E la chiamano maturità

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Quando è tempo di esami di maturità la scena è – più o meno – sempre questa. Tg di mezzogiorno, lui è un giovane cronista dal volto adatto alle inchieste di piazza, lei è una studentessa ancora più giovane vestita di una canottierina bianca e di una coda portata alta.

La domanda, secondo copione, ricorre identica ogni anno, tanto che ormai è inserita nei programmi scolastici. “Qual è stata la prova più difficile?” chiede lui agitando il microfono della rete, “alzarsi la mattina così presto” risponde lei se ragazza di spirito, oppure, “sicuramente la terza prova” se condivide l’incubo più diffuso tra i maturandi, le tante materie mischiate insieme da una commissione d’esame formata per metà da cordiali sconosciuti. Un sorriso, e poi i buoni propositi per l’estate. Il servizio successivo nel tg parla infatti di vacanze.

Questa è, grossomodo, la desolazione che accompagna il dibattito attorno alla maturità. D’altronde siamo ormai a luglio è di discussioni serie non vien proprio voglia. Al massimo ci si avventura in critiche – perlopiù polemiche e gratuite – sulle tracce del tema d’italiano o sull’autore scelto per la versione di greco. Foibe contrapposte all’olocausto, il Ricordo contrapposto alla Memoria (come previsto peraltro dal calendario delle celebrazioni), Mussolini affiancato a Togliatti, e poi gli Ufo.

I giornali hanno dedicato spazi abbondanti alla maturità, speso battute e inchiostro, impegnato firme prestigiose e intellettuali fini. Una marea di energie consumate per raggiungere un incredibile risultato, parlare di maturità senza mai parlare di scuola. E tutto perché è la prima domanda, quella fatta dal cronista con la faccia da inchiesta di piazza alla studentessa con la canottierina e la coda alta, ad esser sbagliata. O almeno, è la risposta della studentessa (o dello studente, ovviamente) ad esser limitata, schiacciata sul presente, tutta presa dall’esame appena sfangato. “Qual è la prova più difficile?” chiede il cronista. La risposta poteva benissimo essere, “resistere tutti questi anni senza mandare tutti a quel paese e mollare gli studi”. Questa sì che sarebbe una risposta “matura”.

Sarebbe bello e utile infatti che la maturità, almeno nei dibattiti sulla stampa, nei partiti e in tv, diventasse l’occasione per valutare non tanto gli studenti, quanto la scuola stessa. Non gli insegnati, né i dirigenti, badate. Neanche il ministro di turno, in realtà. Dovremmo approfittare dell’occasione, della sindrome del voto, del giudizio e della valutazione, per mettere un po’ alla prova l’idea di scuola, il significato che oggi veicola l’istituzione scolastica.

Ad esempio. Vi siete mai soffermati, avete mai posato l’occhio, sempre guardando la solita intervista del cronista e della maturanda, sull’ingresso che fa da sfondo? Uno vale l’altro, non state a pensarci troppo su, tanto sono tutti uguali. Lo trovereste così: se vi dice bene è coperto di scritte, manifesti, adesivi e graffiti. Se vi dice male, è appena ridipinto con vernici scadenti di tonalità assai tristi. E non avete ancora varcato la soglia. Mai stati in una classe? Mai scritto un tema poggiati su un banco tutto sgangherato? Mai seguito una lezione di un docente depresso?

Qual è l’idea che passa anche solo ad osservare i nostri edifici scolastici? Qual è la sensazione che provano studenti e docenti, ogni mattina, entrando in scuole che cadono a pezzi? È la sensazione degli ultimi, di quelli che sanno – ma fanno finta spesso di non ricordare – di non contare poi nulla.

La stessa sensazione che si prova ad esser allevati nel culto e nella retorica del merito ed esser poi giudicati secondo media matematica, con buona pace del rapporto docente/discente e della pedagogia. La stessa sensazione che si prova a studiare informatica senza avere un computer, o che si prova insegnando inglese senza averne il tempo.

Ecco perché la studentessa più che “matura” è “eroica”, una sopravvissuta. Come lo sono i docenti, quando non sono ormai troppo avviliti, viziati o corrotti da tutto ciò che li circonda.

Se poi il cronista, davanti a quell’ingresso, si mette a legger riforme, leggi e finanziarie, dopo la domanda sulla prova non potrà far altro che chiedersi, “che ci sarà da tagliare ancora?”.

Luca Sappino

pubblicato su Gli Altri

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