La propria memoria, il prefetto di Milano Gian Valerio Lombardi se l’è giocata ai dadi, un tiro maldestro e di colpo Milano si è purificata di tutti i suoi peccati, passati e futuri. A Milano non c’è mafia, dice il prefetto come se vivesse a Stoccolma e non in uno dei crocevia più strategici e spietati dei traffici criminali italiani. E pazienza per quei 2.730.000 risultati che vi darà google se imposterete, l’una accanto all’altra, le parole mafia e Milano. Peccato che questo furto di memoria il prefetto Lombardi se lo sia inflitto proprio in occasione della visita a Milano della Commissione parlamentare antimafia: come dire, che diavolo ci siete venuti a fare fin qui?
Gli stessi concetti sulla verginità di Milano li esprimeva il sindaco socialista Pillitteri, una ventina d’anni fa. Incurante del senso del ridicolo che quelle sue parole producevano in una città frequentata da stimati gentiluomini come Luciano Liggio (pensate il caso, fu arrestato proprio a Milano, in via Ripamonti) Gerlando Alberti, Gaetano, Fidanzati, Stefano Bontate… “Suvvia, signori, quale mafia! Furti di autoradio, qualche scippo, un po’ di vagabondi a bivaccare sulle panchine della stazione centrale”. E centotrè sequestri di persona in dieci anni. Anni in cui c’erano più morti ammazzati a Milano che a Palermo.
Il prefetto Lombardi ha detto che a Milano non c’è mafia e il prefetto, come Bruto, è uomo d’onore: dovremo credere a lui e pensare che raccontino balle quelli dell’istituto Mario Negri che, distillando l’acqua delle fogne di Milano, hanno calcolato un consumo di dodicimila dosi di cocaina al giorno. La città, dicono quei comunisti dei magistrati, è diventata la capitale europea della coca: che è merce pregiata. Costa. Cento euro al grammo. Chi è che la distribuisce: l’esercito della salvezza? Le dame di carità? No, la ‘ndrangheta. Che ha fatto di Milano la propria capitale morale e finanziaria. Altrimenti, che li avrebbero celebrati a fare lassù in questi anni dieci maxiprocessi?
Il rapporto di Milano con la criminalità mafiosa è storia, non chiacchiera da bar. La storia di Calvi e di Sindona, i due grandi banchieri che da Milano gestivano, inquinavano e riciclavano i denari di Cosa Nostra. La storia di Giorgio Ambrosoli, liquidatore dell’Ambrosiano, ammazzato a Milano dai killer della mafia nel luglio del ’79. La storia dell’insediamento metodico, progressivo, inarrestabile, di decine di famiglie mafiose calabresi che si sono impadronite di tutto l’hinterland milanese mescolando i loro investimenti all’economia legale, dando l’assalto alla filiera degli appalti pubblici, diventando in pochi anni mafiosi in doppiopetto, economicamente e politicamente irreprensibili. Da qui il dubbio che all’appuntamento con l’Expo 2015, il più colossale ingorgo di appalti e investimenti pubblici nella storia milanese, non siano estranei interessi e ambizioni mafiose.
Bene, cosa fa un prefetto della Repubblica di fronte al rischio di un gigantesco inquinamento criminale? Si mette sull’attenti e recita la lezioncina che gli è stata impartita dal Viminale: a Milano la mafia non esiste, a Palermo è stata da tempo sconfitta, gli appalti pubblici nel nostro paese sono tutti limpidi, più puliti d’un bucato col candeggio. Certo, da qualche parte c’è qualcuno che s’intigna ancora a parlare di cosche, ma sono fuochi fatui, piroette da professionisti dell’antimafia, come quei due palermitani fissati con Cosa Nostra e il terzo livello, com’è che si chiamavano? ma sì, loro, Falcone e Borsellino…
Vorremmo sbagliarci, ma alla miopia del prefetto di Milano milanese forse non è estraneo un governo che considera i propri prefetti poco più che maggiordomi incaricati di dare fiato alla voce del padrone. Così non è sempre, naturalmente: e quando sulla strada di Palazzo Chigi si profila un funzionario con la schiena dritta, viene subito mandato a fare altri mestieri. E’ accaduto al prefetto di Latina, Bruno Frattasi, colpevole d’aver preteso di applicare le leggi della repubblica anche in una città, Fondi, amministrata dalla mafia. Il prefetto chiede lo scioglimento del Comune e il ministro Maroni dispone invece lo scioglimento – metaforico – del prefetto, immediatamente richiamato a Roma a far la muffa. Stessa musica a Venezia dove il prefetto Michele Lepri di Gallerano aveva ritenuto di dover facilitare il trasferimento di trentotto famiglie sinti (tutti cittadini italiani) dalla baraccopoli in cui vivevano in un villaggio messo a disposizione dal comune di Venezia. La Lega s’è arrabbiata: zingari? a casa nostra? con tetto, acqua corrente e luce elettrica? Non se ne parla nemmeno, rauss, fuori dalle scatole. I sinti e pure il signor prefetto che Maroni avrebbe volentieri mandato a dirigere il traffico in laguna ma poi, benevolmente, si è limitato a richiamare a Roma, alla catena.
Non vorremmo sbagliarci, ma con siffatto governo, un prefetto come quello di Milano è destinato a una fulgida carriera. Auguri.
Claudio Fava
pubblicato da l’Unità
vivo a Milano. Confermo quanto detto da Claudio. La coca gira tantissimo e non c’è nessun problema a trovarla. La mafia c’è.