“Forse tutta l’Italia va diventando Sicilia…” così Leonardo Sciascia commentava ne Il giorno della Civetta la capacità performativa della politica siciliana su quella del paese intero.
Negli ultimi anni infatti le vicende politiche siciliane sono state importanti sperimentazioni politiche esportate in poco tempo, e dopo attento collaudo, oltre la lingua di mare che ci separa dal continente.
Dalla espulsione della sinistra dalle istituzioni fino ad arrivare alla creazione di un’unica maggioranza parlamentare che vede assieme dal PD ai fedelissimi Dell’Utri e Micciché a sostenere il governo Lombardo, le fortunate alchimie politiche delle classi dirigenti siciliane hanno solcato la strada del degrado culturale e politico del nostro paese.
Tutto questo nel frangente di una crisi sistemica dell’economia globale in cui i poteri economici, che quando non sono stati artefici sono stati concausa della crisi stessa, puntano ad una fuoriuscita da essa che ridisegni i rapporti di forza nel mondo del lavoro e sul welfare sempre più in senso neoliberista.
Così mentre a Pomigliano si consuma un ricatto inaccettabile per i lavoratori Fiat (cessione dei diritti in cambio del posto di lavoro), a Termini Imerese la condanna a morte dello stabilimento è stata eseguita nel silenzio più totale della politica e delle istituzioni.
E pensare che con Termini Imerese spariscono da Palermo 2000 posti di lavoro che vanno a sommarsi ai 1500 dei Cantieri Navali, a quelli della Keller, dell’Italtel, dell’Imesi per arrivare alla cifra complessiva di oltre 5000 licenziamenti, il 90% dell’occupazione industriale della provincia, ma anche la morte produttiva di quel territorio.
In Sicilia il tasso di disoccupazione giovanile sfiora il 40% e circa 25.000 giovani all’anno lasciano la mia terra senza che nessuno dica niente, anzi mentre le classi dirigenti discutono di alleanze variabili utili solamente a determinare come vanno spartiti gli ultimi fondi europei che arriveranno e che verranno spesi senza che nessuno se ne accorga.
Quelli che decidono di restare vivono nella precarietà che condanna un’intera generazione rimasta senza futuro, interamente piantata nel presente, vittima del ricatto di nuovi caporali e delle mafie.
Questa è solo una fotografia, parziale, del disastro sociale, economico e politico siciliano; è una cartolina dal sud, ma è anche l’emblema di una paese che precipita senza domandarsi neanche come sarà l’atterraggio.
E’ con queste lenti che dobbiamo guardare alla sfida che abbiamo davanti; ed è proprio attraverso queste lenti che la proposta di Bersani di un nuovo “Ulivo” e di una “Alleanza per l’Italia” mi appare tutta interna alla crisi di una politica dal fiato corto che cerca nell’alchimia delle sigle la sua stessa sopravvivenza.
Mi sarebbe piaciuto sentire dal segretario del Partito Democratico una proposta sui “contenuti” per salvare il paese dal declino, anche solo un’allusione ad un’idea di paese e di società diversa da quella attuale, magari anche solo una risposta a quelle che secondo me sono le vere emergenze democratiche del paese.
La prima è la questione morale che investe tutta la politica e non solo il presidente del Consiglio e la “Cricca” dei suoi amici.
Il livello di permeabilità della politica agli interessi privati determina una dimensione della corruzione tale da generare sfiducia sistemica e devastazione economica e strutturale della pubblica amministrazione. Per questo un’alternativa è possibile solo a partire da una soluzione al conflitto d’interessi che da decenni ormai affligge l’Italia.
La precarietà, vissuta come condizione dell’esistenza dalle nuove generazioni, è la seconda e più importante emergenza non solo perché riporta indietro le lancette dell’orologio nei rapporti di lavoro ai primi anni del secolo scorso cancellando i diritti acquisiti, bensì per la sua capacità di sottrarre fiducia nel futuro condannando così intere generazioni alla rassegnazione ed alla paura; sentimenti questi su cui affonda le radici l’architrave ideologico e culturale della destra berlusconiana. Una politica che voglia farsi carico del cambiamento deve avere nel suo vocabolario le parole della “stabilità” e del “coraggio”.
Ed infine la riforma della politica che passa inevitabilmente per un rinnovamento delle classi dirigenti e da una messa in discussione dei processi decisionali e dei partiti stessi.
Serve una riforma elettorale che ridia potere decisionale ai cittadini attraverso le preferenze e l’abolizione del premio di maggioranza: L’istituzionalizzazione delle primarie rappresenta oggi l’unica possibilità di rompere il meccanismo di autoriproduzione delle classi dirigenti che ha contribuito alla crescita della sfiducia nella politica, vista sempre più come appannaggio della cosiddetta “Casta”.
Legge sul conflitto d’interessi, abrogazione della legge 30, riforma elettorale e primarie per definire leadership e contenuti sarebbero già un buon punto di partenza per riaffermare l’esistenza di una coalizione di centrosinistra che ad oggi non mi risulta scontata sul piano nazionale e sicuramente non in Sicilia.
Sinistra Ecologia e Libertà può svolgere in questo contesto un ruolo decisivo, non solamente perché Nichi Vendola è un leader che piace e che può vincere, qualora vi fossero, le primarie di coalizione; bensì perché siamo portatori di un’idea di rinnovamento della politica e di cambiamento che in Puglia ha dimostrato di essere vincente e che noi dobbiamo saper far vivere in tutta Italia, altrimenti la vittoria di Nichi sarebbe vana.
La sfida che abbiamo accettato quando abbiamo deciso di costruire una nuova Sinistra in Italia era esattamente questa: quella di fondare una forza politica in grado di raccontare il paese reale e provare a cambiarlo, perché abbiamo visto dove porta una politica che parla solo di se stessa.
Il cammino è appena iniziato ed è ancora lungo, il nostro congresso è un’occasione che non dovremmo perdere per accelerare il passo.
Erasmo Palazzotto