Con l’alibi della crisi finanziaria si affonda il coltello per colpire chi non ha alcuna responsabilità di essa e tuttavia ne soffrirà tutte le conseguenze. Così si alza l’età pensionabile delle donne subito per le dipendenti pubbliche, poi prevedibilmente per le altre. E’ inaccettabile, da respingere con tutte le forze.
Per una ragione semplice: non si può essere obbligate dallo Stato a continuare a lavorare tutte fino alla stessa età senza considerare il tipo di lavoro che si svolge, i contesti in cui si vive.
Il calcolo degli anni di lavoro femminile non è quantificabile con il computo dell’economia classica che non dà conto né della fatica delle donne a lavorare in un mercato che nei modi e nei tempi resta fortemente maschile, né dei plurimi impegni di lavoro gratuito prestato dalle donne, senza il quale l’equilibrio di qualunque società verrebbe meno. Sono lavori tutt’altro che miseri e ininfluenti e dunque da rivendicare nel loro valore e nel surplus di fatica che implicano. Facciamo un’operazione trasparenza, sottraendoli all’invisibilità con una “sorta di dichiarazione dei lavori”, facciamo emergere il racconto pubblico della vita delle donne, un’altra realtà, una differenza da non pareggiare, da riconoscere. In questa luce è del tutto evidente che regole uguali applicate a situazioni differenti come l’esperienza femminile aggravano una diseguaglianza anziché sanarla.
Certo, le donne hanno fatto straordinarie conquiste: oggi più di ieri decidono di sé, della propria sessualità e maternità, hanno più denaro e lavoro retribuito, sono presenti ovunque. La loro vita è un crocevia tra lavorare per il mercato e curare relazioni e beni. Una ricchezza che non vogliono perdere, semmai redistribuirla con gli uomini, svilupparla lungo una vita scandita in fasi in cui il lavoro può essere importantissimo e in altre meno, senza penalizzazioni e potendo contare su una rete di servizi sociali di stampo europeo.
Ma, la profondità di questa trasformazione centrata su un principio autoregolativo, una rivalutazione sociale del lavoro di cura e una sua redistribuzione, da sorreggere con nuove politiche sociali, diritti e modi di lavorare è la grande assente dalla politica, dalle aziende, dai sindacati.
Così la flessibilità praticata è solo precarietà ricattata e lo stato sociale del nostro paese, ancora nel secondo millennio, è basato su una divisione di ruoli rimasta pressoché invariata negli ultimi vent’anni. Secondo l’Istat, il tempo dedicato dagli uomini al lavoro familiare è cresciuto di 16 minuti in 14 anni. Il 77% del lavoro domestico e di cura è a carico delle donne. Il 20% delle donne lascia il lavoro alla nascita di un figlio, il 60% nella fascia di età tra i 35 e i 44 anni è costretta a ridursi l’orario di lavoro per prendersi cura dei figli minori. L’occupazione femminile è una delle più basse d’Europa ed è precaria, mentre la differenza di retribuzioni tra donna e uomo è una delle più accentuate. In questa situazione l’innalzamento dell’età pensionabile rende ancora più insostenibile la vita di tante donne.
Nel 2009 il rapporto redatto dal World Economic Forum che misura il divario uomo/donna confrontando 134 paesi del mondo colloca l’Italia, al settantaduesimo posto, tra le peggiori d’Europa e dopo il Botswana. Lo scarto tra questi indicatori e la portata del cambiamento femminile apre una riflessione nuova su risorse e progettualità per una profonda innovazione sociale. In questa chiave è desiderabile un sistema pensionistico che contempli la libertà di scelta nell’andare in pensione tra una soglia minima di età e una massima in modo da conciliare le diverse esigenze personali e condizioni, in primo luogo quella delle mansioni usuranti.
La parità all’uscita è una mistificazione che taglia con colpo d’ascia, la vita delle donne che c’è prima, e chiude la porta al futuro di molte giovani. Una svalutazione che scaverà ancor di più un solco tra la politica istituzionale e la vita quotidiana delle donne. Del resto, l’atto di inizio del governo Berlusconi è stato l’abolizione della legge 188/2007 che eliminava la pratica dei licenziamenti mascherati da libere dimissioni. Poi, una lunga catena di atti inequivocabili: più precarietà dunque più ricatti proprio nel momento della maternità, attacco indistinto al lavoro pubblico, alla invalidità e non ai casi di abuso, l’idea che la spesa pubblica soprattutto dei Comuni e delle Regioni è spreco, ma non lo è quella che serve a salvare le banche e a perpetuare apparati militari.
E’ il momento di dar vita a una stagione di lotte per i diritti, la libertà e l’autodeterminazione delle donne, come fondamento di un diverso modello sociale più giusto e solidale.
Ben detto eretico! Articolo bello e molto interessante.
Tuttavia non basta, secondo me, parlare di femminismo: bisogna parlare di Parità, non solo di diritti, ma di rispetto dei diritti, dei bisogni e del contributo di ognuno. E’ arrivato il momento di lottare e mettere in atto il “Diritto alla Parità della Persona” e agire di conseguenza: riconoscere e favorire il lavoro di chiunque, sostenere ognuno nei propri bisogni, facilitare e sviluppare le possibilità, le competenze, i contributi e la creatività di ogni persona.
Dobbiamo uscire dalla logica di dare a qualcuno togliendo ad altri, altrimenti rimarremo sempre in un contrasto di opposti ambivalenti e mai risolvibile. Possiamo invece prendere come punto di vista e obiettivo la Persona, riconoscendo e soprattutto valorizzando l’importante peculiarità di ciascuno. Questa è Libertà! Il resto è potere.