Torna prepotentemente ed in forme nuove il tema di una riforma sociale del mezzogiorno, all’indomani dello sfondamento leghista alle elezioni regionali ed alla vigilia del licenziamento dei decreti attuativi sul federalismo fiscale. Nell’appello abbiamo scritto che a 150 anni dall’unità d’Italia il sud appare sempre più nella testa come nelle azioni delle classi dirigenti una terra perduta.
Uno dei tanti non luoghi che trasmettono l’idea del declino di un disegno politico complessivo, la fine del patto fondativo della repubblica, quel che resta dello stato di diritto e della stessa universalità di alcuni diritti fondamentali. Possiamo girarla come vogliamo, ma il nuovo patto fiscale delineato dalla Lega nord introduce inevitabilmente un principio di non ritorno: i ricchi non pagano le tasse, i ricchi non redistribuiscono più, i ricchi mettono in discussione il principio della progressività contributiva. Siamo a questo. E’ ovvio che ci siamo arrivati dopo un lungo cammino, lastricato di errori e responsabilità enormi che porta con se’ la politica meridionale. Su molti non c’è appello che tenga: non siamo riusciti a mettere in campo politiche economiche virtuose, non siamo riusciti ad evitare che lievitassero i costi della pubblica amministrazione, abbiamo continuato a perpetrare sprechi ed inefficienze, mentre sul versante sociale l’assistenza parassitaria ha prevalso su politiche di sviluppo e sull’ erogazione di sevizi universali. Tuttavia, il mezzogiorno ha visto calare in questo decennio drasticamente gli investimenti in conto capitale ed i trasferimenti diretti da parte dello stato centrale. Solo parzialmente i fondi strutturali europei sono riusciti a colmare il vero e proprio sequestro di danaro pubblico che il resto del paese ha esercitato nei confronti delle regioni n via di sviluppo. Questo accade non solo perché non siamo riusciti a dare rappresentazione autonoma delle nostre istanze. E’ indubbiamente vero che il sud ha pagato in maniera ingente il dazio di essere escluso dai luoghi decisionali della finanza pubblica e dalle scelte strategiche dell’economia nazionale: lo svuotamento produttivo di alcuni siti importanti o il ridimensionamento degli stessi danno del mezzogiorno l’idea di una terra su cui non conviene più scommettere. Tuttavia il tema è più di fondo: le classi dirigenti di tutti i partiti della Prima Repubblica si sono formate e cimentate sul tema della questione meridionale: al centro di tutti i programmi delle forze politiche dell’epoca c’era il tema della riduzione del divario culturale prima ancora che economico. Non potevamo immaginare che in poco meno di venti anni questo tema venisse cancellato se non addirittura sostituito con la costruzione speculare quanto artificiale di una vera questione settentrionale. Siamo di fronte ad un vero e proprio rovesciamento della realtà che condanna il sud ad essere periferico nel confronto, già esilissimo, intellettuale che attraversa il paese ed addirittura marginale nelle scelte che poi vengono messe in campo sul terreno delle infrastrutture, del credito, della produzione, della ricerca e dell’innovazione. Al sud si chiede di fare cassa, non di mettere in piedi progetti e nuove prospettive di crescita. Tuttavia, questa analisi ha un senso se siamo tutti d’accordo sul fatto che il dibattito sul federalismo – così come concepito da Calderoli, ma caldeggiato anche da pezzi significativi dell’elite culturale del nord -, ha assunto una caratterizzazione punitiva, quasi da battaglia all’ok corral. Sbarazziamoci definitivamente di questo fardello, senza il quale il nord non riuscirà mai a diventare una specie di super belgio e perderà l’aggancio con le economie più strutturate del centroeuropea. Altro che declamazione di una sorta di rivoluzione dell’apparato statuale e delle forme di governo e di autogoverno. In questa chiave il federalismo leghista assume sempre più le sembianze di una ruota della fortuna. D’altra parte la sua genesi è chiara perché non nasce dalla volontà di tutte le parti di mettersi intorno ad un tavolo e ricontrattare il foedus, il patto, su cui si è retta la repubblica e se vogliamo l’intera costruzione dello stato unitario. Nasce, altresì, da un’esigenza di un pezzo consistente del paese, quello più produttivo e quello capace di garantire il carico fiscale più pesante, di fare da sé, in ossequio al più famoso ed inquietante “ghe pensi mi”. Il provvedimento di cui ancora oggi non conosciamo cifre, numeri, confini, luoghi decisionali, si inscrive dentro questa curvatura storica. Il fallimento di un pensiero meridionalista autonomo e democratico ha eliminato le ultime barriere immunitarie per poter sviluppare una battaglia all’altezza, a viso aperto. Una polemica non subalterna. Invece siamo costretti ad agire dentro un dinamica di carattere correttivo e, di conseguenza, anche la nostra pratica ed azione politica hanno un carattere emendativo. Le parole sono importanti ed è chiaro che la potenza comunicativa di uno slogan tipo “roma ladrona” è superiore al nostro intercalare “ federalismo sì, ma con un fondo perequativo…” Dopo tre secondi le persone normali hanno già rinunciato a capire. Per questo dobbiamo ripartire da un tavolo, da un osservatorio, da un lavoro di documentazione. Per capire innanzitutto di cosa parliamo e cosa vogliamo trasmettere. Senza rinunciare ad essere in questo passaggio percepiti come quelli che navigano un po’ controcorrente. Tuttavia bisogna andare a vedere le carte: il cuore della legge 42 del 2009, quella che istituisce il federalismo fiscale, sono il passaggio dalla spesa storica ai costi standard ed i livelli essenziali delle prestazioni sociali. Al momento nessuno di questi due elementi è stato fissato. Circolano documenti e proiezioni poco attendibili sui costi dell’operazioni: vogliamo che il governo tiri fuori definitivamente il prezzo effettivo del federalismo. Non si può sottoporre il paese ad una manovra centralistica, che stressa il paese e distrugge l’autonomia di enti locali e regioni, e continuare a predicare l’accelerazione del federalismo fiscale. Il principio di responsabilità della politica impone di produrre parole chiare, anche a noi, anche al centrosinistra. Non possiamo essere afflitti dalla sindrome del gattopardo: un po’ leghisti al nord, custodi del rigore a Roma e decisamente neoborbonici al sud. Qualche giorno fa abbiamo avuto modo di verificare che si è formata un’ampia convergenza sul federalismo demaniale in parlamento. Non mi convince l’entità dell’operazione e il danno ulteriore che potrebbe produrre alla collettività. Non si tratta di qualche caserma che viene data in gestione ad un comune o ad una regione. Qui parliamo di fiumi, laghi, arenili, pezzi di territorio che in altri termini chiameremmo beni collettivi. E’ evidente che sono incedibili, ma la loro valorizzazione cambia a seconda del luogo in cui si trovano. E non è la stessa cosa a nord che al sud. Ed in ogni caso utilizzare le spiagge per fare cassa, attraverso la moltiplicazione delle concessioni, ad esempio, significa ridurre gli spazi di fruibilità pubblica. In più va aggiunto che alienare beni dello stato ad enti locali significa che lo stato, in tempi di lotta al debito pubblico, rinuncia a metter a garanzia del debito stesso questi beni. Infine non mi sembra il modo migliore di inaugurare una battaglia politica sui decreti attuativi: il rischio è quello di acquisire in tutto e per tutto il punto di vista dell’avversario, prima ancora di stabilire la linea di condotta sulla partita grande del federalismo fiscale. Dunque, lanciamo un tavolo vero sul federalismo: costruiamo un nesso tra cultura, politica e lavoro, rimettiamo al centro un nuovo meridionalismo democratico. Il futuro del paese sta in questa battaglia. Il resto è solo retorica dell’unità.