Come volevasi dimostrare il nuovo quarto decreto attuativo della legge delega sul federalismo fiscale non mancherà di produrre altri guai. Dal suo punto di vista il ministro Calderoli ha ragione di esultare. Non solo Tremonti in una maxintervista sul giornale della Confindustria lo ha gratificato del titolo di effettivo ministro dello sviluppo economico, intendendo dire che basterebbe semplificare la legislazione, togliere i fatidici lacci e lacciuoli, per rilanciare l’economia del nostro paese.
Ma soprattutto questo quarto decreto attuativo, dopo quelli sul federalismo demaniale – sarebbe meglio dire demenziale – e della definizione dei fabbisogni standard per Comuni e Provincie, irrobustisce l’asse su cui è costruita l’alleanza tra il partito di Berlusconi e la Lega. Il fatto che ciò avvenga proprio nel momento in cui, nel voto sulla mozione di sfiducia a Caliendo, lo schieramento governativo registra la perdita della maggioranza numerica alla Camera, è indicativo dell’intenzione di questo governo di proseguire il più a lungo possibile, affrettando la messa in atto delle parti peggiori del suo programma.
Il cuore del provvedimento licenziato ieri dal Consiglio dei Ministri, mentre Montecitorio si apprestava a votare su Caliendo, riguarda l’introduzione di una cedolare secca del 20% per tutti i contratti di affitto. La motivazione ufficiale è ovviamente quella di combattere l’evasione fiscale dei proprietari e il fenomeno così diffuso nel nostro paese degli appartamenti sfitti, mentre il bisogno di casa cresce. Ma c’è modo e modo di affrontare questi temi. La strada scelta dal governo riduce la motivazione a mero pretesto per favorire i grandi proprietari di immobili e per rastrellare qualche entrata fiscale in più da parte dei più piccoli, senza preoccuparsi della condizione degli inquilini e dei senza casa.
Si comprende bene perché per una volta le critiche al testo governativo sono venute tanto dall’Unione Inquilini e dal Sunia, seppure con toni diversi, quanto dall’associazione sindacale dei piccoli proprietari immobiliari (Asppi). Persino la Cisl pare abbia qualcosa da ridire.
Il perché è presto detto. Il decreto attuativo stabilisce che dal prossimo anno, il 2011, i proprietari di immobili affittati a scopo abitativo avranno la facoltà di potere scegliere se continuare a seguire le norme attuali che regolano la tassazione o optare per la cedolare secca del 20%. Questa nuova “flat tax”, ovvero tassa piatta, sarà sostitutiva delle altre imposizioni, sia dell’Irpef che delle addizionali, nonché dell’imposta di registro e di bollo. Per comprendere gli effetti che tutto ciò provoca, conviene guardare alle differenze con la situazione attuale.
Ora le tassazioni sugli affitti dipendono dalla quantità di reddito del proprietario, poiché vengono determinate da un aliquota marginale applicata all’85% del canone. Secondo Il Sole 24 Ore si può calcolare che mediamente ora i proprietari di case versano al fisco poco più del 30% dell’affitto percepito. Quindi il nuovo tipo di prelievo fiscale, la cedolare secca del 20%, sembrerebbe per loro oltremodo conveniente poiché, applicandosi sull’intero canone, determinerà uno sconto di oltre il 22%. Ma non è così per tutti nella stessa misura.
E’ proprio qui che cominciano i guai. Quando si sceglie una tassa piatta rispetto ad una progressiva, si produce inevitabilmente un effetto distorsivo, in questo caso del tutto voluto. I vantaggi infatti si moltiplicano quanto è maggiore il reddito del contribuente-proprietario. Se il proprietario in questione dispone di un reddito superiore ai 100.000 euro annui, il beneficio che gli deriva dall’applicazione della cedolare secca in termini di meno tasse pagate è superiore al 45%. Nel caso invece di un cittadino piccolo proprietario, il cui reddito annuo stesse nella media del contribuente italiano, cioè si aggirasse attorno ai 22.000 euro, il risparmio scenderebbe al 16%. In altri termini i più ricchi otterrebbero uno sgravio di ben tre volte superiore ai più poveri! Mica male, se si appartiene alla prima categoria.
Ma il peggio deve ancora venire. Il testo governativo azzera praticamente ogni differenza con i canoni concordati, misura nata per contenere il livello degli affitti in sostituzione del vecchio e caro equo canone. Attualmente i proprietari che aderiscono agli accordi comunali per affittare le loro case ad affitti meno gravosi pagano l’imposta non sull’85% del canone , ma solo sul 58,5%. Come si vede l’applicazione della cedolare secca annullerebbe questa differenza e quindi toglierebbe ogni vantaggio a scegliere il regime del canone concordato. In questo caso ne soffrirebbero direttamente i non proprietari, ovvero i potenziali inquilini che faticherebbero a trovare affitti alla portata delle loro tasche.
Infine, ma se si vuole questo è un dettaglio, l’ulteriore abbassamento dal 25% al 20% della cedolare secca, voluto proprio da Calderoli, rende più arduo il cosiddetto pareggio dei conti, cioè l’equivalenza fra ciò che viene in meno al fisco in seguito all’abbassamento dell’aliquota e ciò che verrebbe in più dall’emersione del “nero” nel mercato degli affitti, che è stimato attorno al miliardo di euro, trascurando per ora le seconde case. Vi è quindi il rischio concreto che l’intera operazione si concluda alla fine ottenendo un risultato contrario a quello dichiarato, cioè con una diminuzione delle entrate fiscali dal mercato degli affitti.
Come si vede è sempre del federalismo dei ricchi che si sta parlando. Siano questi intere regioni o singole persone il risultato non cambia. Il messaggio del governo è chiaro: federalismo fiscale sì, ma soprattutto “proprietari di tutti i paesi unitevi”.
Alfonso Gianni
Volevo dire rendita non reddita.