Il reddito minimo per una vera riforma del lavoro

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Il Presidente “tecnico” Monti  e la sua “equipe” di mega-ministri sono arrivati al dunque: la fase Cresci-Italia, l’aspettavamo tutti eravamo curiosi e anche sotto sotto quasi “fiduciosi” ci avevano illuso le parole della Fornero che all’inizio aveva evocato il reddito minimo garantito che è un tabù per i sindacati nazionali e uno spauracchio per  gran parte della classe politica del nostro paese, troppo impegnata ad accumulare soldi attraverso i vari rimborsi ai partiti, il caso Lusi insegna.

Sembrava che si potesse respirare aria di riformismo dopo il berlusconismo oscurantista.  Un riformismo sano, che dovrebbe nascere ispirato da uno sguardo diretto e disincantato alla situazione di un paese sull’orlo del lastrico, e non dalle forti influenze di quest’ Europa “merkeliana”, commissariata dalle banche. Poi però le nostre speranze sono cominciate a sfumare. Io sono fra i molti che ha aspettato a giudicare definitivamente il Governo Monti, ma dopo le dichiarazioni del Premier sulla “monotononia” del posto fisso, e la necessità assoluta di abolire l’articolo 18  si è dimostrato che più che un governo tecnico, questo sembra un governo “aristocratico” tendente a destra.

Personalmente non credo che la flessibilità immaginata dallo stesso Monti sia il male assoluto; anzi forse in un paese con un welfare come quello della Danimarca la libertà di uscire e rientrare facilmente dentro il mercato del lavoro, cercando il lavoro (o il non lavoro) che realizza il soggetto in una determinata fase della sua vita , sarebbe veramente un traguardo di sinistra. Non possiamo però stare a raccontarci  favole in Italia c è un tasso di disoccupazione giovanile al 34%, tantissimo lavoro nero, attività illegali che finanziano un terzo del  PIL nazionale e la maggior parte dei lavoratori è immerso nella jungla dei con tratti atipici.

In queste condizioni se rischiassimo di facilitare esclusivamente la flessibilità in uscita, senza investimenti per l’occupazione, reti sociali e formazione ai soggetti deboli come  giovani o  meno giovani precari, questi  ne avrebbero la peggio e il loro futuro da lavoratori piu’ o meno qualificati rimarrebbe un’ utopia e  si produrrebbe solo un brutal-liberismo, disumano. Resterebbero solo a galla coloro che hanno una famiglia in grado di mantenerli negli studi e poi magari con delle spintarelle trovargli un lavoro “comodo” e ben pagato si rischierebbe una deriva classista in un mondo del lavoro già  messo male.

Mi viene in mente il “giovane” vice-ministro del Lavoro e le Politiche Sociali Michel Martone, che ha definito quelli che si laureano dopo i ventotto anni degli “sfigati”, alla faccia dei molti studenti lavoratori che ci sono in Italia. Insomma se è vero che una riforma va fatta, forse si potrebbe  provare a discuterne superando quei rituali confronti/scontri fra corporazioni, provando a guardare forse oltre la cultura liberista che ha fallito in occidente e in Italia non è stata applicato mai in maniera completa per i pensanti limiti culturali che ha il nostro paese. Sfruttando positivamente, la nostra arretratezza nel campo del liberismo, si  dovrebbe: tentare di incentivare l’occupazione, cancellare questi 46 tipi di contratti che hanno impoverito e stravolto la categoria del lavoro  e  iniziare percorsi per  promuovere un nuovo welfare universale che punti sull’accesso al reddito, alla cultura e alla conoscenza.

Il welfare italiano non esiste per ora, chi pensa al futuro dei giovani sono disgraziatamente solo le famiglie stesse quando possono farlo, viviamo infatti un clima culturale impregnato di familismo e corruzione mentre le istituzioni statali troppo spesso sono impegnate a spendere i soldi dei contribuenti per aiutare cricche o corporazioni varie. Usando un termine  del sociologo Baumann tanti giovani e meno giovani in Italia, portano avanti delle esistenze sempre più liquide e precarie.

Jacopo Zannini

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Filippo Ottone 19 febbraio 2012 - 10:47

Fornero è il peggior ministro del governo Monti. Apparentemente ignorante quando affronta il problema cassa integrazione – indennità di disoccupazione in realtà sa benissimo che la differenza tra i due trattamenti consiste nel fatto che con la cassa integrazione si conserva la titolarità del rapporto di lavoro mentre l’indennità di disoccupazione viene erogata solo dopo il licenziamento. La sua proposta si lega al tema dei licenziamenti più facili. Nemmeno una indennità di misura superiore sarebbe accettabile in sostituzione della cassa integrazione. Si devono unificare i tre tipi di casse integrazione ( speciale, ordinaria e ammortizzatori in deroga)mantenendone la durata complessiva e definendone la misura calcolandola sullo stipendio contrattuale e non su quello di fatto per non penalizzare i contratti di solidarietà. Dopo e solo dopo deve intervenire l’indennità di disoccupazione di cui va aumentata la misura,la durata e la platea dei lavoratori dipendenti ( compresi i precari di ogni genere). Le risorse ci sarebbero se i lavoratori autonomi versassero all’INPS i contributi in misura uguale agli altri lavoratori dato che l’ultimo bilancio dell’INPS dimostra che se ciò avvenisse ci sarebbero alcuni miliardi di euro di attivo. Se per salario minimo garantito si intende un trattamento simile a quello francese credo che molti equivoci potrebbero essere cancellati ma su questo argomento si continua a non voler entrare concretamente nel merito.

Ivana (genova) 17 febbraio 2012 - 20:42

Su Lisi e sulla corruzione tutti ipartiti dovrebbero interoarsi e specificare meglio molte voci dei loro bilanci. La Sinistra Arcobaleno come ha speso per esempio i propri introiti? I partiti cambiano nome, si accordano e si discordano e i bilanci sballano alla grande.
La situazione è davvero disastrosa se dobbiamo ricorrere al reddito minimo garantito, ma così è. Ha scritto bene Rodotà: prendere sul serio il diritto all’esistenza, impone di opporsi all’esistenza “minima”. Sono tornati i poveri veri, e bisogna garantire i diritti primari: il lavoro, la casa, la salute, l’istruzione, però i giuristi non dovranno scivolare nel pericolo del “minimo vitale”, certo positivo, ma bisogna arrivare alla piena tutela della persona e della sua dignità e smettere di considerare i diritti sociali minori rispetto agli altri diritti. Bene materiale e persona o persona e bene materiale?

Battistino 17 febbraio 2012 - 14:43

COncordo in toto con l’articolo, Credo anche io che il posto fisso non sia il massin mo nella vita, personalmente mi piace essere artigiano, anche seun po alla fame, ma resisto perchè l’idea di entrare per 30 anni di seguito tutte le mattine sempre dallo stesso cancello,vedere le stesse facce, fare lo stessa cosa per anni ed anni mi renderebbe peggio che un carcerato, quindi una sir tuazione dove si possa passare da lavoro alavoro in cui i periodi di non lavoro sono sostenuyti da un reddito che ti granatisce la continuità della vita sarebbe il massimo, ma……..questo non ci farebbe più schiavi in cerca di qualsiasi cosa pur di avre pochi euro in tasca !

Mario 17 febbraio 2012 - 12:35

Riguardo al Reddito minimo garantito, il BIN Italia(Basic Income Network) sta facendo una campagna “campale” acchè venga riconosciuto pure in Italia!
Ecco quanto ho realizzato per loro (noi) alcuni giorni fa (dietro invito) e che mi è stato pubblicato sulla piattaforma on line BIN Italia.

Alcuni mesi fa, spinto dalle pressioni dei potentati europei, l’allora premier Berlusconi – dedito ormai ai gavazzi notturni – decide di dimettersi e appoggiare la costituzione di un governo guidato da Mario Monti. Quasi tutti gli attori politici consideravano quest’ultimo una sorta di messia, il salvatore della Patria, ma passano i giorni e si accorgono che le aspettative messianiche erano solo un miraggio pregno di tanta dabbenaggine.
Il prof. Monti con il primo provvedimento decide di far pagare più tasse a coloro i quali fin ora le hanno sempre pagate; inoltre, con lo stesso comprime i servizi e l’assistenza ai meno abbienti; ratifica una manovra economica che sa di tanta nequizia e truculenza… Sempre nei confronti dei poveri. Per non parlare del suo carattere sperequato! Una manovra dettata dagli interessi bancari e plutocratici reconditi e che viene percepita dai diseredati come una sorta di accanimento o uno “stupro di gruppo”: “Pro domo sua!”.

Due mesi or sono do il mio appoggio a BIN, un ente che persegue finalità, oserei dire, filantropiche. Si atteggia ad araldo per il riconoscimento e l’affermazione anche in Italia del Reddito minimo garantito per tutti coloro che si trovano in stato di bisogno. La mia adesione allo stesso ente è stata immediata; la stessa risolutezza, purtroppo, non l’ha avuta il governo Monti rispetto alle finalità del BIN che attraverso la bisbetica e rognosa ministra Fornero, con mellifluo atteggiamento, inizialmente si dichiarava favorevole, esprimendosi in termini positivi, sennonché più in là con il suo silenzio assordante manifesterà tutta la sua recalcitranza. La sua non “bocciatura” ai primordi aveva lasciato intravedere almeno uno spiraglio per un buon esito della questione; aveva illuso un po’ tutti (sic!).
Il muro che divide il popolo minuto e la classe politica attuale (maggioranza e parte della minoranza) ha fattezze tipiche di un “mostro” dalla bocca grande, che testimonia la sua voracità di anime indifese con livelli che superano l’immaginazione più trascendentale. Per di più, l’atteggiamento di questo governo è in linea con chi è assurto al ruolo di “emblema della resistenza bancaria” agli interessi popolari! Quousque tandem?

Tutto questo non nuoce solo a quella striscia popolare infima, ma a tutta la società, poichè le conseguenze delle tensioni sociali e del malcontento dilagante verranno sicuramente avvertite anche dai ceti benestanti. Se fossi nei governanti non minimizzerei, non cestinerei queste istanze LEGITTIME E SACROSANTE! Tutti hanno diritto ad avere una vita dignitosa, come tutti i governanti hanno il dovere di assistere i più sfortunati! Accrescere le disuguaglianze significa accrescere il rancore del popolo e foraggiare le forme più estreme di politica che non perdono occasione di cavalcare l’onda dell’insoddisfazione. Cui prodest?

Occorrono più fatti e meno parole nugaci; tutto il Paese è tremebondo per quello che può succedere ancora in futuro e per il senso di precarietà che avvolge tutti! Sono necessarie politiche che aumentino il potere d’acquisto degli indigenti e che facciano ripartire i consumi (il Reddito minimo garantito sarebbe una variabile adeguata e opportuna!), che sono la voce secondo me più importante del PIL, visto che gli investimenti privati non si basano solo sui tassi di interesse, ma anche e soprattutto sulle aspettative di guadagno (investono solo se sanno che l’output non rimarrà nei magazzini invenduto a causa di un reddito disponibile misero,gretto delle famiglie). Tutto questo oltre a generare investimenti, determinerebbe pure una domanda di lavoro che aiuterebbe il Paese ad uscire dalla crisi, restituendo altresì la onorabilità e l’orgoglio a tante famiglie. Senza la creazione di lavoro sarà difficile uscire dalla crisi e sarà difficile fare una giusta allocazione delle ricchezze tra i vari strati sociali. Puntare sull’economia virtuale, la Borsa ecc., costituisce un elemento di imperituro rischio; puntare sull’economia reale, ovvero sulla produzione di beni e servizi significa, invece, benessere reale e corretta perequazione delle ricchezze!

Oltre a ciò, è necessario anche un dibattito “apertis verbis” tra le forze politiche allo scopo di pianificare un’azione risoluta e draconiana di contrasto all’evasione fiscale, il cui recupero di denaro verrebbe destinato alla copertura del Reddito minimo garantito (l’evasione fiscale in Italia si aggira sui 50 miliardi di euro all’anno!), e realizzare, dunque, quella forma di TUTELA SOCIALE CHE SOLO IN ITALIA E IN ALTRI POCHI PAESI NON E’ PREVITA! Con cordialità e assoluta vicinanza, Mario.

Fabio Roggiolani 17 febbraio 2012 - 10:15

Non pirica mente …..ma politicamente
Sorry

Fabio Roggiolani 17 febbraio 2012 - 10:13

50 suicidi di piccoli e medi imprenditori negli ultimi mesi.
La disperazione sociale dei precari a vita che non ottengono garanzie bancarie per far casa o per avviare una convivenza familiare o un matrimonio .
Il successo delle richieste di adesione alle casse integrazioni a zero ore sempre sopra al numero richiesto dicono che è tempo del reddito di cittadinanza legato alle fasi di assenza di lavoro .
Per tutti, per un periodo adeguato non inferiore ai due anni e la sua cancellazione di fronte al doppio rifiuto di una collocazione lavorativa proveniente dagli uffici del lavoro.
Il sistema del reddito minimo evita che ci siano disparità tra lavoratori delle piccole imprese che non hanno l’art 18 ma neppure la cassa integrazione e quelli delle grandi imprese.
Evita che le casse integrazion prolungate divengano in aree del centro e del nord la via per impieghi al nero che ovviamente danneggiano la fiscalità e tolgono altro lavoro.
Io ho fatto sempre l’imprenditore, piccolo o meno piccolo, e sono sempre stato politicamente tra gli extraparlamentari di sinistra e. Verdi e ora in SEL e non ho mai capito perché i miei partiti non hanno adottato anche le garanzie per gli imprenditori tra i propri impegni e priorità. Lasciando l spazio politico a Lega e dintorni.
Il reddito di cittadinanza risolve questa dicotomia, riunifica le disperazioni e le unisce in una battaglia politica straordinaria di pulizia e dovere morale.
Quanto mi piacerebbe che SEL avviasse una grande diffusa e capillare iniziativa in questa direzione e son certo che per questa via costringerebbe anche le lobbies imprenditoriali ad uscire allo scoperto.
50% della popolazione italiana è imprenditore di se stesso tra partite IVA commercio artigianato ecc ecc…ne vale pirica mente la pena, ma risponderebbe finalmente a quelle solitudini di imprenditori che non hanno retto alla perdita della loro azienda, alla vergogna di non pagare più gli stipendi ai tre o 10 dipendenti che nel momento della disperazione sociale avrebbero ottenuto invece della solidarietà il marchio di infamia di FALLITO

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