L’approvazione nella bicameralina del federalismo regionale – con l’astensione del Pd – mette sulla rampa di lancio il più profondo riassetto istituzionale della storia repubblicana. Proprio da questa constatazione dovrebbe partire l’esigenza di una riflessione autonoma sul Mezzogiorno.
Una riflessione che sia non solo reattiva ma capace di incidere una traccia da utilizzare nel contesto di un più ampio dibattito culturale e politico nella sinistra. Anche perché è impensabile che una forza che si propone di governare il paese e costruire l’alternativa alla destra affronti la questione del Mezzogiorno con modalità subalterne.
Una riflessione, quella sul Sud, che va sorvegliata attentamente per evitare di cadere negli stereotipi, o peggio, in una narrazione minoritaria che si riduce al “paradigma vittimario”. Serve perciò inquadrare in partenza in tutta la sua crudezza lo stato della realtà dicendo intanto che non è vero che il Mezzogiorno è bloccato: il Mezzogiorno nel suo complesso arretra a grande velocità. E il dato rilevante è che da otto anni consecutivamente il Sud arretra rispetto al settentrione. Non si era mai verificato dal dopoguerra un tale divario e una tale tendenza all’allargamento della frattura tra le due parti del paese. E’ evidente che le regioni meridionali sono entrate in una spirale di declino che sembra irreversibile. Ed è difficile credere che questa deriva possa consentire una ripresa seria della stessa economia nazionale.
E’ in questo quadro che cade il Federalismo fiscale i cui decreti attuativi sono in corso di approvazione. E’ la stessa aggettivazione a denunciare fuori da ogni mascheramento qual è la vera sostanza di questo riassetto istituzionale: un gigantesco trasferimento di risorse dal Sud al Nord, tale da svuotare le stesse garanzie di uguaglianza sostanziale previste dalla Costituzione repubblicana e realizzare così una secessione di fatto.
Si devolve ai livelli territoriali non già la facoltà ma sostanzialmente l’obbligo, dato il taglio ingentissimo di risorse, di appesantire il carico fiscale e non certo secondo criteri di progressività. E se a regime la compartecipazione al gettito IVA rappresenterà l’asse portante del finanziamento di regioni e comuni, il passaggio della compartecipazione dall’imposta sul reddito a quella sui consumi chiuderà di fatto il rubinetto delle risorse costringendo gli enti locali meridionali a tagliare massicciamente anche la spesa senza alcuna certezza garantita dal fantomatico fondo di perequazione, che peraltro è a esaurimento. E’ fin troppo facile prevedere che le conseguenze che ne deriveranno saranno devastanti.
Se è così, bisogna scavalcare la miseria del dibattito politico nazionale privilegiando la costruzione di un discorso autonomo sul Mezzogiorno. Non in termini di separatezza, ma come parte della questione mediterranea e parte del tema di una nuova area geopolitica ed economica: qualcosa che va ben oltre l’abbozzo tracciato negli anni ’90 dal programma di Barcellona, che prevedeva una strategia di riavvicinamento dei paesi del Mediterraneo che è rimasto per lo più sulla carta.
Il Mezzogiorno costituisce certamente, oggi più che mai, un problema nazionale; e non se ne esce se non superando la sottomissione della politica al mercato, se non mettendo in campo politiche industriali ed economiche nazionali che rispondano a un principio di programmazione democratica. Ma il Sud è anche tra quei “Mezzogiorno d’Europa” che sono questione che riguarda l’intera area mediterranea.
E questo spiega perché va messo in discussione il paradigma che vede questa parte del paese solo come una zavorra, senza peraltro tacere che anche in larghe aree della sinistra questo assunto è stato largamente interiorizzato. Serve invece pensare al Sud come a un laboratorio per ricalibrare la stessa funzione del paese nel quadro europeo, ragionando su quella che non è solo una suggestione ma che può proporsi come base di un percorso politico nuovo.
E’ la stessa posizione geopolitica del Sud che suggerisce il ruolo che l’intero paese può interpretare al crocevia di una delle aree potenzialmente più vitali dei prossimi decenni. Perché c’è una convergenza di interessi tutt’altro che astratta tra i paesi dell’area del Mediterraneo. Da qui la possibilità di creare un nuovo “centro” capace di affiancare e bilanciare quelli esistenti.
Queste possibilità dunque vanno indagate, soprattutto per non rimanere prigionieri di schemi eurocentrici che presuppongono la divisione in aree forti e centrali da un lato e aree deboli da lasciare affondare dall’altro. Si fa stringente ormai la necessità di un riequilibrio politico dell’Europa finora solo carolingia, ristretta al nocciolo franco-tedesco, la quale – sotto la bacchetta della BCE e il comando politico della Germania – sta stringendo le tenaglie del compatibilismo strozzando le già provate aree deboli della UE con i lacci di criteri presuntivamente garanti di stabilità e crescita ma che in realtà tolgono ossigeno all’economia reale e minano quello che resta del modello sociale europeo.
E’ urgente perciò mettere in campo progetti e proposte per evitare che il Sud insieme agli altri Mezzogiorno d’Europa scivoli in posizioni irreversibilmente periferiche e verso una catastrofe economica e sociale che lo scenario greco ha solo fatto intravedere e che il Federalismo leghista vuole sostanzialmente assecondare. Seguendo intanto con attenzione quelle lotte e quei rivolgimenti che stanno percorrendo il Medio Oriente e la sponda sud del Mediterraneo e che perciò stanno anche richiamando venti di guerra dal Nord: forse proprio per impedire che nello scacchiere mediterraneo si imbocchino strade nuove.
Il Mezzogiorno insomma è sull’orlo dell’abisso, ma anche, paradossalmente, davanti a nuove possibilità che vanno colte soprattutto da quelle forze che hanno l’ambizione di farsi attori politici dotati di senso ed efficacia. E se la sinistra vuole essere questo, serve che si attrezzi per costruire un nuovo pensiero. Anche se, a dire il vero, si tratta di un’impresa né facile né scontata.
Raffaele Cimmino
caro raffaele concordo pienamente con quanto scrivi. ciao fulvia