Corpi e velo

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Le donne musulmane che vanno a far la spesa o a prendere i loro figli a scuola col capo e talvolta il viso coperti possono incutere paura ai “nostri” bambini soltanto se ai bambini viene insegnato questo tipo di paura. Se si insegna loro a esplorare liberamente il complicato puzzle del mondo, sarà invece, quel modo di vestirsi, l’ennesimo interrogativo sul mondo. E, come tutti gli interrogativi, stimolante e formativo per apprezzare lo spazio, il senso, la storia delle cose.

Ovviamente se una persona svolge un lavoro pubblico, in un luogo pubblico e con rapporti con altre persone, questa persona deve essere riconoscibile, rendere visibile il volto. La norma della reciprocità in questi casi non può che essere scontata. Come nella maggior parte dei Paesi che hanno relazioni tra loro e con noi. Ma non c’è proprio bisogno – né la norma lo deve imporre – che quella persona debba avere anche il capo scoperto. Le suore cattoliche fanno un sacco di cose in luoghi pubblici tenendo il loro velo sul capo, senza destare problemi. Ed è bene che sia così. La laicità dello Stato si misura dalla capacità delle sue istituzioni di trovare i modi, nel rispetto della Costituzione, di far convivere scelte di vita, di fede, di convincimento culturale diverse, di dare spazio a modi diversi di costruire la propria rappresentazione nel mondo.

Il modo come i corpi migranti si presentano alle nostre frontiere geografiche e soprattutto mentali, come entrano nelle mappe dei nostri sentimenti e del nostro immaginario è denso delle contraddizioni che il rapporto con l’ “altro” suscita continuamente; dei problemi che le diversità alimentano e che devono continuamente essere elaborati e rielaborati per non rischiare, noi, di rimanere impigliati in stereotipi e luoghi comuni. Serve rompere i pregiudizi, mai come oggi. Perché è sempre bene una pratica di spostamento del punto di vista per capire le cose e perché, soprattutto, nel mondo globalizzato, i pregiudizi ci privano degli strumenti essenziali per costruire relazioni umane e sociali in grado di rispondere efficacemente  ai cambiamenti.

IL velo musulmano, dal semplice foulard annodato sotto il mento, non dissimile dal fazzoletto che portavano non molto tempo fa molte donne italiane, fino alla copertura totale del burqa hanno, come tutte le cose, un significato diverso a seconda del significato che ad esso attribuiscono le donne stesse che lo indossano. Può essere per molte un’oppressione e una condanna. Ma per molte può essere altro. Per una donna di fede, legata alla propria comunità, che lo indossa convinta di quello che fa, gli aspetti legati al significato positivo del velo nell’insegnamento del Profeta saranno decisivi; per una donna laica di cultura o tradizione musulmana, nell’indossarlo, conteranno di più i rapporti in famiglia – con l’altro sesso in particolare – e le vicissitudini storico-sociali del proprio Paese;  per una femminista musulmana rappresenterà il suo personale modo di accostarsi al Corano, nell’interpretazione  che vorrà darne, spesso ben diversa dalle rielaborazioni di stretta ispirazione patriarcale che le comunità maschili ne hanno fornito.

Per un donna occidentale sarà più facile invece vedere soprattutto o esclusivamente la prova della subalternità delle donne, l’attacco ai loro diritti.

In Italia  trova – o cerca di trovare approdo – una grande quantità di uomini e donne in fuga dalle zone di morte e di fame o che tentano coraggiosamente l’avventura di un’esistenza migliore. E spesso si portano appresso grumi profondi della loro storia e della loro identità. Tra cui il modo di abbigliarsi, tagliarsi la barba, coprirsi il capo. Modi che sono insieme di identità e di estraneità perché esprimono nello stesso tempo, quando si approda in luoghi lontani, il linguaggio del riconoscimento tra simili e quello dell’ alterità dai diversi. Cioè da “noi”.

E il velo islamico, proprio tra quel “noi”, suscita oggi tensioni e ostilità perché il suo uso appare segnato negativamente dai continui riferimenti del discorso pubblico allo scontro di civiltà, al terrorismo, a una rappresentazione del mondo che ha veicolato l’idea di una assoluta incompatibilità della tradizione islamica con la cultura occidentale.

Il corpo “diverso”  è destinato a creare molto spesso campi di tensione con la norma dominante, il potere costituito, il simbolico che dà senso; a provocare rotture e parossismi nelle relazioni sociali, spiazzamenti e dilemmi nei rapporti tra le persone. Ciò è avvenuto nei momenti di rottura e trasformazione sociale e culturale anche all’interno di comunità, gruppi, popolazioni relativamente omogenei, per esempio quando i paesi occidentali furono investiti dalla modernizzazione, che via via incise in maniera potente nella costruzione di corpi “altri” rispetto ai corpi della tradizione. Jeans e minigonna, per esempio. Ciò succede a maggior ragione di fronte all’“altro” di altri mondi, soprattutto se si tratta dell’ “altro” indigente: migrante fuggitivo dalle guerre e dalla fame, richiedente asilo, rifugiato. L’ “altra” soprattutto, quando si presenta in panni che spiazzano la percezione di una “normalità” simbolica e culturale costruita sulla preminenza di questa parte del mondo sul resto. La costruzione di una tipizzazione dell’ “altro” (“altra”), imprigionandola come una cosa inerte nell’abbigliamento, è la inevitabile conseguenza di questo atteggiamento.

La costrizione dei corpi femminili attraverso l’imposizione di rigide regole di abbigliamento è da sempre uno dei tratti connotativi dell’ordine maschile. Ma ogni donna è una donna, mai come oggi. Per non smarrire il senso delle cose bisogna partire non dall’abbigliamento ma dal soggetto abbigliato. Variamente abbigliato anche dietro l’uniformità dell’abito: perché una donna si abbiglia così, magari con convinzione, e le ragioni possono essere le più diverse; perché un’altra accetta di abbigliarsi in quel modo per stare in pace col suo mondo o perché non dà peso a questo lato delle cose; o una terza invece perché è costretta ad abbigliarsi come non vorrebbe e ne soffre; e l’imposizione del velo è poi solo un lato delle difficoltà che quella donna incontra.

Le varianti sono molte e diverse e c’è una grande differenza tra l’un modo e l’altro. Non è il velo, è la storia di quella donna. E a noi interessano le persone.

Il movimento verde che ha scosso Teheran pullulava di giovani donne in chador che salivano sui tetti, gridavano nella notte, svolgevano un ruolo importante nelle manifestazioni, subivano la repressione dei pasdaran. Tutte indossavano il chador. Ma solo apparentemente il chador era una divisa accomunante, a cui l’integralismo politico-ideologico di quel Paese costringeva anche le donne dissidenti. Infatti a ben guardare  quel velo avvolgente non le faceva uguali né nell’aspetto né nell’attitudine. A vederle sugli schermi televisivi che ne hanno rimbalzato per giorni le immagini in tutto il mondo, appariva chiaro che quelle giovani donne con i nastri verdi sui polsi e intorno alla fronte indossavano il lungo mantello con vocazione diversa. In alcune si coglieva nell’indossarlo, una piegatura corsara e glamour, lo indossavano insomma perché non potevano non farlo e cercavano di dagli un altro gusto; altre, egualmente impegnate nella lotta contro il regime, lo indossavano con rigore e precisione, come qualcosa che corrispondeva a un’idea dell’anima.

Bisognerebbe farla finita con gli automatismi. Il velo, persino nei modi più rigorosi di indossarlo, può coprire oggi il capo di un’attivista dei diritti umani, di una femminista che si batte contro il fondamentalismo islamista, di una qualsiasi ragazza di famiglia musulmana di seconda o terza generazione alla ricerca di un’identità perduta.

Ovviamente sappiamo che non di rado si tratta di donne costrette dalle loro comunità a stare ai paradigmi identitari del gruppo o alla tradizioni del Paese d’origine o alla volontà dei maschi della famiglia. Il Paese dove vivono ha l’obbligo di proteggerle e far valere i loro diritti. Trovando con loro le forme i modi le pratiche adeguati, creando con loro percorsi di cittadinanza attiva.

La strada imboccata della Francia, tanto per ricordare un caso paradigmatico, non aiuta. Mette solo un bavaglio al problema. La cosa peggiore.

Elettra Deiana

Ci sono 36 commenti per questo post
Anna Maria Di Miscio 11 agosto 2011 - 15:37

Ciao Elettra, ho in mente un focus group con donne musulmane focalizzato sul burqa. Anche nella sede di via Goito a Roma per me va bene. Se pensi sia fattibile fammi sapere, per me va bene nella secondametà di Settembre. Un abbraccio, Anna

Rosa 9 agosto 2011 - 18:05

finalmente, sono d’accordo con Elettra!
L’articolo della Sgrena l’altra volta mi aveva quasi spaventata.
Grazie,
Rosa

Ilaria 8 agosto 2011 - 13:00

Leggo oggi della “signora” che in un mercato di Milano ha tirato giù il niqab a due donne islamiche. E’l'ignoranza che porta ad avere paura e il dibattito che si sta aprendo in Italia non fa che alimentarla. Un conto è che le persone siano riconoscibili in volto, un altro è il rispetto della sensibilità e della cultura di tutti. Indossare il velo è spesso una scelta consapevole, non per forza un’imposizione. A maggior ragione in un paese che non è il proprio, dove capita di assistere ad un riavvicinamento alle tradizioni che parte dai giovani di segonda generazione, perfettamente integrati.
Il divieto ad un’imposizione non ha il sapore di un’altra imposizione ancora più grave?

Stefano Dall'agata 7 agosto 2011 - 15:05

Cara Mapi, leggiti questo libro e trovi tutte le donne musulmane che vuoi:
Senza velo. Donne nell’Islam contro l’integralismo (Edizioni intra moenia)
M. Lanfranco, M. G. Di Rienzo
Altre informazioni le puoi trovare al sito del WLUML
Women Living Under Muslim Laws

Franco 7 agosto 2011 - 13:59

Sono assolutamente contrario alla legge islamica ma sono anche assolutamente contrario all’idea che un paese posso vietare un uso culturalmente imposto in un altro territorio: come dire “si lavino I panni sporchi a casa propria” anche se in questo caso l’Italia piuttosto che provare a combattere la crociata in terra propria potrebbe attivarsi per lavorare sui territori stranieri interessati e piú vicini.
Credo che condizionare dall’esterno comportamenti che derivano da altro esterno a noi al fine di modificare ciò che interessa solo a noi sia insufficiente. Ora: quale messaggio affidiamo alla nostra società mostrandoci incapaci di negoziare e abili solo a imporre divieti dall’alto? Credo negativo.
Concludo evidenziando solo un aspetto che mi riguarda da vicino perché lo segnalo come campanello d’allarme: raccontando e costruendo paure e incubi si alimenta solo l’incertezza e l’ignoranza. Anche chi é vaccinato alla propaganda deve guardarsi le spalle.

Nino 7 agosto 2011 - 09:26

ho lavorato, ormai molti anni fa, in Algeria. Il velo che copre il volto è una forma di schiavitù nella società e di sottomissione nella famiglia. Poi, sempre nella sottomissione e schiavitù, si riesca a realizzare una comunità di donne e altra questione. Forse accade anche nell’harem.
Il Corano non c’entra nulla. C’entra la tradizione, quella del dominio dell’uomo sulla donna, dei valori ancestrali della tribù prima e delle società attuali ora. Ne pagano il prezzo sopratutto le ragazze, che non trovano comnprensione neanche tra le intelettuali di sinistra.

Veronica 7 agosto 2011 - 03:28

Parliamo sempre di parità ma confondiamo la parità con tante cose. Pensiamo che la parità significhi pagare una cena, o essere in grado di cambiare la ruota bucata. Mi chiedo quanti di noi, invece, sanno cosa significhi parità. Le donne non sono migliori degli uomini nè viceversa. C’è una differenza sacrosanta e benedetta (passatemi il prestito religioso) e tale deve restare perchè solo la complementarietà può completarci. Se diventiamo uomini bis non c’è l’intero, se gli uomini sono donne bis idem.

Per me parità significa parlare e non sentirmi donna. Significa non essre guardata come una donna quando mi trovo in contesti dove il sesso conta davvero ben poco. questa è la parità, ma quando la smettiamo?

Il velo ha una valenza culturale. se significhi anche oppressione non dobbiamo dirlo noi ma le donne che lo indossano. Credo che forse dobbiamo smetterla di considerarci l’occidente civilizzato e civilizzante e dententori di tutto ciò che è buono e giusto. Siamo in un paese che ci permette di portare le minigonne ma contemporaneamente ci etichetta come “ragazze facili” se saliamo la gonna di un cm.

Siamo in un paese dove i diritti umani non sono garantiti (pensate al diritto alla casa, allo studio etc…) non mi sento superiore alle donne musulmane perchè non porto il velo. Perchè la mia vita è dei veli altrettanto spessi e pesanti. In questo momento il peggiore il velo sul futuro che si rimanda ad un domani che sembra non arrivare mai.

Maurizio 6 agosto 2011 - 18:04

Cara Compagna Mapi, dato che il discorso è di civiltà, per definizione non riguarda solo le donne. E’ per questo che noi maschi prendiamo parola.

Mapi 6 agosto 2011 - 12:25

Non vietate il velo, potrei averne bisogno! Non è una provocazione, ma mi sembra prematuro pensare ad una legge che vieti il velo, in un paese ancora così maschilista e macista e sessista, che una donna (a me è capitato) spesso preferirebbe essere invisibile, nascosta, oscurata agli occhi di tanti uomini (e purtroppo anche donne) che guardano spesso senza vedere, pronti a valutarti per come appari più che per come sei, giuristi di un eterno concorso di bellezza, anche quando si è in contesti politici. Cari compagni, forse da voi non ci aspettiamo una presa di parola sull’argomento, preferirei ascoltare le compagne musulmane, le seconde generazioni e le donne italiane che sentono come me la difficoltà di essere senza velo negli spazi pubblici da voi dominati!

Stefano Dall'agata 6 agosto 2011 - 00:15

Cara Elettra, il relativismo culturale di cui sei portatrice scusa e giustifica i peggiori crimini.
La civiltà non è ascoltare gli imam, prova ad ascoltare le donne musulmane che stanno lottando da anni per i loro diritti.
Distribuire perle di saggezza dal proprio salotto borghese è un’occupazione che non serve alla sinistra.

Sitio Mundo Tommaso Cenvinzo Napoli 5 agosto 2011 - 11:04

“se la modernità è pensata come una linea di forza che contrasta la barbarie e l’irrazionalità, il compimento della modernità è necessariamente concettualizzato come un movimento progressista, se invece intendiamo la modernità come un sistema di relazione di potere, il compimento della modernità non può essere altro che la riproduzione indefinita del dominio”

Francesca Koch 5 agosto 2011 - 00:39

Grazie ad Elettra per le chiavi di lettura sulla presenza di “ corpi migranti” nel nostro paese, e sulla necessità di ripensare le nostre categorie e la nostra percezione dell’altro/a. Condivido la lettura di Loretta Scannavini, soprattutto quando invoca una riflessione più seria sulla laicità e sulla pluralità delle motivazioni e delle scelte. Penso infatti che il primo stereotipo da superare sia proprio la facilità con cui consideriamo gli altri ( i migranti, le donne islamiche, le donne arabe….) come un tutto omogeneo, per la nostra incapacità di riconoscere all’interno delle varie comunità – geografiche, culturali, religiose, sociali- le diverse individualità, le storie, le persone. La cittadinanza, come la libertà e la partecipazione democratica, non può certo fondarsi sulla repressione o sulla imposizione sbrigativa di modalità o abbigliamenti, ma nasce dalla contrattazione, dal dialogo, e deve essere sostenuta nel rinforzo dei diritti di ciascuno/a e delle sue scelte. E’ evidente che non serve in Italia una legge per vietare il burqa, perché è già affermato e condiviso l’obbligo di essere identificati/e nello spazio pubblico; siamo di fronte quindi ad una montatura fanatica e pericolosa, che tende a cancellare un terreno di confronto laico, quello spazio di contrattazione e di dialogo necessario per costruire strategie e modalità di conoscenza.
Proprio nei giorni in cui il Comitato delle Nazioni Unite per l’attuazione della CEDAW denuncia che le donne in Italia sono rappresentate come oggetti sessuali, e che nel nostro Paese persistono profondi stereotipi che hanno un impatto schiacciante sul ruolo della donna e sulle sue responsabilità sociali, è quanto meno grottesco assistere al provincialismo superficiale e ipocrita con cui si tenta di trasferire allegramente anche da noi divieti o legislazioni che in altri contesti, da quello francese a quello anglosassone, con ben altra storia di convivenza interculturale, rappresentano la sintesi storica e culturale di strategie e riflessioni politiche decennali.

Nabil 5 agosto 2011 - 00:02

Purtroppo a volte si vede quant’è l’impatto della criminilizzazione e la drammatizzazione dei media sulle nostre “posizioni”. Sono musulmano, praticante ed attivista, anch’io sono contro il “Burqa” e sostengo i promotori di dibattiti molto seri all’interno della comunità musulmana per combattere i letteralisti che interpretano male le scritture sacre tra i quali anche lo donne che portano il Burqa. Sono per l’Islam europeo che mette al centro dell’attenzione l’essere umano e rispetta le esigenze e le prospettive dei musulmani e delle musulmane nati in Europa.
Però, creare una legge appositamente per vietare una scelta personale di manifestare la propria credenza o confessione, è un ingiustizia che tocca le libertà delle persone, una libertà garantita dalla costituzione e persino dallo “Stato laico”.
Per far fronte a questo fenomeno ci sono altri modi civili di dialogo e confronto non con le politiche di chi con la strumentalizzazione delle cose marginali e con le strategie di seminare paura ed odio pensa di garantirsi i seggi al Parlamento.
Io penso che non si ha più a che fare con musulmane arabe, africane, turche, adesso sono europee e tra cui possiamo trovare anche Paola, Emma; Federica…e non solo Aicha, Fatima…
Poi qualcuno sa quante sono le donne musulmane che indossano il Burqa in Italia?? A queste poche donne, qualcuno ha mai chiesto se sono sotto oppressione o tirannia?? O portiamo solo giudizi infondati…

Luigi 4 agosto 2011 - 23:24

elettra cara,diciamo ai nostri bambini che fino a non molto tempo fa’ le ragazze cinesi avevano i piedi stretti nella morsa di zoccoli in legno che ne impedivano la crescita (dei piedi).insegnamo loro ad esplorare liberamente il complicato puzzle del mondo! e come no’anche quegli zoccoli-tortura al pari del burqa sono un interrogativo stimolante! mettitelo te il burqa ,infilati gli zoccoli-morsa e fatti un pellegrinaggio.con affetto e comprensione luigi

Carla Cirillo 4 agosto 2011 - 23:01

Sono d’accordo con Elettra Deiana e Loretta Scannavini. Condivido pienamente le loro argomentazioni.

Daniele 4 agosto 2011 - 20:24

Scusate, a parte l’ironia, credo che l’essenziale sia stabilire se il velo, il burqa, o qualsiasi altro copricapo venga indossato per una imposizione o sia una libera espressione di adesione ad un qualsiasi credo.
Credo che imporre ad una donna di non portare il velo sia lo stesso che obbligarla a portarlo.
E’ la stessa differenza che corre tra l’indossare la divisa da balilla perchè si è obbligati oppure indossarla per libera scelta.

Alberto Ferrari 4 agosto 2011 - 18:31

Cara Elettra “non sono i bambini che si spaventano” il problema delle donne con il burqa; ed iniziare così il tuo intervento mi sembra irrisione intellettualistica. Confondere, o fingere di confondere, poi il velo delle suore – le suore non sono la generalità delle donne e diventare suore non è una questione di nascita ( maschio o femmina), ma una scelta – con il burqa mi sembra ulteriore scorrettezza. Resto d’accordo con la compagna Sgrena.

Maurizio 4 agosto 2011 - 18:04

D’accordo (per una volta) con Sitio. Forse è ora di farci qualche bella chiacchierata, possibilmente senza anatemi e/o frasi del tipo “io sono più di Sinistra di te!”.

Sitiomundo Tommaso Cenvinzo Napoli 4 agosto 2011 - 17:57

le posizioni assunte dai singoli non rispecchiano le posizioni del partito che necessita di un serio confronto interno e probabilmente “esterno” e cioè rivolto alle tante comunità migranti che esistono in Italia. Solo dopo si potrà parlare di una Posizione, per ora, e con pessimi risultati, ragioniamo su ” uno straccio di posizione”

Maurizio 4 agosto 2011 - 17:48

Non facciamoci prendere dalla sindrome del “c’è ben altro”. Ovvio che ci sono problemi di parità di genere in Italia, ovvio che bisogna fare di più, ovvio che intervenire sul vestiario non è il modo per risolvere discriminazioni razziali, sociali e sessuali. Ma è altrettanto ovvio che l’esistere di cose più profonde e importanti non ci esime dal parlare e affrontare problemi in apparenza più piccoli e meno profondi. Ritengo che il burqa sia lesivo della dignità della donna. Ritengo che nel nostro Paese non debbano esistere e sopravvivere simboli lesivi dei diritti civili di ciascuno, nè che si possano accettare simboli di discriminazione sociale e culturale. Il burqa è (storicamente, culturalmente) simbolo di discriminazione e sottomissione di un genere rispetto all’altro. Quindi non lo accetto. Non c’entra niente l’esportazione della democrazia, significa prendere una straccio di posizione ogni tanto. Altrimenti ci va bene tutto e il contrario di tutto in nome di un “multiculturalismo” che non ha senso declinato in questo modo.

Loretta Scannavini 4 agosto 2011 - 17:08

Complimenti ad Elettra per la lucida analisi. Premetto che sono un mediatore culturale (mi occupo di integrazione scolastica), ma soprattutto sono una donna ed ero donna quando ancora ti cacciavano da scuola se ti presentavi in pantaloni e senza grembiule nero ed ero donna quando abbiamo segnato l’inizio di un percorso di liberazione, ma siamo state noi a cambiare le leggi sia istituzionali che sociali e non viceversa le leggi a cambiare noi. Secondo me ci sono due punti fondamentali da chiarire in primo luogo noi ci siamo sempre dichiarati contrari all’”esportazione di democrazia” e oggi invochiamo leggi per imporre la nostra “libertà” (che poi sarebbe da discutere perché io come donna non mi sento affatto di vivere una condizione di parità, ma il discorso è lungo)a chi probabilmente non sa che farsene e soprattutto così si rischia di confondere integrazione con conversione e questo di laico ha molto poco, perché, attenzione, non si può usare la Costituzione come una sorta di Bibbia poiché i nostri Padri Costituenti non intervenivano sui valori personali, ma sui diritti sociali e umani. Ovviamente questo non significa non intervenire contro la violenza o la segregazione, ma questo riguarda un campo ben più vasto del velo islamico, lasciatevelo dire da chi opera nell’integrazione da anni e in territori provinciali e fortemente marginali, ma non per questo secondari.
Secondo punto: vi siete soffermati un attimo sulle immagini della Primavera Araba, le donne con il velo erano in prima fila con gli uomini e non solo, sono state fondamentali per le trasmissioni e la creazione delle reti internet che hanno permesso quelle grandi rivolte, le donne arabe devono trovare la loro strada di liberazione, noi dobbiamo solamente dargli la solidarietà e gli strumenti per fare il loro cammino.
E poi siamo seri, ma quante donne vedete girare in Occidente coperte dalla testa ai piedi? Io nel mio lavoro ho visto molti fazzoletti, ho parlato con tante donne rompendo spesso muri di silenzio in apparenza impenetrabili e per lo più per nulla nascosti da veli integrali e sono fermamente convinta che oggi il nostro ruolo politico sia quello di tornare a spiegare una società diversa e più giusta e questo si fa parlando e accettando le diversità.
La libertà delle donne è un problema immenso ed è un problema culturale che non salva nessuno, ma una cosa è certa non esistono radici culturali che giustifichino la discriminazione, siano esse cristiane o islamiche o taoiste, e sono perfettamente d’accordo con chi invoca un serio chiarimento e approfondimento sul concetto di laicità delle nostre scelte.

Barbara 4 agosto 2011 - 17:07

Cara Elettra questo articolo mi solleva, avevo letto quello che ha scritto la Sgrena e non mi e piaciuto per niente! Consiglio leggere questa riflessione:

http://www.facebook.com/notes/riflessioni-sparse-per-la-sinistra-e-sel/e-per-la-sicurezza-di-tutti-e-per-il-rispetto-delle-donne-islamiche-il-rispetto-/10150332471145676

quale sottoscrivo in toto.

Francesco Martone 4 agosto 2011 - 16:29

Tutta questa discussione sul Burqa in Italia, ha sollecitato anche l’opinione delle donne musulmane, di prima e seconda generazione? Cosa ci dicono loro che questa legge trasforma in oggetto di una supposta “integrazione”? A che vale strappare loro il burqa (ma quanti se ne vedono poi in giro per l’Italia?) se poi i loro diritti di cittadinanza fondamentali sono negati? O anche il loro essere donne, sotto un velo spesso o coprente che sia? Attenzione alle scorciatoie, e soprattutto apriamo canali di comunicazione orizzontali, senza la presunzione di avere le risposte in mano.Come ho letto oggi nel blog dei G2, Seconde Generazioni: ” il burka più pericoloso è quello che la gente non sa di indossare!”

Sitiomundo Tommaso Cenvinzo Napoli 4 agosto 2011 - 16:06

a questo punto credo seriamente che siamo un po confusi e che il nazionale debba intervenire, magari prevedendo una serie di step formativi per ciò che attiene il multiculturalismo e la mediazione culturale

Mario Liso 4 agosto 2011 - 15:39

SI ELETTRA hai ragone. ma la cosa avrebbe senso se facessimo un’analoga considerazione e battaglia per permettere aLLE NOSTRE DONNE AD ESEMPIO, DI STARE IN TOPLESS SULLE SPIAGGE DEI PAESI mussulmani. ma siccome nessuno si sogna di fare una tale battaglia,allora il disocorso si chiude qua

Maurizio 4 agosto 2011 - 15:33

Caro Sitio, per me i tempi delle lenzuola esposte erano simbolo di arretratezza culturale, subalternità religiosa e un male da combattere per il progresso della società. Così come mi permetto di giudicare quelle società che impongono un modo di vestire, in cui la laicità non è rispettata, in cui la donna non è rispettata. Mi permetto di giudicarle e di definirle, certo. Altrimenti che facciamo politica a fare? Se va bene tutto, in nome di un sano “lavarsene le mani” perché è una cultura, una tradizione, quindi per definizione intoccabile e inattaccabile, è inutile fare politica. E i paragoni che ho fatto non sono fuori contesto, sono solo un’estremizzazione di come puoi espandere questo discorso a qualsiasi cosa. Dobbiamo essere attenti che con la scusa della libertà personale, arriviamo ad accettare l’esatto opposto, cioè la limitazione delle libertà personali, dei diritti di ciascuno di formarsi e crescere nella società e per la società.
Secondo punto: non mi ritengo superiore a nessuno. Non ritengo neanche che la mia sia la migliore delle società possibili. Ritengo però che sia una di quelle in cui le libertà personali siano maggiormente rispettate, anche se molto c’è da fare. Non paragono l’Italia con l’Iran, neanche lontanamente. E non dirò mai che pari sono. Rispettare culture diverse è altra cosa rispetto all’accettare simboli di sfruttamento e oppressione.
Ultima cosa a scanso di equivoci: è ovvio che la posizione della Lega sia strumentale al loro disegno xenofobo e antislamico. Ma cerchiamo di non cadere nell’estremo opposto, cioè nell’accettare tutto, anche ciò che è in antitesi con i valori della Repubblica espressi nella Costituzione.

Valentina L. 4 agosto 2011 - 14:36

Condivido pienamente Elettra… E’ giusto cercare di scardinare il preconcetto che vede mondo musulmano e occidentale in antitesi.
Questo un punto di partenza… Parlare però di diritti umani è fondamentale per aprirsi una prospettiva di consapevolezza… non sarà di certo una legge a porre riparo ai soprusi (ove ve ne fossero)

Barbara Croce 4 agosto 2011 - 13:34

Personalmente non ho paura del velo, però penso che sia importante parlare con le donne e conoscere il loro volto, il linguaggio del corpo è molto più importante di quello verbale, capisci dall’espressione del volto molto di più di ogni parola e poi c’è tanta gente che legge il linguaggio labiale, io stessa quando una persona parla molto piano, mi aiuto con il linguaggio labiale!

Sitio Mundo Tommaso Cenvinzo Napoli 4 agosto 2011 - 13:32

maurizio, in due parole ti dico che non sei tu a decidere quale società sia giusta, quale società sia regredita o avanzata.. I miei punti fermi sono il rispetto per le culture diverse dalla mia, gli usi ed i costumi diversi dai miei. Per noi sono lontani i tempi delle lenzuola esposte, però di certo non erano il simbolo di arretratezza culturale o di un male da combattere. Discorso molto diverso è l’operaio che fa straordinari in fabbrica, o dei genitori che non mandano i figli a scuola (questi temi non hanno nulla a che vedere con l’articolo e con i commenti in questione).

Maurizio 4 agosto 2011 - 13:20

Probabilmente per il compagno Sitio erano accettabili anche le donne che esponevano dalle finestre i lenzuoli della prima notte di nozze, in fin dei conti, molte lo facevano volontariamente, senza che nessuno le obbligasse. Per me non era accettabile. E non è questione di assolutismo morale e intellettuale. Semplicemente, accettando questo “relativismo” (nel senso laico, non religioso alla Ratzinger) potremmo accettare qualsiasi cosa: che l’operaio faccia straordinari non obbligatori per 15 ore al giorno (in fin dei conti l’ha scelto lui), che i bambini non vadano a scuola (in fin dei conti, probabilmente, l’hanno scelto loro o i loro genitori, poi a 18 anni sceglieranno) e così via. Io dico solo che dobbiamo avere alcuni punti fermi, pena lo smembramento della società e la regressione a anni bui.

Loris 4 agosto 2011 - 13:09

E’ inutile fare tanto gli spiritosi, andare in giro vestiti da superman è perfettamente legittimo finchè non ti copri la faccia, è chiaro o occorre un disegnino? La legge non è contro nè i musulmani nè i vestiti di chiccessia, è per impedire di potersi rendere irriconoscibile. Per chi ancora non riesce a capire obnubilato dall’ideologia (poi gli altri sono i servi dei padroni che non ragionano eh? Vabbè….), si vuole vietare QUALSIASI cosa che renda irriconoscibile il volto, non i vestiti musulmani tout court. Come non sarà consentito a un motociclista italianissimo girare col casco in testa parimenti non si potrà girare col viso coperto da qualsiasi cosa, musulmana cinese canadese o danese che sia. Farò un esempio per gli irriducibili dell’ideologia che fin qui ancora non hanno capito: sotto il burqa o qualsiasi altra cosa che copre il volto potrebbe celarsi un rapinatore italiano di destra (così stiamo tutti contenti) che usa quel travestimento CON LA SCUSA che è consentito, mo è più chiaro? In caso rispiego gratis eh…

Giosweb 4 agosto 2011 - 13:03

Girare a volto coperto in Italia non è affatto illegale in questo momento. E’ una leggenda metropolitana messa in giro dalla lega e dalla Santanchè. Qui è spiegato cosa dice la legge e come, quindi non sia affatto illegale girare con il volto coperto.
http://it.wikipedia.org/wiki/Burqa#La_legislazione_italiana

Sitio Mundo Tommaso Cenvinzo Napoli 4 agosto 2011 - 13:00

grazie Elettra per l’articolo, iniziavo a preoccuparmi del fatto che nel mio partito ci fossero posizioni radicali e fondamentaliste rispetto alla negazione della libertà personale e rispetto al grado di emancipazione culturale delle donne islamiche. Questo pseudo femminismo-laico mi lascia sgomento, a voi paladini delle altrui libertà e delle altrui intelligenze vi propongo una legge che vieti la danza del ventre, che secondo il vostro modello culturale, offende il corpo della donna e lede la sua dignità perchè vista come un oggetto di desiderio sessuale. Non mi è piaciuto proprio l’articolo della Sgrena, non mi piace sentirmi intellettualmente superiori ad altri, non credo che le donne islamiche debbano essere liberate da noi, altrimenti sarei anche favorevole al pensiero dominante, al concetto della modernità, della colonizzazione e della esportazione della democrazia.

Maurizio 4 agosto 2011 - 12:54

No, non ci vuole nessuna legge, perché sei riconoscibile, non stai insultando nessuno, né vai contro i valori della nostra società, che per quanto possa non piacerci, offre certamente maggiori libertà, democrazia e benessere di quelle in cui si impongono copricapi, e burqa.
Accogliere non significa rinunciare ai valori fondanti del nostro stato, fra tutti la laicità e il rispetto di tutti i cittadini a prescindere da sesso e orientamento sessuale.
In secondo luogo, pregherei di non banalizzare la discussione.
Saluti

Daniele 4 agosto 2011 - 12:44

E se io volessi andare in giro vestito da superman ci vuole una legge che me lo consenta, o potrei essere multato ?.
Per andare in giro col saio di Sant’Antonio o col collarino di Santa Rita ci vuole un permesso ?, informatemi, non vorrei essere multato.

Maurizio 4 agosto 2011 - 11:44

Accettare e accogliere l’altro significa accogliere e fare proprie anche la sua vita, le sue esperienze, la sua cultura. Ma non significa che i valori su cui si basa il nostro Stato (e su cui si basa l’appartenenza ad esso, molto più che il fatto di essere nato qui o da genitori italiani) possano essere “contrattabili”. Fra questi valori c’è (almeno formalmente) l’uguaglianza fra i sessi. Il burqa, o il volto coperto, oltre ad essere illegali in Italia perché non permettono il riconoscimento della persona, sono una negazione di questo valore, nascendo come un’imposizione dei maschi verso le femmine. E poco conta se chi lo indossa adesso lo faccia con più o meno libertà di scelta. Nasce come un’imposizione, appare (ed effettivamente è) un atto di sottomissione della donna nei confronti dell’uomo. Una donna che non ha neanche il diritto di farsi vedere da altri maschi se non il marito. Questo va contro i nostri valori, quelli per cui hanno lottato migliaia di donne italiane. Accettare in piena libertà questa imposizione non la rende meno negativa, anzi.
In conclusione: l’accoglienza è un dovere, ma per far parte della nostra comunità non devi necessariamente essere nato qui, o da genitori italiani, devi accettare i valori fondanti della nostra Repubblica (e questo dovrebbe valere anche per molti italiani nati in Italia).

Vendola: “successo Quello che non ho”

Il successo di “quello che non ho” dimostra che per fare tv non serve volgarita’ ed imbecillita’. Non e’ vero che la tv intelligente fa il deserto. E’ quanto ha scritto poco fa su Twitter, Nichi Vendola presidente di Siistra Ecologia Liberta’, commentando il successo della trasmissione di Fazio e Saviano su La7.

Vendola: agenzie 15 maggio 2012

TERRORISMO: VENDOLA, CI METTEREMO DI TRAVERSO = (AGI) – Genova, 15 mag. – “Non direi che siamo di fronte alla ripresa del terrorismo. Siamo di fronte a fatti gravissimi, a segnali che auspicano un ritorno alla lotta armata e faremo tutto quello che e’ nella nostra passione e nel nostro dovere per metterci di traverso [...]

Elezioni centrosinistra: direzione nazionale, domani 16 maggio ore 14,30

La direzione nazionale di Sinistra Ecologia Liberta’ si svolgera’ a Roma, domani mercoledi 16 maggio 2012, presso il Centro Congressi Palestro in via Palestro 24 (zona Piazza Indipendenza), a partire dalle ore 14.30. Lo rende noto un comunicato dell’ufficio stampa del partito. Al centro della discussione – prosegue  la nota di Sel -  l’esito delle [...]

Migliore: Hollande-Crisi

Meno male che c’e’ Francois Hollande. Nel momento piu’  buio della crisi economica e sociale del Continente,  fanno davvero piacere le parole del presidente francese appena insediato: solidarieta’ e crescita sono gli obiettivi che devono mettere in soffitta il fallimentare progetto del fu Merkozy. Lo afferma Gennaro Migliore, responsabile Esteri di Sinistra Ecologia Liberta’. In [...]

Amministrative: domani 16 maggio Vendola a Isernia

Nichi Vendola, infine interverra’ ad Isernia domani sera mercoledi 16 maggio 2012, alle ore 20.30 presso il salone dell’Hotel Europa  ad una manifestazione pubblica a sostegno del candidato sindaco del centrosinistra Ugo De Vivo

Elezioni: Nichi Vendola a Genova per Doria, martedì 15 Maggio

ELEZIONI NICHI VENDOLA (SEL) A GENOVA PER MARCO DORIA MARTEDI  15 MAGGIO 2012 IN VAL POLCEVERA DALLE ORE 17.30 IN POI Il presidente di Sinistra Ecologia Liberta’, Nichi Vendola sara’ a Genova domani pomeriggio martedi 15 maggio 2012 a sostegno di Marco Doria, nell’ambito della campagna elettorale per i ballottaggi. Il candidato del centrosinistra a [...]

Centrosinistra. Vendola a Bersani e Di Pietro

  Io credo che con Bersani, con Di Pietro e sopratutto con tanti altri che sentono insopportabile la situazione in cui si trova l’Italia e l’Europa intera, bisogna discutere innanzitutto di cosa significa costruire e governare il cambiamento. Per esempio, piuttosto che concentrarci ora sulla figura del leader ora e’ molto importante capire se il [...]

Gay. Obama. Intervento di Vendola a Rainews

  Dal presidente Obama parole coraggiose e limpide. Una lezione per tutti i politici di ogni Paese. Cosi’ Nichi Vendola, presidente di Sinistra Ecologia Liberta’ in diretta tv poco fa con il direttore di RaiNews Corradino Mineo. In Italia – prosegue  il leader di Sel – siamo all’anno zero. Un Paese, il nostro bloccato sui [...]

Crisi di Governo. Dichiarazione di Nichi Vendola

  Sono molto colpito dal fatto che i principali esponenti del governo si atteggiano oggi ad analisti di costume, a sociologi. Leggo che Passera e’ angosciato dall’entita’ delle conseguenze sociali sulla mancanza di occupazione. Lo afferma Nichi Vendola, presidente di Sinistra Ecologia Liberta’, nel corso di un’intervista con Corradino Mineo su Rainews. Insomma da quando [...]

Lavoro. Precarietà. Intervento di Nichi Vendola

Sono infastidito quando le prime domande sono sempre sulle alleanze, sulla leadership ecc…Penso che il tema piu’ scottante con cui la politica e il centrosinistra debbono fare i conti e’ la precarieta’, il fatto cioe’ che c’e’ un’intera generazione che fatica ad agganciare una prospettiva di  collocazione della propria vita nel futuro. Un’intera generazione che [...]

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