«Lei crede davvero che Luca abbia ragione? Che la felicità sia solo etero? Che davvero un gay non possa essere felice? No, non è così, non può essere così. Quello che rende infelici è l’ipocrisia, la clandestinità, la paura di essere quel che si è. Questo è infelicità. Solo questo». Nichi Vendola sembra voler “regalare” la sua storia ai giovani omosessuali, gli stessi che hanno reagito leggendo le parole di Luca di Tolve (che ha ispirato a Povia la canzone Luca era gay) su “A” a proposito dei gay che “non possono essere felici”. «Dichiararsi può essere dolore, anche emarginazione, anche violenza», ma io «non ho mai avuto paura di essere quello che sono. E se c’è un pensiero che mi trasmette ancora angoscia è immaginare di vivere nella menzogna…». Parla al telefono, il governatore della Puglia che sogna di diventare premier: gli occhi rivolti alla piazza che lo reclama, ma la testa ancora lontana dall’attualità politica e fissa sui ricordi. Anzi, su uno: la tesi di laurea, Pasolini degli anni 50. Anche lui cattolico, gay, comunista. Anche lui deciso a strappare la condizione di omosessuale dall’oscurità. «Sì, ma Pasolini quella dimensione l’ha illuminata con le fiamme dell’Inferno mentre io mi sono sempre rifiutato di accettare quella visione del senso di colpa». Poi sposta il ragionamento da ieri a oggi. «Il mondo ha camminato ancora, tutto è diverso: nel linguaggio, nell’immaginario, anche nel confronto politico. Una porzione di umanità è uscita forse definitivamente da quel cono di ombra, di vergogna, di colpa, di peccato, di violenza, di paura e può raccontare la propria vita, il proprio amore. Ed è difficile che ci possa essere scandalo e peccato quando c’è un progetto d’amore».
Partiamo dall’inizio: il coming out nel ’78. Aveva vent’anni…
«Anche io, Nichi, un volto di quella generazione che ha dovuto rompere la crosta. Che ha dovuto battersi in quel cambio d’epoca. Ho buttato, pasolinianamente, il mio corpo nella lotta. Mi sono usato perché la gente potesse riflettere. Ho sofferto per rompere quell’alone di mistero spaventevole che aleggiava attorno all’omosessualità. E, forse, ho contribuito alla rivoluzione».
Mistero spaventevole?
«Era un mondo in cui ancora molti pensavano che per i gay si dovesse chiamare un medico, l’ambulanza, lo psichiatra. Oggi non è più così, oggi nel Paese c’è una domanda di libertà forte ed essere gay non fa la differenza quando non c’è ipocrisia».
Crede che l’Italia sia pronta a un premier omosessuale?
«È pronta a un premier capace di dire la verità. Io non ho mai mentito sulla mia vita privata. Altri sì. Altri hanno fatto dell’ipocrisia la cifra del loro racconto: magari di giorno partecipavano ai family day e di notte cercavano trans e cocaina». C’è una parola che Vendola continua a ripetere. A declinare. «Ipocrisia». Ipocrisia che «ha segnato la cultura profonda della società italiana». Ipocrisia che «ho respirato per anni nelle stanze dei partiti. Del mio partito». Il tono del governatore è venato di malinconia, forse d’amarezza. «L’ho già detto e lo ripeto: è stato più facile raccontarmi ai preti che al partito. Gay era una parola che faceva paura. Meglio non dire, meglio nascondere, meglio negare. Oscar Wilde parlava dell’omosessualità come dell’amore che non osa pronunciare il proprio nome: io leggevo e capivo». Due temi si intrecciano: fede e omosessualità. All’improvviso uno emerge con forza. Si parte da lontano. Dall’infanzia nella sua Puglia. Terlizzi, terra di braccianti, di vita dura, di gente onesta. «Come mio padre… Tutte le sere rimboccava le coperte a noi figli maschi e ci salutava sempre con una sola domanda. Sempre la stessa. “Avete detto le preghiere?”. Già, le preghiere. Padre Nostro che sei nei cieli… Da quando è morto mio padre il Padre nostro è una preghiera che mi entra nella carne: il rapporto tra il padre mio e il Padre nostro mi stringe il cuore e mi commuove».
Davvero è stato più facile raccontarsi ai preti?
«Vuole la verità? Da loro non mi sono mai sentito rifiutato. E mai giudicato. Anzi spesso ho avuto un confronto autentico: loro capivano me e io capivo che anche nella Chiesa ci sono sensibilità diverse. E qualcuna provoca dolore e tristezza. La tristezza dei pregiudizi, delle paure. Lo confesso: ci sono stati momenti in cui ho vissuto la fede con fatica. Guardavo con sgomento quella Chiesa che si veste d’oro, mi chiedevo perché. Poi capivo: funziona sempre il silenzio di Dio e la libertà è fatta anche di quel silenzio. Vede, Dio non è tribunale islamico; Dio è libertà e responsabilità».
Lei è stato allievo di un grande prete: don Tonino Bello, il vescovo di Molfetta che diventerà santo… Ha parlato con lui della sua omosessualità?
«Solo una volta, nell’ultimo colloquio. Ricordo il suo volto sofferente per le metastasi e ricordo la mia domanda: perché in tanti anni non mi hai mai chiesto di convertirmi? Lui mi ha guardato con quegli occhi profondi e ingigantiti nel volto scarnificato dalla malattia. Mi ha sorriso e mi ha sussurrato cinque parole: “Non avevo bisogno di chiedertelo”. Ma non mi faccia parlare di questo…».
Il Papa venne a Bari e lei prese la comunione. Ci furono polemiche. Si era confessato?
«Poco prima. Avevo conosciuto un prete molto in gamba, uno vicino a Cl. Fui diretto: «Ehi don Mario, ora mi devi confessare…». È una bella cosa la confessione. O almeno la confessione che cerco io: un punto di interlocuzione sul cammino di conversione. Credo che confessore e confessato dovrebbero essere due che si prendono per mano. Peccato che non sia sempre così».
Sono quaranta minuti che il governatore si racconta. Come vuole lui: senza ipocrisie. Non nega di essere stato bisex. Non nasconde di aver avuto fidanzate. «Alcune bellissime». Poi guarda avanti. A quella che potrà essere la sua vita vera e confessa: «Considero un limite della mia esperienza terrena non aver potuto essere genitore. Sarebbe stato qualcosa di straordinario».
È qui l’unico accostamento con Luca Di Tolve”. Anche lui, comunque, aveva risposto in maniera secca a una domanda secca: che cosa le manca? «Un figlio».
E lei, governatore? Ricorda: disse che non vorrebbe morire senza aver vissuto l’esperienza della paternità.
«Ma a modo mio, padre lo sono già stato: ho dedicato tempo ai bambini. Mi piace giocare, fare teatro, scrivere filastrocche. Credo che sarei stato un buon papà. Provo tristezza quando vedo con quanta superficialità si diventa genitori: senza riflettere, senza pesare, senza interrogarti e senza donarti. Quante domande farei a tanti papà: quante volte invece di una parola preferisci offrire a tuo figlio un cartone animato? Quante volte rinunci alla conoscenza della sua crescita? Quante scegli di non misurarti con lui? Forse troppe. E forse, ancora una volta, siamo dentro un’interpretazione volgare di un ruolo fondamentale. Mi resta però una consolazione: il mondo corre. Più di quanto immaginiamo».
Arturo Celletti
Fonte: A
Sono uno di quelli che crede in un rapporto dialettico col PD e sono stato tra i primi, anche nel vecchio Prc, a proporre di ristabilire un’alleanza di centro-sinistra.
Ciò non toglie che non veda, come tanti, i maneggi della sinistra festaiola e falsoazionista del gruppo L’Espresso. Come non mi piace un volto buono, ma d’una faziosità incredibile, com’è quello di Giovanni Floris.
Sappiamo tutti che tale è la realtà che non mi soffermo nemmeno a chiosare sulla breve affermazione di Marco. Anche lui sa ch’è così. Amen