Il passo più lungo di Abu Mazen

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Molti palestinesi considerano tardivo il passo coraggioso deciso da Abu Mazen di rivolgersi alle Nazioni Unite, malgrado tutte le pressioni esercitate per legittimare una realtà politica e sociale che è già sotto gli occhi della comunità internazionale. Addirittura l’assemblea generale ha già riconosciuto lo stato palestinese dichiarato da Arafat, nel 1988, con 104 voti favorevoli, due contrari e 36 astenuti. Gli archivi dell’ assemblea generale sono colmi di risoluzioni che ribadiscono e confermano diritti che Israele viola sistematicamente da 60 anni. La solennità che l’Anp ha voluto dare a questo evento intende preparare i palestinesi ai tempi duri e difficili che un passo di questo tipo comporta. La fermezza dimostrata dal presidente Abu Mazen di fronte alle pressioni e alle minacce, vuole dire che è ora di finirla con questa farsa dei negoziati che dura da quasi 20 anni. Anche perché gli accadimenti in Medio Oriente mostrano che la storia ha compiuto una profonda svolta e non si presta più al gioco delle tre carte; mostrano che è finito il tempo in cui Israele poteva fare da padrone assoluto.

La firma dell’accordo di Oslo nel ’93, che prevedeva la nascita dello stato palestinese entro 5 anni, portava anche l’autografo di tutti i principali attori sulla scena internazionale, che ora sembrano caduti dalle nuvole, ricorrendo alle solite acrobazie e ai giri di parole. Lo stesso Obama si era impegnato per la nascita dello stato palestinese, per cambiare goffamente le sue posizioni col passare del tempo e finire per sostenere, per ragioni elettorali, quelle dell’estrema destra israeliana, suscitando anche lo sbigottimento di un qualificato settore dell’opinione pubblica israeliana.

Lo stesso impegno aveva assunto anche il quartetto composto da Usa, Europa, Russia e Nazione Unite.
Dalle pagine di Haàretz, il noto giornalista israeliano Gideon Lévi si rivolge amareggiato ad Obama: «Sta con la coscienza a posto? E quando sta solo a letto non pensa che i palestinesi meritino uno stato come tutti gli altri popoli? E pensa davvero, alla luce di una vicenda così tormentata, che i palestinesi possano ottenerlo attraverso il negoziato con Israele? Ora Obama è un piccolo opportunista che fa male sia gli interessi del suo paese che i veri interessi di Israele».

Mentre il capo dell’opposizione, già primo ministro, definisce stupida la politica del governo che, oltre a ingaggiare una battaglia perduta che aggrava l’isolamento internazionale di Israele trascina anche gli Usa su posizioni ancora più deboli in Medio Oriente.

Le minacce di tagliare gli aiuti non danneggiano la questione palestinese in quanto tale, ma potrebbero demolire l’Anp, che teoricamente non dovrebbe prescindere dal compito di costituire lo stato palestinese. Qualora essa diventasse l’obiettivo come alternativa allo stato o come strumento di repressione al servizio dell’occupazione, come vorrebbe Israele, la maggior parte dei palestinesi ne farebbero volentieri a meno.

Negli ultimi anni la situazione palestinese è sembrata bizzarra e imbarazzante. Mentre i rapporti di Israele con i Paesi Arabi venivano congelati a causa delle politiche israeliane che avevano paralizzato il processo di pace, i territori palestinesi diventavano il suo primo partner commerciale. E mentre gli ambasciatori di Israele venivano espulsi o fatti scappare in solidarietà con la Palestina, il coordinamento tra le forze di sicurezza palestinesi e israeliane aumentava. Anche in questi momenti le due parti stanno valutando insieme quali conseguenze potrebbe avere un veto Usa al consiglio di sicurezza e quali misure prendere. Se ciò è normale in condizione di pace tra due stati, non è ammissibile in condizioni di palese o camuffata occupazione, anche perché ha a che fare con la dignità delle persone e delle istituzioni.

Se da una parte sono previsti tempi ancora più duri per i palestinesi, sul piano strategico, il ricorso all’Onu va nella direzione giusta, trova sostegno dalla maggior parte della popolazione e costituisce una tappa fondamentale verso un vero stato indipendente e verso rapporti più corretti e sani con gli israeliani che vorranno vivere in Medio Oriente. Rappresenta anche l’occasione per la comunità internazionale di assumere atteggiamenti più responsabili su questioni che hanno a che fare con la morte o la vita di un popolo.

Oggi, al contrario di quello che sembra, la Palestina vive un momento di rinascita , è il cuore pulsante della primavera Araba, al centro di un Medio Oriente che sta inesorabilmente cambiando i suoi assetti strategici, dove le folli pretese e le angherie israeliane non sono più tollerate, e dove finalmente vasti settori della opinione pubblica mondiale comprendono le ragioni politiche e storiche del suo popolo.

Il governo israeliano, condizionato dalla destra estrema e razzista ha scelto la via dello scontro, aumentando del 20% la presenza del suo esercito nei territori occupati, facendo ricorso in modo particolare ai cecchini, e armando i coloni già armati e noti per la violenza quotidiana delle loro incursioni. In questo caso non basterebbe qualche giornale compiacente a coprire i crimini e a nascondere la verità.

Malgrado la crisi della politica, con la crisi economica sarà difficile per tutti continuare a sostenere in modo così incondizionato l’insostenibile. Anche il veto americano al consiglio di sicurezza non passerà senza conseguenze, perché metterebbe a dura prova i pochi amici che restano agli Stati Uniti. E metterà a nudo la doppia morale che l’Occidente ha spesso usato nel trattare la questione palestinese. Mentre un riconoscimento dello stato palestinese aiuterebbe tutta la regione a ritrovare la sua stabilità.

Anche secondo molti israeliani la cosa renderebbe Israele più sicura, favorirebbe la sua normalizzazione nella regione e rassicurerebbe la sua popolazione rispetto al proprio destino in una regione dove Tel Aviv non è stata capace di concepire la sua presenza se non con la forza. Ritornerebbe così la presenza ebraica come elemento culturalmente originale e fondamentale nella storia della regione. Comunque più passa il tempo, più il costo del sostegno incondizionato alle politiche israeliane diventerà intollerabile a tutti. E ha ragione Abu Mazen, che anche per moltissimi israeliani ha dimostrato grande affidabilità, nell’invitare Israele a cogliere questa occasione storica difficilmente ripetibile.

Alì Rashid

pubblicato anche su il manifesto

Ci sono 3 commenti per questo post
Emiliosimone 26 settembre 2011 - 15:39

Nobel per la Pace… che vergogna… puah…

Alfonso Gianni 24 settembre 2011 - 18:01

Obama non è Bush. Non lo era e non lo è. Il che non significa che non possa diventarlo. Attualmente però le differenze in politica interna soprattutto e politica estera – pur nella sua generale negatività lo dimostra anche la vicenda libica – distinguono Obama dai Bush. Ma questo non basta, ecco il punto, quando è in gioco la questione palestinese. Qui Obama è (troppo) fortemente condizionato dalla potente lobby ebraica statunitense e da una visione personale dell’evoluzione politica in medioriente che sembra contrastare con il suo stesso famoos discorso al Cairo o almeno non essere al passo di quello. E’ quindi decisivo il comportamento della Ue e dei paesi europei. Se gli Usa non si schiodano da un appoggio a Israele, bisogna che l’Europa sia decisamente e attivamente dalla parte dei palestinesi, altrimenti il rapporto di forze risulta ulteriormente sproporzionato. Credo che la mossa di Abu Mazen vada letta anche in questo senso. Grazie comunque ad Alì Rashid per il bell’articolo che ci offre un raggio di luce sul quadro internazionale, cosa di cui parliamo sempre troppo poco.

Vanni Maltoni 23 settembre 2011 - 16:55

Barack Obama=George W. Bush

Alla faccia di tutti quelli che si sono sperticati in applausi e lacrime alla sua elezione. La speranza è che costoro abbiano finalmente capito che le chiacchiere stanno a zero.

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