La democrazia e la rivolta, ciò che abbiamo in “comune”

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Il mediterraneo brucia, dalla Tunisia all’Egitto, dall’Algeria al Marocco, e con esso arde l’Europa alle prese con una crisi di politiche e visione senza precedenti. Milioni tra giovanissimi, disoccupati, precari, sotto occupati mettono in scena rivolte primordiali, fatte di assalti al palazzo e fuochi di antica purificazione.

Rivolte che, a loro volta, stanno mettendo in moto processi di cambiamento. Processi di liberazione di popolo, di rivolta giovanile caratterizzata da una forte presenza femminile. Straordinarie effervescenze, impensabili sino a pochi mesi fa, dagli esiti ovviamente imprevedibili. Insorgenze che trovano nell’esercito un garante istituzionale, nazionale, popolare laico in grado di garantire la transizione.

Il Belgio è senza governo da otto mesi, in Portogallo il disincanto ha portato alla elezione del Presidente della Repubblica con il 50% degli aventi diritto al voto, la Grecia, pur avendo cambiato governo, non riesce a cambiare le politiche drammaticamente sovra determinate dagli organismi economici internazionali ed europei a-democratici.

Sembrerebbe che il liberismo globalizzato intra e post crisi abbia consolidato i suoi tratti autoritari, capaci, ormai in maniera esplicita, di alludere ad un vero proprio svilimento della sovranità popolare a della democrazia rappresentativa.

E’ proprio la democrazia la vittima designata di questo passaggio. Soprattutto in Europa.

Non stiamo parliamo della democrazia progressiva, del compromesso sociale e dello Stato sociale che poi hanno rappresentato i tratti costituenti del modello europeo.

Non stiamo parlando del welfare inventato da Beveridge, né della economia sociale di mercato teorizzata da Röpke e Adenauer.

Stiamo parlando della messa in mora della democrazia liberale e del rapporto tra opzioni di governo alternative, capaci cioè di parlare a diversi blocchi sociali.

La ricetta è unica, contrazione della spesa pubblica, interventi dragoniani sul debito, riduzione del deficit spending. Quindi al solito tutto si riduce ad una stretta su salari, pensioni, welfare.

La vicenda italiana si inscrive in questo contesto.

Certo ci sono tratti specifici di degenerazione della vita pubblica, ma la dinamica macro economica si inserisce a pieno titolo nella dimensione europea.

Con l’aggravante di un Paese, il nostro, che non ha mai portato a compimento un sistema compiutamente keynesiano.

Ma se così è, se le scelte strategiche, di fondo sul piano delle politiche economiche sono appannaggio esclusivo della dimensione sovra nazionale sconnessa dal meccanismo della rappresentanza la domanda sorge spontanea.

A cosa servono i governi nazionali? O meglio quale margine di manovra hanno rispetto alle direttive che gli arrivano dal FMI e dalla Banca centrale europea?

Visto dall’Italia questo crinale ci consegna una verità contraddittoria. Serve un governo che sappia garantire stabilità senza fughe in avanti o riforme specificatamente nazionali. Insomma non c’è bisogno di un governo che governi, meglio non c’è bisogno di un esecutivo che faccia il proprio lavoro, che si sforzi di trovare la via di fuga o il luogo di passo per fuoriuscire dalla crisi.

Questa è materia che non gli appartiene.

C’è invece bisogno che in ogni esecutivo sia presente un’antenna sensibile ai dettami e alle indicazioni degli organismi padroni del mondo.

Nel governo Berlusconi, c’è Tremonti, tanto basta a garantire fedeltà e coerenza alle scelte internazionali.

Nel governo Prodi c’era Padoa Schioppa, che era un galantuomo, che non praticava liturgie padane condite con la cene degli ossi, ma la sostanza delle cose non mutava granché.

In questo senso il fuoco generazionale e precario, l’urlo no future del 14 dicembre a Roma, si inscrive di fatto in un puzzle più grande che attraversa l’Europea e l’intera area mediterranea. E’ la risposta di una moltitudine espropriata del futuro. Giovani e giovanissimi stremati dai meccanismi dell’accumulazione ed esclusi da un accesso significativo al consumo. Giovani ad alta scolarizzazione che tramite la rete e i social network imparano presto a sentirsi parte di una condizione giovanile e di classe diffusa in gran parte del mondo.

In Italia la rivolta è stata meno continuativa, in Italia la crisi degenerativa della dimensione democratica assume un profilo specifico non irrilevante.

Il governo Berlusconi è in crisi profonda, ciononostante per durare ha bisogno di barcamenarsi senza governare troppo. E infatti non lo fa. O meglio lo fa negando la vocazione terza che ogni governo democratico dovrebbe avere. Si contenta di accompagnare la posizione del più forte. Come nella vicenda della Fiat.

Insomma ci si affida sia dal punto di vista ideologico che da quello materiale alle scelte dei poteri forti nazionali e internazionali. Niente di più niente di meno.

Mantenuto tra le mani il pallino del governo ci si può finalmente dedicare ad una lotta furibonda tra bande, consorterie, lobby tenute insieme solo dalla filiera degli interessi materiali di singoli o ambiti di tipo professionale o territoriale. Anche qui nulla di più nulla di meno.

Una vera e propria guerra civile interna alle diverse destre del Paese. Una guerra civile senza esclusioni di colpi tra il blocco berlusconiano, la borghesia repubblicana del terzo polo, il Vaticano, la Confindustria e Marchionne. Con i giornali – partito, Repubblica e Corriere della sera, a fare da endorsement o sparring partner a uno o all’altro dei contendenti.

Una guerra civile che somiglia a quella prima sotterranea (per oltre venti anni) e poi drammaticamente esplicita tra fascisti intransigenti e fascisti moderati per usare la brillante categorizzazione di Renzo De Felice. Con la differenza che, in questo caso, il 25 luglio parlamentare è fallito e che nessuno sbarco alleato è in grado di contribuire alla lotta di liberazione. Dovremmo cavarcela da soli indagando fino in fondo i limiti del campo in cui militiamo.

Gli studenti e in generale il blocco precario generazionale hanno fatto grandi cose, rimettendo al centro della discussione il ruolo del sapere delle produzioni immateriali, della ricerca e di un welfare non più fondato sul lavoro ma sul diritto universale di cittadinanza, quindi sul reddito.

La Fiom e i lavoratori di Mirafiori hanno fatto cose grandissime, dal referendum allo sciopero generale dei meccanici, giocando in attacco l’intera partita. Modello di sviluppo, qualità delle produzioni e qualità del lavoro, riconversione ecologica, rapporto tra fabbrica e comunità locale, nesso tra produzione e rendita finanziaria che non sono cose contrapposte ma leve funzionali al medesimo meccanismo di accumulazione.

Cose eccellenti che hanno bucato il maglione sempre verde del manager globalizzato. Incursioni, invasioni di campo, buone pratiche di liberazione che, però, ad oggi non fanno un progetto per l’alternativa. E non per colpa loro ovviamente.

Della magistratura come unico potere capace di contrapporsi allo strapotere berlusconiano proviamo a non occuparci.

Un po’ per decenza, la politica incapace di parola che si affida al potere giudiziario come il popolo medio orientale si affida ai suoi eserciti. Con l’aggravante che qui i partiti esistono ancora.

Un po’ per paura, perché una delega così grande ha contribuito alla degenerazione del sistema democratico italiano degli ultimi venti anni. Una delega conquistata sul campo sul finire degli anni settanta per risolvere giudiziariamente l’insorgenza sociale di una generazione e mai più riconsegnata.

Il tema delicato sta nella stagnazione pericolosa del sistema politico e del meccanismo della rappresentanza, soprattutto nel centro sinistra. Mentre appunto imperversa la guerra civile che rischia di travolgere quel che resta delle istituzioni democratiche, il PD e gran parte del campo democratico continua il suo cammino in stato confusionale.

Intanto qualcosa si muove, ad esempio il meeting di Marghera organizzato da uniti contro la crisi. Un successo di pubblico e di critica. Ma ancor di più una capacità di focalizzare l’attenzione sul punto vero, la democrazia come processo da declinare in ogni ambito. Dalla Fiat alla comunità locale, dai beni comuni all’università.

Ciò che rischia di schiantarsi definitivamente è il rapporto tra democrazia e rappresentanza, tra democrazia sostanziale e politica.

L’antidoto esiste, sono le primarie, il coinvolgimento, la democrazia partecipativa, l’ascolto e la volontà di realizzazione nuove connessioni.

Nulla a che vedere con lo spirito pervasivo del populismo, nessuna concessione alla sistematica frantumazione dei corpi intermedi e al rapporto terrifico tra capo e popolo. Piuttosto una rigenerazione vera e propria, del criterio della rappresentanza, una rilegittimazione di massa della politica e delle sue scelte valoriali, programmatiche e di leadership. In fondo prima delle primarie a Bologna in molti si domandavano a che cosa servisse il sindaco, visto che col commissario le cose funzionano persino meglio. Il sindaco, la politica, servono a imprimere il segno al governo della trasformazione, fuori dalle compatibilità della governance, del patto di stabilità e della tecnocrazia che amministra.

Le forme della politica sono state sconfitte dalla evidenza dei fatti già dalla fine del novecento. Sopravvivono come manciata di pregresso, come zombie nella terra di mezzo in attesa della configurazione di forme nuove, strutturate, definitive. In fondo il bipartitismo coatto cosa è stato se non la risposta sbagliata ad una domanda giusta.

E il sistema politico continua a barcamenarsi tra una sorta di nuovo CLN e la ricerca di un ennesimo 25 luglio, di un’altra manovra di palazzo, magari affidata alla giustizia.

Continuiamo a pensare che la democrazia è tutto e che dovremmo rompere gli indugi e mettere in campo un processo di riconnessione con i soggetti sociali maggiormente colpiti dalla crisi, un processo fondato sulla capacità di ascolto e sulla partecipazione.

Le primarie sono lo snodo fondamentale di questa ricostruzione. Non hanno proprietà salvifica ma sono in grado di rimettere in moto le cose, di mischiare le carte e di non dare per conclusa la transizione italiana. Milano, Bologna e Cagliari dimostrano che c’è uno spazio grande per la rappresentanza delle istanze e delle opzioni della sinistra. Non dare per scontati i rapporti di forza nella società e nel campo largo del centro sinistra è il primo atto di una eventuale rifondazione.

Le primarie come occasione per rilanciare spunti programmatici alternativi alla ingessatura politicista: reddito di cittadinanza, nuovo welfare, riconversione ecologica, questione energetica, accoglienza, centralità della formazione e della ricerca, democrazia come straordinaria occasione per ripensare ciò che è “comune”.

In queste ore diversi Paesi mediterranei stanno vivendo il loro ’89, la loro liberazione da regimi corrotti fondati su leadership carismatiche, i rais, che hanno distrutto, in decenni di potere assoluto coperto dai diversi Paesi europei,, partiti sindacati corpi intermedi. Ciononostante una nuova generazione, fatta da tantissime donne, lontana mille miglia dagli stereotipi, globalizzata, si sta battendo per il diritto al pane, al futuro, alla democrazia. E’ una generazione che, con la ripresa di parola, ha già vinto perché ha sconvolto la geopolitica medio orientale.

Se è successo in Tunisia, se è successo in Egitto, se continuerà ad accadere in Algeria e in Marocco, forse anche noi possiamo tornare a scrutare l’orizzonte con maggiore ottimismo. Ma non dobbiamo immaginare un nuovo 25 luglio, né una versione ancora più confusa dell’8 settembre. Dobbiamo semplicemente costruire le condizioni di un nuovo 25 aprile, una mobilitazione continua e di massa capace di accelerare il crollo di Berlusconi. Perché le modalità con cui avverrà la caduta segnerà la fase costituente successiva. Se la spallata avverrà grazie alla magistratura o ad una ricollocazione delle forze moderate il segno potenzialmente progressivo del cambiamento sarà compromesso in partenza. Se invece saranno i giovani, i lavoratori, le donne ad accerchiare il Palazzo l’esito della transizione rimarrà aperto.

Per questo la democrazia deve incrociare di nuovo la dimensione della rappresentanza politica, per questo la rappresentanza deve sorridere alla piazza. In Italia, come altrove, è tempo di rivolta. Per salvare il Paese è tempo di rivolta e democrazia, i nostri beni in “comune”.

Massimiliano Smeriglio

*l’articolo sarà pubblicato su Loop (in uscita il 18 febbraio)

Ci sono 9 commenti per questo post
Ale69 14 febbraio 2011 - 22:27

Prendo atto che non c’è risposta……..

Ale69 13 febbraio 2011 - 17:34

Sel sarà credibile sul territorio,allorquando l’opinione pubblica in generale,dunque anche chi non ne condivide le idee,o non le condivide ancora,si renderà conto che i militanti ed i dirigenti di Sinistra Ecologia e Libertà si comportano in modo radicalmente diverso da quello di tutti gli altri Partiti,anche in quelle che apparentemente potrebbero sembrare piccole cose:un esempio?Poniamo che un tizio si presenti ad uno dei vostri circoli,o anche casualmente si trovi a parlare con qualcuno che li frequenta,e dopo aver fatto professione di fede comune,di battaglie da voler condividere ad un certo punto,come per caso spiattelli di aver bisogno di un grosso favore:è disoccupato,è un libero professionista che aspira ad entrare in rapporti con il Comune o la Provincia,ha un cognato,cugino, o che so io,da far entrare in un certo ufficio,quello che sia.E si sente rispondere:no mi dispiace,non non siamo un’ agenzia di collocamento,possiamo impegnarci su questi problemi solo in un ottica collettiva,per la tutela di tutti quelli nelle tue condizioni.Ecco se in tutta Italia si verificassero questi episodi,credetemi,sarebbe già una prima Rivoluzione,di quelle che vanno sui libri di storia.Dico in tutta Italia perchè è sbagliato ritenere che certe cose accadano solo nel Sud.Tuttavia non è sbagliato il dire che da noi,nel Sud le suddette cose accadono in misura maggiore e con maggiore spudoratezza.Per cui un tale Rivoluzione sarebbe ancora più scioccante,in senso benefico beninteso,anche se non per certa gente.Aggiungiamoci poi che nel Mezzogiorno c’è la drammatica presenza della criminalità organizzata:quindi fare politica sul serio in questi territori significa rischiare addirittura la vita,e di andare incontro comunque ad una esistenza molto dura soprattutto psicologicamente.Domanda da un milione di €…….c’è qualcuno di voi pronto per tutto questo?

Carla Cirillo 12 febbraio 2011 - 19:55

anche a me sembra che, a volte, ci sia della retorica nel parlare di Egitto e Tunisia. Vorrei, perciò, ricordare a tutti che sì, certamente questa volta la gente si sta ribellando, ma si stanno ribellando soprattutto i giovani e le donne, i quali hanno utilizzato internet come tramite e non come strumento fine a se stesso. Ho molta fiducia che se tutte queste persone insieme faranno sentire sempre la loro voce potranno cambiare molte cose. Non bisogna anticipare i tempi di un percorso, che probabilmente sarà anche lungo, ma dovranno essere loro a sceglierlo. Diversamente in Italia abbiamo un astensionismo e una sfiducia che inducono le persone a rinchiudersi nel privato. La politica manterrà tutta la sua astrattezza e lontananza dal reale fino a quando si limiterà ad affermazioni puramente verbali, che non incidono e non determinano un cambiamento reale. Sono convinta che neanche Sel potrà essere determinante se non si torna a fare politica sul territorio. A Napoli non si è intrapresa una decisa battaglia e non si è scelto un percorso partendo dall’informazione ai cittadini sulla questione rifiuti. Oggi ho letto sul Corriere del Mezzogiorno che il cardinale Sepe ha avviato un esperimento con 100 famiglie, a cui verrà insegnato a consumare meno. Questo tipo di iniziative sul territorio avrebbero dovuto essere la prima preoccupazione della sinistra. E invece addirittura la Chiesa si avventura in questi percorsi. Penso proprio che dobbiamo rivedere tutto quello che intendiamo per rapporto tra politica e territorio.

Ivana Genova 12 febbraio 2011 - 13:14

“L’antidoto esiste, sono le primarie, il coinvolgimento, la democrazia partecipativa, l’ascolto e la volontà di realizzazione nuove connessioni….” sono assolutamente d’accordo!!! Diamoci da fare…in questo senso perchè adesso serve concretezza.

Ale69 12 febbraio 2011 - 11:16

il bipolarismo non c’entra niente.Quando il bipolarismo non c’era eravamo già abbondantemente avviati allo sfascio attuale,solo che non ce ne accorgevamo perchè il contesto economico mondiale era diverso,e noi ci sguazzavamo dentro per merito di pochi e per la furberìa di molti,finchè i nodi non sono cominciati a venire al pettine.
E’l'italiano che va cambiato,indipendentemente dalla situazione sociale che è un’altro problema.

Marco 11 febbraio 2011 - 21:39

Si, ci sono grandi differenze tra l’ Italia di oggi e i paesi arabi. Nei paesi arabi il disagio sociale (quello ormai ovunque anche se di proporzioni e qualita’ diverse) ha trovato un capro espiatorio unificante, “i Presidenti ricchissimi e inamovibili da decenni”. In Italia forse domenica una gran parte della popolazione trovera’ un momento di unita’ contro Berlusconi, Presidente del Consiglio ricchissimo e privo di etica nel gestire la cosa pubblica piu’ che nella vita privata (anche se la prostituzione minorile non e’ uno scherzo). Ma l’ Italia che si unira’ contro Berlusconi non ha una situazione sociale comune e si dividera’ di nuovo da lunedi’. In Italia non rinascera’ una sinistra che rappresenti i ceti piu’ deboli se non si uscira’ dalla logica del bipolarismo, ma oggi fuori da questa logica si vedono solo piccolissime minoranze.

Pmar 11 febbraio 2011 - 19:32

L’Italia e tutti i politici italiani discutete di tutto, ma possibile che a nessuno venga in mente l’AVENTINO dobbiamo aspettare un nuovo delitto “Matteotti” ricordate che le opposizioni non capirono subito con chi avevano a che fare, adesso guardiamo i paesi rivieraschi che veemente reagisco ad una dittatura e non vediamo con miopia che rasenta la cecità la morte della democrazia nel nostro paese, reagite per primi voi in parlamento se davvero avete a cuore l’Italia guidate l’opposizione con la gente fra la gente non rimanete chiusi nei palazzi, l’Italia più che mai ha bisogno di persone coragiose e non pavidi politici attaccati alle poltrone. Viva l’Italia.

Ale69 11 febbraio 2011 - 18:11

Vorrei fare una osservazione all’autore di questo articolo.Pur senza mai dimenticare il diverso punto di partenza tra le due situazioni-l’Egitto ed i Paesi Arabi in generale sono retti da regimi autoritari,noi da una democrazia che non dà certo un bello spettacolo di sè,ma che rimane una democrazìa-il punto di maggiore similitudine mi sembra questo:chi ha visitato l’Egitto fino ad oggi ne ha tratto la visione di un popolo immerso nella corruzione,nella sfrontatezza dei privilegi,nella ignoranza del concetto di diritti e nella piena conoscenza di quello di favori.Evidentemente a tutto questo gli Egiziani hanno deciso di dire basta non meno di quanto hanno deciso di dire basta all’assenza di libertà e democrazìa.Dalle dichiarazioni raccolte dai manifestanti che riempiono le piazze delle città egiziane pare proprio che molti di costoro vedano le due necessità- conquista della libertà-conquista della dignità da parte di chi non vuole più sentirsi suddito di un regime di caste e privilegi-strettamente intrecciate tra di loro.Se siamo sinceramente alla ricerca di analogìe dovremmo pervenire a questa consapevolezza.Invece si continua anche qui, a battere sempre sugli stessi tasti:la globalizzazione liberista,i suoi disastri ecc.Nessuno,ed io meno di tutti gli altri vuole contestare che sussiste l’esigenza che si fa sempre più stringente di cercare una alternativa a questa globalizzazione che lede i diritti dei soggetti più deboli,ma è impensabile che ciò possa essere fatto in un Paese come il nostro se contestualmente,e direi prioritariamente,non si ingaggia una battaglia contro le caste nostrane,i privilegi nostrani, i favoristismi nostrani.Quando si capirà che molti nostri concittadini vivono,sia pure con le dovute proporzioni,una realtà “Egiziana”,specialmente al sud,senza avere ad oggi il conforto di un Partito,vecchio e nuovo che sia, che si faccia carico di dare loro voce?E quando, anche su questo sito, leggeremo,un articolo ove si spieghi finalmente che prima di poter sperare di realizzare una nuova “rivoluzione”mondiale ne dobbiamo fare una nazionale?

Giorgio Salerno 11 febbraio 2011 - 13:39

Non abbandoniamoci alla retorica! il Marocco “brucia”? ma dove? Vivo a Rabat da alcuni anni ed é tutto tranquillo.

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