Euromediterraneo, a colloquio con Franco Giordano

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La linea di pensiero dominante è quella che nella stessa frase mette le parole “distruzione”, “fine del mondo”, “egoismo”, “competizione”, “confini”, “difesa”, “minaccia”, magari abbellite e camuffate da altre. Poi però ce n’è un’altra, che dal “pensiero meridiano” di Cassano prende il suo nutrimento originario e che nelle rivoluzioni contemporanee trova la sua sponda di realtà, una volta tanto non simulata.

Questo seconda linea deve superare ogni giorno una coltre robusta di polvere e propaganda, ma non si arresta, anzi rimonta, proprio perché non vuole pensare in piccolo. L’ultimo discorso di Nichi Vendola ci ha fatto sentire quanto alta sia la posta in gioco, e quanto dietro una visione politica non si cela di certo la solitudine di un poeta ma un vero e proprio laboratorio culturale che non si limita a fare, ogni mattina, dei tentativi di rianimazione del cadavere Italia, ma guarda anche a quello che succede fuori dal nostro guscio. Di quello che si muove dentro questo laboratorio ci parla Franco Giordano, ex segretario del Prc, oggi a fianco di Vendola in una battaglia per le idee che di cui Sinistra e Libertà vuole essere la miccia.

Giordano, cosa si cela dietro l’idea di una grande sinistra che guardi ad una nuova politica euro-mediterranea? Quale è il suo combustibile?

Nel corso dell’ultima manifestazione che abbiamo tenuto a Roma, Nichi ha annunciato un significativo cambio di passo. A fronte dello smarrimento della politica italiana che si limita a commentare i fatti di cui non è più protagonista da tempo, è importante delineare una sinistra larga, capace di uno sguardo che non si fermi all’orizzonte. Dopo secoli, il Mediterraneo torna ad essere al centro della scena mondiale, e questo ci impone un cambiamento di paradigma. Il discorso domestico è irritante e gioca sulla paura dell’altro che invaderà il nostro paese. Per questo occorre ribaltare completamente questa logica difensiva. Il Mediterraneo non è una minaccia, ma una risorsa. Non dobbiamo proteggerci dal Mediterraneo, limitandoci a fare una politica di contenimento, ma guardare alla gigantesca risorsa umana, culturale e politica che ci arriva dalla richiesta di libertà e democrazia nel Maghreb e in altre zone del mondo. Le mobilitazioni della Grecia non parlavano forse lo stesso linguaggio? Le stesse mobilitazioni italiane – dagli studenti fino alle donne – non dicevano in fondo la stessa cosa? Sono moti di giustizia e democrazia che non hanno leader e che vanno compresi profondamente, se vogliamo tracciare le basi di una nuova politica.

Sul “Sole 24 ore” di domenica 13 marzo, Andrea Romano parlava della fine del mito del progresso, l’ultima grande narrazione novecentesca che ci ha sorretto fino ad oggi ma che adesso sta naufragando: “Il nostro problema con le rivoluzioni in corso nel mondo arabo si chiama progresso. Non petrolio, né libertà, né flussi commerciali ma ideologia del progresso”. Ecco, se l’analisi di Romano dovesse rivelarsi corretta, che cosa raccontiamo noi occidentali al mondo arabo?

Anch’io ho letto quell’articolo e sono d’accordo con Romano. E’ finita la centralità del modello statunitense, e anche quello europeo è in crisi. Ma la crisi può fare proprio da movimento propulsore per un cambio di prospettiva. Penso all’analisi che fa James Hillman, quando insiste sul conflitto tra il capitalismo e la terra. E’ quell’idea di progresso legata al turbo-capitalismo (guardiamo a quello che è successo con le centrali nucleari in Giappone) che è entrato in crisi. E’ per questo che il pensiero meridiano, tutto ciò che arriva dal Mediterraneo, si offre come una reale alternativa.

Per far questo, bisogna combattere certe tendenze istintive dei cittadini italiani che sembrano più preoccupati per la mancanza di gas nelle loro cucine che per le sorti del popolo libico. Tutti vedono con simpatia le piazze in rivolta (basta che siano lontane), salvo poi chiudersi a doppia mandata nelle proprie case se si attenta alla proprietà e al benessere.

Le forme del turbo-capitalismo stanno distruggendo le relazioni umane fino al punto da rendere impossibile la convivenza e difficili le forme di solidarietà, persino quelle più primitive. Noi non siamo fatti per stare da soli, per vivere una vita di godimento completamente basata sul presente, ma per costruire forme di convivenza dove al godimento si sostituisce il desiderio, che ha in sé una possibilità di futuro.

L’impresa è gigantesca. Alcuni la giudicheranno utopica. Quali movimenti concreti si possono fare, considerando che si parte da una posizione minoritaria?

In Italia, la destra ha lavorato sulla fabbrica della paura, su quello che Bauman chiama “la costruzione sistematica del nemico”, mentre la sinistra ha fatto una politica tutta di rimessa e di piccole cose inutili. La stessa cosa è accaduta a livello europeo, fino al punto che l’Europa è diventata solo una enorme proprietà da difendere. Ma questo modello si sta sgretolando perché è gracile, inconsistente. Nostro compito è lavorare ad un’idea di modernità (non di modernizzazione) di globalità (e non di globalizzazione), e questo Nichi lo sta facendo da tempo.

La sciocchezza di Bersani di giudicare “poesia” il linguaggio di Vendola, ci dà un’idea della refrattarietà della sinistra a cogliere il cambiamento storico. Ma siccome di cambiamento storico si tratta, ed ha nel Mediterraneo il suo centro, alla fine anche gli altri nostri interlocutori si dovranno arrendere e ribaltare la prospettiva: non più competere, ma collaborare, accogliere, lavorare per un fine comune nel rispetto delle differenze, ascoltando quello che gli ultimi eventi della storia contemporanea ci stanno dicendo.

Katia Ippaso

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Vito Saturno 21 marzo 2011 - 20:19

Date spazio anche ai commenti sulle scelte di Napoli!

Rosa 20 marzo 2011 - 16:54

La questione è come porsi di fronte all’intervento militare in corso, sulla risoluzione dell’Onu, su come sostenere le ragioni di una soluzione politico-diplomatica della crisi libica senza abbandonare i ribelli alla macelleria di Gheddaffi che comunque è e resta un criminale e non un campione dell’antimperialismo… Per quanto mi riguarda, con o senza intervento internazionale, sto chi si ribella a una dittatura, in ogni modo. Qualche tempo sul sito SEL compariva la bella scritta “LUNGA VITA AI RIBELLI”. Abbiamo cambiato idea?

Rosanna 20 marzo 2011 - 16:25

Condivido la domanda di Antonio. Quale e` la vostra idea e sono anche curiosa di sapere cosa avreste fatto in modo concreto per evitare questo disastro e in che modo riaprireste le trattative dopo un’azione del genere? grazie. una cittadina

Antonio 20 marzo 2011 - 15:59

Care compagne e cari compagmi.
Vorrei che diceste una parola, una frase, magari tramite una videolettera,sulla nostra posizione dopo l’attacco alla libia da parte dei Paesi democratici:Stati Uniti,Francia,Danimarca,(Turchia(?)Paesi del Golfo Arabo(?) ecc.ecc.
Non sopporterei l’ipocrisia.

Marco 20 marzo 2011 - 15:06

“La Lega Araba critica i bombardamenti occidentali in Libia.” E’ il momento di scendere tutti in piazza contro questo disastro.

Reggiano Scalzo 20 marzo 2011 - 11:57

Ora ci vogliono grosse mobilitazioni pacifiste. Contro i bombardamenti e a favore della ripresa della diplomazia e del dialogo. Può sembrare difficile ma bisogna tentare il tutto e per tutto. L’alternativa è l’lllusione di abbattere Gheddafi simile a quella del 2003 in Iraq. Saddam fu abbattuto. E poi ? Democrazia subito o anni di guerra civile?

Franco Astengo 19 marzo 2011 - 21:33

GUERRA, POLITICA, DISORDINE
La guerra è tornata, come sempre storicamente è stato, ad occupare le prime pagine, il massimo dell’attenzione dell’opinione pubblica internazionale, scalzando, almeno in queste ore, la tragedia giapponese: una gerarchia di valori probabilmente del tutto arbitraria ma apparentemente ormai stabilita.
Eppure è la tragedia giapponese quella che richiama maggiormente le coscienze alla riflessione per l’intreccio tra il “fato” e l’incauta “opera dell’uomo”, tale da richiamare davvero un’Apocalisse.
Purtuttavia è necessario occuparci della guerra che appare, ancora una volta e verrebbe da dire come sempre, il punto terminale dell’esplosione delle contraddizioni più forti: economia, religione,nazionalismo,odio razziale, volontà imperiali alla fine si intrecciano, nelle forme più diverse, e danno origine, quali fattori scatenanti, alle grandi tragedie della storia, nell’impossibilità di verificare equilibri, di alimentare tensioni ideali, di promuovere una diversa cultura.
La guerra, molto spesso adottata negli ultimi decenni che avrebbero dovuto essere di apparente “pace”, mostra per intero il vero volto di questa presunta e tanto acclamata “post-modernità”: il disordine.
Viviamo un’era “disordinata” priva di punti di riferimento, nell’abbandono delle ideologie, nella caduta dei valori di riferimento, nell’assenza di elementi unificanti che pure avevano contribuito a far sì che si potesse avanzare nella storia.
Non esaminiamo in questa sede, per evidenti ragioni di economia del testo, i tanti passaggi che, almeno dal ’900 in avanti, abbiamo vissuto: le epoche degli imperialismi, dei totalitarismi, della divisione del mondo in blocchi, delle contrapposte ideologie; tutte scaturigini di tragedie immani, al riguardo delle quali però esisteva una possibilità di proclamazione di “senso”.
Tutto ciò oggi sembra abbandonato e la politica, ai grandi livelli internazionali come ai più modesti campi del ristretto ambiente locale, sembra non poter più governare nulla: una politica corrosa dai personalismi, percorsa da ambizioni smodate, priva di soggetti di riferimento capaci di tenere assieme idealità, progetti, programmi.
La guerra quale metafora del caos in cui la politica ci ha gettato; la guerra come “ratio”, quasi taglio del nodo gordiano della confusione, della fine dell’esistenza delle grandi ragioni del “dover essere” (pensiamo, sull’altare della crisi libica, una crisi settoriale, che pare si voglia affrontare come fu affrontata, all’epoca di Napoleone III, la costruzione dell’impero coloniale francese).
La guerra come scenario, all’interno della vicenda italiana, dell’impazzimento di un sistema politico dove i processi del Capo del Governo risultano essere il “perno” del sistema, dove le forze politiche al minimo della credibilità “storica” nominano “praticamente” le persone incaricate della rappresentanza politica (che mai più, naturalmente, si sognano di esercitare, in un quadro istituzionale, a livello centrale e periferico, del tutto desolante), dove l’opposizione appare frastagliata ed incapace di promuovere nuove idee se non quelle di muoversi nel solco tracciato dall’avversario, sia sul piano della progettualità corrente, sia sul piano della concezione dell’agire politico.
Guerra e tragedia giapponese, un intreccio che non ferma, in una piccola città di Provincia come Savona (antico laboratorio politico: dell’egemonia del PCI, della “questione morale” pre-Tangentopoli, del cedimento ai “poteri forti” capaci di scambiare, all’interno di un francobollo beninteso, il processo di chiusura dell’industria con piccoli assaggi di speculazione edilizia) un meccanismo di personalizzazione della politica formato “mignon” (ed anche un po’ ridicolo) con la Città invasa da manifestoni di candidati ad elezioni comunali, sull’esito delle quali non pende nessuna incertezza, ad un mese circa dalla presentazione delle liste; manifestoni fuori luogo, senza ragione se non quella di soddisfare l’ambizione di personaggi che puntano ad entrare nella Giunta o nel Consiglio o a fare il Sindaco ( quello uscente, preso dalla paura di non si sa che, ha invaso gli spazi pubblicitari della Città credo generando anche un poco di fastidio nei normali cittadini) di un Comune di meno di 60.000 abitanti al riguardo del quale nessuno di questi signori ha, finora (pur avendolo amministrato) mosso una virgola in funzione di delineare un futuro.
Abbiamo sviluppato soltanto un esempio del disordine che impera, e che non rende la situazione eccellente: la situazione è pessima tra Tripoli, Fukhuiama, Savona; pessima perché è il disordine che sembra guidare le azioni degli uomini, sia di fronte alle tragedie epocali, sia rispetto al semplice esercizio di una democrazia comunale.
Un intreccio che forse potrà essere giudicato forzato, ma guardando al fondo, riflettendo per davvero riteniamo se ne possano comprendere le ragioni.
Savona, li 19 Marzo 2011 Franco Astengo

Mirko Lombardi 19 marzo 2011 - 15:55

E noi stendiamo una pietosa no fly zone sulla nuova narrazione del Mediterraneo….
Accidenti!

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