I tempi della sospensione…

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Elisabetta Tulliani afferma di aver acquistato le sue case con i soldi della vincita al super Enalotto e Fini si prepara a fondare un nuovo partito, il governo vacilla e Casini riapre ancora una volta a Berlusconi, Franceschini, ottimista (?), dichiara di poter vincere le elezioni mentre Vendola sorpassa in gradimento il Cavaliere per il popolo di Facebook.
Nel frattempo, come da copione, al secondo step della riforma Gelmini, i precari della scuola si confrontano nuovamente con la parte dei “forse docenti?”.
In questi giorni, infatti,  si ripete stancamente il rituale della sospensione, dell’attesa, della precaria chiamata del contratto da firmare, da settembre a giugno o da settembre ad agosto, ma, si badi bene, non sostituendo nessuno, semplicemente come titolari di cattedre vacanti.
Non importa se in centro o in periferia, se vicino o lontano da casa, se in una scuola d’elitè o di “trincea”: l’importante per tutti è “l’arrivo della chiamata” per l’incarico rinnovabile di anno in anno. Soltanto in questo modo si può riuscire ancora ad alimentare la speranza di conseguire un giorno il punteggio necessario per ottenere una cattedra fissa e il contratto a tempo indeterminato.
Sebbene tutti gli iscritti nelle graduatorie provinciali ad esaurimento posseggano i titoli per insegnare nelle scuole dei diversi ordini e gradi, avendo affrontato concorsi, specializzazioni e tirocini per acquisire le competenze necessarie, per moltissimi la tanto sospirata nomina non arriverà, o arriverà con molto ritardo. Per coloro, invece, che riusciranno nella fortunata impresa di accaparrarsi per il nuovo anno il posto di lavoro, il malessere più grande sarà cambiare ancora una volta la propria sede.
La scandalosa e irrazionale gestione del personale a tempo determinato, costretto da un sistema schizzofrenico a vagare di anno in anno tra le scuole della provincia prescelta, rende impossibile la costruzione di un percorso didattico efficace, condannando gli alunni al “tourn over” della cultura e dei metodi d’insegnamento e i docenti all’impossibilità di stringere le relazioni necessarie e imprescindibili con l’ambiente di lavoro: dirigenti, genitori e colleghi già di ruolo.
In servizio fino a giugno, disoccupate da luglio a settembre ( nella migliore delle ipotesi) ci apprestiamo a trasmigrare verso nuove cattedre o spezzoni di cattedre vacanti, a fare la conoscenza degli alunni (chissà quando saremo nuovamente in grado di ricordare volti, nomi e storie?), dei colleghi con cui costruire legami e avviare le adeguate collaborazioni, dei dirigenti di cui conquistare la fiducia; chiedendoci se davvero questo enorme disagio collettivo sia conseguenza irrimediabile dello stato di crisi delle finanze pubbliche statali. Appare davvero poco credibile che il gioco valga la candela, ossia che il risparmio ottenuto da due mesi di mancata retribuzione, per giunta (e per fortuna) parzialmente coperti dall’assegno di disoccupazione (tra il 60% e il 70% della retribuzione), rappresenti un significativo toccasana per le boccheggianti casse dello stato. Al contrario sembra palese la volontà politica, non soltanto di disinvestire nella scuola pubblica, ma addirittura di punire i lavoratori di un settore che nella retorica governativa è stato miopemente rappresentato come “refugium fannullorum”.
Con la leggerezza tipica delle atmosfere di fine estate, mortificate e demotivate, ci chiediamo come sia possibile nel nostro Paese non capire quanto siano fondamentali per essere cittadini liberi la cultura, le istituzioni pubbliche e la scuola.
La società ha un profondo bisogno di politiche di equità, se non si vuole che proprio l’accresciuto bisogno di sapere, di conoscenza, di fruizione del bene cultura diventi un ulteriore elemento di discriminazione, tra chi sa e chi non sa, tra chi accede alla conoscenza e chi ne rimane escluso; scellerata dinamica che rischia di sommarsi alle già acute e profonde sofferenze sociali che ancora esistono nel Paese.
L’aumento degli alunni per classe e la riduzione dell’orario d’insegnamento riducono al lumicino la possibilità di una formazione dei discenti individuale e personalizzata, andando in direzione diametralmente opposta alle più avanzate teorie pedagogiche, nonché contro le palesi esigenze della società contemporanea.
Dietro l’accorpamento delle classi di concorso e l’idea dell’assunzione dei docenti per “chiamata diretta” da parte dei dirigenti scolastici, non può che esserci il progetto di svilimento delle professionalità acquisite attraverso percorsi definiti e formalizzati il cui riconoscimento rientrerebbe nelle facoltà discrezionali della nuova dirigenza scolastica
Con queste politiche la scuola perde, giorno dopo giorno, la sua funzione emancipatrice ed è condizionata sempre più da una logica prevalentemente aziendalista, dove il preside da primus inter pares diviene un amministratore completamente assorbito dalla spasmodica ricerca di finanziamenti esterni.
Assistiamo giorno dopo giorno alla caduta verticale della qualità dell’insegnamento, all’impoverimento della didattica, alla rapina nelle scuole delle proprie risorse.
Fino a quando saremo ancora disposti a tollerare questo stato di cose?

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Alfredo 31 agosto 2010 - 11:45

Siccome la forma è sostanza, a scrivere schizofrenico con due zeta e turn over con una o di troppo si finisce per dare ragione alla Gelmini.

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