Fiat: ti saluto Italia

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Bye bye Torino, bye bye Italia, questo sembrerebbe l’emblematico, e neanche tanto sorprendente finale del percorso di destrutturazione intrapreso dall’amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne, infatti, a quanto pare, la sede legale della nuova società che nascerà dalla fusione fra Fiat e Chrysler sarà oltreoceano. L’esodo del lingotto, del resto, è stato annunciato più volte, celato da ipocrite tattiche industriali, che hanno letteralmente fatto a pezzi lavoratori e sindacati.

Nel mese di febbraio, la notizia del trasferimento della “testa” del gruppo, è stata più volte smentita sia dallo stesso Marchionne che dal presidente John Elkann,  nonostante ciò, persino fra le pagine del Wall Street Journal, si parlava del trasferimento in Usa. Sempre lo stesso mese di febbraio, Marchionne sosteneva che se il cuore della Fiat resterà a Torino, la testa dovrà essere in più posti, per gestire sia le attività europee, americane, ed in futuro anche quelle brasiliane e asiatiche.

Certo è, che la scelta di trasferire la sede legale in America, ha come semplice obiettivo la fruizione di un regime di imposizione fiscale più conveniente, da indiscrezioni di un report della Reuters, un anonimo collaboratore di Marchionne avrebbe esplicitamente pronunciato la seguente frase: “Se in Italia pago il 70 per cento di tasse e negli Usa il 30 per cento non è difficile immaginare dove andrò”.

Condizione per effettuare il trasferimento è l’acquisizione del 51% delle quote di Chrysler da parte di Fiat, che attualmente ne possiede il 25% e la restituzione di sette miliardi di dollari di prestiti contratti sia con il governo americano che con quello canadese per il fallimento pilotato, obiettivi questi, che secondo l’amministratore delegato Marchionne potrebbero essere raggiunti entro la fine dell’anno.

A grandi passi, Fiat lascia l’Italia, altro che aver a cuore l’italianità del marchio, altro che imporre regole di competizione, quando la competizione è già stata decisa altrove, al momento sono soltanto indiscrezioni e forse rimarranno tali fino all’ultimo, certo è che un confronto serio sulle scelte strategiche di Fiat Auto sarebbe il minimo, anche se nel nostro Paese sembra sia una strada impraticabile.

Per buona pace di tutti quelli che si sono piegati alle logiche del post-moderno capitalismo e per quella parte di sindacato che ha voluto azzerare il conflitto, trasformandolo in una sorta di semplice agenzia di servizi fiscali.

Andrea Sironi

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Carla Cirillo 28 marzo 2011 - 18:53

leggo questo intervento di Andrea Sironi che cade come il cacio sui maccheroni dopo la puntata proprio di ieri, domenica 27 marzo, dedicata da Report a Sergio Marchionne. Mi piacerebbe sapere quante persone hanno visto la trasmissione. Spero, comunque, che l’abbiano vista soprattutto gli operai della Fiat, le cui famiglie vedono minacciate il loro futuro da una situazione che diventa sempre più drammatica, perchè non ci può essere niente di peggio che non avere la sicurezza del lavoro e nello stesso tempo doversi piegare ad un ricatto che mette in discussione la sopravvivenza fisica degli operai. Infatti una cosa salta agli occhi immediatamente: le condizioni di lavoro soprattutto per chi è alla catena di montaggio sembrano essere poco sopportabili. Che dire? Nella trasmissione abbiamo potuto verificare che il sindaco Chiamparino gioca a carte con Marchionne e lo definisce un tipo timido. Un timido che, comunque, gli affari suoi se li sa fare molto bene. Io non so se il sindaco Chiamparino si sia guardato in tv, ma io ho provato un disagio e uno sconcerto poichè trovo assolutamente irricevibile, per usare una parola alla moda, che chi abbia un ruolo istituzionale possa con disinvoltura avere rapporti di amicizia con persone con le quali si dovrebbe avere solo appunto un rapporto istituzionale e niente di più. Questo quando si ha un ruolo di rappresentante di una cittadinanza di cui fanno parte anche gli operai della Fiat. Ma questo è il meno di fronte al fatto che Sergio Marchionne ha continuato a ripetere le solite tre o quattro frasi, senza che vi sia una piano ben definito e presentato a tutti. Insomma la Fiat ha chiesto un impegno gravoso ai lavoratori senza contropartita. In mancanza del Governo che avrebbe dovuto fare da arbitro e chiedere impegni precisi, l’azienda può fare quello che vuole: mantenere le promesse, ma anche non mantenerle, non essendoci alcun impedimento se volesse eventualmente fare un passo indietro. Ma come si fa ad accettare una cosa simile? Come fa una parte della sinistra a sostenere Marchionne? Credo che tra i tanti servizi che il sindacato offre oggi bisognerebbe aggiungerne un altro: come cambiare lavoro. Nei prossimi mesi ed anni penso che saranno in molti ad averne necessità.

Enrico Martina 27 marzo 2011 - 21:36

Che “una parte” del gruppo Fiat (come per l’ex Alitalia), ovvero la parte “good” (quella bad se la becca sulla schiena la solita “collettività”) avesse da tempo decisio di trasferirsi negli States e/o in Canada, era già scritto da tempo. L’ultimo degli indizi (tra i tanti) è stato quando nell’estate appena trascorsa, si era diffusa la “notizia” circa la volontà di Fiat di far indire dalle RSA il referendum (con metodi assolutamente coercitivi) avente ad oggetto la disdetta del CCNL settore metalmeccanico, la relativa uscita (apparente) da Confindustria e di tutti i diritti economici e normativi maturati, pena la chiusura stessa di Mirafiori (come già deciso peraltro per T Imerese e Melfi……) qualora l’esito della consultazione non fosse stato favorevole alla linea dettata da Marchionne.
Com’è andata a finire lo sappiamo tutti, anche se a parer mio il dissenso è stato di gran lunga più sostanzioso di quello che il gruppo Fiat si attendeva. Tutto questo per dire in definitiva che le scelte che la Fiat, per bocca del “blasonatissimo” Marchionne (sponsorizzato anche dalla maggioranza dei vertici naz del PD!!!!!!!!!!!) sta per intraprendere (le smentite di Elkann e parenti, sono PATETICHE) vanno nella direzione di una TOTALE DISMISSIONE dei siti di produzione auto in questo paese. E’ chiarissimo! Solo una persona cieca (o in malafede) non lo vede. I 7 miliardi di dollari “dati” dall’amministrazione Obama, per “il salvataggio Crysler” non sono a perdere! Allora quali ricette “politiche” e quali azioni conseguenti QUESTA SINISTRA (penso) debba mettere in atto? Io penso, oltre a mobilitare (ovviamente)le piazze di buona parte del paese, al fine di far sentire tutto il peso dell’opposizione a questa scelleratissima e gravissima scelta aziendale, sarebbe (penso) quella di chiedere che le Commissioni di Camera e Senato (Attività Produttive e dell’Economia) si riuniscano e presentino un ddl da sottoporre con decreto di urgenza al Governo(!!!!!) con richiesta di maxi risarcimento economico alla Fiat per dismissione dei 5 siti produttivi in Italia. Tale provvedimento si renderebbe necessario (se non addirittura moralmente obbligatorio) nei confronti di “quella parte” del paese che, in questi 65 anni si è vista trattenere dalle buste paga (prevalentemente proletarie) e dalle pensioni (i cespiti più bassi………..) per finanziare le perdite Fiat, che spesso altro non erano che ricapitalizzazioni (mascherate) di un gruppo TOTALMENTE PRIVATO!!!!!!!!!!!!!!!!

Andrea Sironi 27 marzo 2011 - 20:06

Uno dei principali, se non il più importante punto di fragilità dell’intera Sinistra, è stato, ed è per certi versi tuttora, quel pensiero strisciante di adesione acritica ai modelli economici neo-liberisti, ideati da manager come Marchionne. Per la sinistra, tale adesione è uno dei primari presupposti per guidare il Paese, facendo finta di non capire che strategie di questo genere portano alla divisione delle parti sociali, le quali vengono inghiottite in un turbine di paura, che lascia il lavoratore solo, solo di fronte ad una prospettiva opprimente. Soluzioni? Magari cominciare ad occupare quella parte di spazio da troppo tempo lasciata vuota, abbandonando definitivamente quella visione politicista da “apparato”, mettendo al centro la persona, quale soggetto principale destinato a vincere le scommesse di un nuovo modo di produrre e di consumare.

Salvatore Da Torino 27 marzo 2011 - 17:34

La cosa che fa più male è che politici del calibro come Fassino e Chiamparino stavano sostenendo la posizione di Marchionne,intanto la FIOM si sbatteva per far cambiare le opignoni dei lavoratori condizionati dalle dichiarazioni di questi personaggi, tra l’altro subito smentiti.
Saluti

Enrico Martini 27 marzo 2011 - 13:29

Ho vissuto una vicenda analoga in una posizione privilegiata,essendo al tempo un dirigente della multinazionale svedese Assa Abloy,poco conosciuta al grande pubblico, che ha fatto scempio di un patrimonio di medie industrie in Italia, Inghilterra, Belgio, Francia, Spagna.Quando le multinazionali prendono una strada, non ci sono sindacati o manager che riescano a far cambiare programmi. Questo perchè non esistono , in Italia, leggi che rendano difficili e costose le loro strategie.Ad esempio si potrebbe penalizzare fiscalmente la vendita di un’azienda ad una società multinazionale ; si potrebbero supportare finanziariamente solo i progetti di sviluppo delle multinazionali che acquisiscono aziende Italiane mentre in caso di delocalizzazioni, non consentire alcun accesso agli ammortizzatori sociali, ma imporre che i costi siano interamente pagati dagli azionisti . In sostanza occorre un quadro normativo forte a supporto dell’azione sindacale .

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