devono continuamente essere elaborati e rielaborati per non rischiare, noi, di rimanere impigliati in stereotipi e luoghi comuni. Serve rompere i pregiudizi, mai come oggi. Perché è sempre bene una pratica di spostamento del punto di vista per capire le cose e perché, soprattutto, nel mondo globalizzato, i pregiudizi ci privano degli strumenti essenziali per costruire relazioni umane e sociali in grado di rispondere efficacemente ai cambiamenti.
IL velo musulmano, dal semplice foulard annodato sotto il mento, non dissimile dal fazzoletto che portavano non molto tempo fa molte donne italiane, fino alla copertura totale del burqa hanno, come tutte le cose, un significato diverso a seconda del significato che ad esso attribuiscono le donne stesse che lo indossano. Può essere per molte un’oppressione e una condanna. Ma per molte può essere altro. Per una donna di fede, legata alla propria comunità, che lo indossa convinta di quello che fa, gli aspetti legati al significato positivo del velo nell’insegnamento del Profeta saranno decisivi; per una donna laica di cultura o tradizione musulmana, nell’indossarlo, conteranno di più i rapporti in famiglia – con l’altro sesso in particolare – e le vicissitudini storico-sociali del proprio Paese; per una femminista musulmana rappresenterà il suo personale modo di accostarsi al Corano, nell’interpretazione che vorrà darne, spesso ben diversa dalle rielaborazioni di stretta ispirazione patriarcale che le comunità maschili ne hanno fornito.
Per un donna occidentale sarà più facile invece vedere soprattutto o esclusivamente la prova della subalternità delle donne, l’attacco ai loro diritti.
In Italia trova – o cerca di trovare approdo – una grande quantità di uomini e donne in fuga dalle zone di morte e di fame o che tentano coraggiosamente l’avventura di un’esistenza migliore. E spesso si portano appresso grumi profondi della loro storia e della loro identità. Tra cui il modo di abbigliarsi, tagliarsi la barba, coprirsi il capo. Modi che sono insieme di identità e di estraneità perché esprimono nello stesso tempo, quando si approda in luoghi lontani, il linguaggio del riconoscimento tra simili e quello dell’ alterità dai diversi. Cioè da “noi”.
E il velo islamico, proprio tra quel “noi”, suscita oggi tensioni e ostilità perché il suo uso appare segnato negativamente dai continui riferimenti del discorso pubblico allo scontro di civiltà, al terrorismo, a una rappresentazione del mondo che ha veicolato l’idea di una assoluta incompatibilità della tradizione islamica con la cultura occidentale.
Il corpo “diverso” è destinato a creare molto spesso campi di tensione con la norma dominante, il potere costituito, il simbolico che dà senso; a provocare rotture e parossismi nelle relazioni sociali, spiazzamenti e dilemmi nei rapporti tra le persone. Ciò è avvenuto nei momenti di rottura e trasformazione sociale e culturale anche all’interno di comunità, gruppi, popolazioni relativamente omogenei, per esempio quando i paesi occidentali furono investiti dalla modernizzazione, che via via incise in maniera potente nella costruzione di corpi “altri” rispetto ai corpi della tradizione. Jeans e minigonna, per esempio. Ciò succede a maggior ragione di fronte all’“altro” di altri mondi, soprattutto se si tratta dell’ “altro” indigente: migrante fuggitivo dalle guerre e dalla fame, richiedente asilo, rifugiato. L’ “altra” soprattutto, quando si presenta in panni che spiazzano la percezione di una “normalità” simbolica e culturale costruita sulla preminenza di questa parte del mondo sul resto. La costruzione di una tipizzazione dell’ “altro” (“altra”), imprigionandola come una cosa inerte nell’abbigliamento, è la inevitabile conseguenza di questo atteggiamento.
La costrizione dei corpi femminili attraverso l’imposizione di rigide regole di abbigliamento è da sempre uno dei tratti connotativi dell’ordine maschile. Ma ogni donna è una donna, mai come oggi. Per non smarrire il senso delle cose bisogna partire non dall’abbigliamento ma dal soggetto abbigliato. Variamente abbigliato anche dietro l’uniformità dell’abito: perché una donna si abbiglia così, magari con convinzione, e le ragioni possono essere le più diverse; perché un’altra accetta di abbigliarsi in quel modo per stare in pace col suo mondo o perché non dà peso a questo lato delle cose; o una terza invece perché è costretta ad abbigliarsi come non vorrebbe e ne soffre; e l’imposizione del velo è poi solo un lato delle difficoltà che quella donna incontra.
Le varianti sono molte e diverse e c’è una grande differenza tra l’un modo e l’altro. Non è il velo, è la storia di quella donna. E a noi interessano le persone.
Il movimento verde che ha scosso Teheran pullulava di giovani donne in chador che salivano sui tetti, gridavano nella notte, svolgevano un ruolo importante nelle manifestazioni, subivano la repressione dei pasdaran. Tutte indossavano il chador. Ma solo apparentemente il chador era una divisa accomunante, a cui l’integralismo politico-ideologico di quel Paese costringeva anche le donne dissidenti. Infatti a ben guardare quel velo avvolgente non le faceva uguali né nell’aspetto né nell’attitudine. A vederle sugli schermi televisivi che ne hanno rimbalzato per giorni le immagini in tutto il mondo, appariva chiaro che quelle giovani donne con i nastri verdi sui polsi e intorno alla fronte indossavano il lungo mantello con vocazione diversa. In alcune si coglieva nell’indossarlo, una piegatura corsara e glamour, lo indossavano insomma perché non potevano non farlo e cercavano di dagli un altro gusto; altre, egualmente impegnate nella lotta contro il regime, lo indossavano con rigore e precisione, come qualcosa che corrispondeva a un’idea dell’anima.
Bisognerebbe farla finita con gli automatismi. Il velo, persino nei modi più rigorosi di indossarlo, può coprire oggi il capo di un’attivista dei diritti umani, di una femminista che si batte contro il fondamentalismo islamista, di una qualsiasi ragazza di famiglia musulmana di seconda o terza generazione alla ricerca di un’identità perduta.
Ovviamente sappiamo che non di rado si tratta di donne costrette dalle loro comunità a stare ai paradigmi identitari del gruppo o alla tradizioni del Paese d’origine o alla volontà dei maschi della famiglia. Il Paese dove vivono ha l’obbligo di proteggerle e far valere i loro diritti. Trovando con loro le forme i modi le pratiche adeguati, creando con loro percorsi di cittadinanza attiva.
La strada imboccata della Francia, tanto per ricordare un caso paradigmatico, non aiuta. Mette solo un bavaglio al problema. La cosa peggiore.
Elettra Deiana
Ciao Elettra, ho in mente un focus group con donne musulmane focalizzato sul burqa. Anche nella sede di via Goito a Roma per me va bene. Se pensi sia fattibile fammi sapere, per me va bene nella secondametà di Settembre. Un abbraccio, Anna