Si può fare qualcosa per le Grecia? Ce ne importa, e se sì, perché? Atene sembra sola e senza poter sperare nell’aiuto degli altri: deve solo trangugiare l’ultima dose dell’unica medicina possibile e necessaria. Una cura che, in dosi e somministrazioni diverse, è stata fornita anche ad altri paesi europei tra cui in parte anche il nostro. Ecco perché ci deve interessare quello che succede lì, oltre alle più ovvie ragioni di solidarietà umana. Ed ecco perché è necessario ancora una volta riflettere sulla “cura” che si sta somministrando all’Europa e sulle alternative possibili.
1. Ben due anni fa su questo blog, Mattia Diletti scrisse che bisognava fare attenzione all’uso politico della crisi greca: “bisognerà costruire proposte molto serie per non farsi zittire dagli “emergenzialisti” di ogni parte politica” scriveva nell’aprile del 2010. In quelle settimane, senza quasi che ce ne accorgessimo, si costruiva la reazione conservatrice alla crisi iniziata nel 2008: se i primi piani di “stimolo” e salvataggio delle banche sembravano riportare in auge il ruolo dello Stato nell’economia, le politiche messe in campo per “salvare” prima la Grecia, poi l’Irlanda, quindi il Portogallo e la Spagna ed infine noi si sono ispirate ad un programma comune. Le politiche messe in atto nei vari Paesi (e sempre “ispirate” dalla troika BCE-UE-FMI) si assomigliano tutte: tagli agli stipendi pubblici, fine della contrattazione collettiva delle condizioni di lavoro, tagli al welfare e alle pensioni, aumento delle tasse per chi le paga. Si legga a tale proposito questo articolo di Jacopo Rosatelli sulle riforme del lavoro attuate dal governo conservatore spagnolo. A proposito di “coordinamento” tra le politiche conservatrici europee contro la crisi, bisognerebbe chiedersi quanto le priorità dell’attuale governo italiano si discostino dalla lettera che il governo Berlusconi mandò all’Europa lo scorso autunno. C’è, ed è una grande differenza, una maggiore lotta all’evasione. E poi?
2. Il problema è che questa “medicina” presentata come necessaria e senza alternative, è una pozione letale. Vale la pena ricordare alcuni dati sulla Grecia di oggi, il “malato” su cui la sperimentazione è andata avanti più a lungo. Il PIL è caduto del 12% dal 2010 ad oggi, un terzo della popolazione è a rischio povertà. Se si prende come data di inizio il gennaio 2008 si vedono gli effetti complessivi della crisi economica e della medicina sbagliata: il rapporto deficit/PIL è passato dal 6,5% al 10,6%, la disoccupazione è passata dall’8,2% al 18,2%. Il piano attuale, se anche dovesse funzionare, riporterebbe il rapporto tra debito e PIL al livello del 2010… nel 2020. Non c’è male. Nel frattempo, tra maggio 2010 e lo stesso mese del 2011 i suicidi sono aumentati del 40% e ci sono testimonianze dei primi casi di malnutrizione tra i bambini di Atene.
3. La cura è stata sbagliata, forse, anche perché si è sbagliata la diagnosi. Si è detto che la crisi del debito era dovuta ad uno stato sociale “troppo generoso” e ad un’eccessiva spesa pubblica. Parliamo dell’Italia che è una situazione che conosciamo meglio. La spesa sociale in Italia è stata storicamente inferiore alla media dell’Europa Occidentale: spendiamo meno degli altri in istruzione e ricerca, non abbiamo il reddito minimo garantito, le politiche per la casa sono scarsissime e quelle per l’infanzia talvolta primordiali. Dal 2000 ad oggi non è stato approvato nessun nuovo programma di welfare in Italia, semmai sono stati operati tagli in più settori. Eppure la spesa pubblica è cresciuta anche prima della crisi, come si vede dal grafico qui sotto – l’Italia è la linea verde.

La spesa pubblica in Italia rispetto al resto d’Europa. Grafico tratto da “La spesa dello Stato dall’Unità d’Italia” a cura della Ragioneria generale dello stato
Determinare le cause di questa crescita è difficile anche per gli esperti. Oltre all’invecchiamento della popolazione (che dipende anche dalla carenza delle politiche per l’infanzia di cui sopra) possono aver contato l’aumento dei centri di spesa con il federalismo all’italiana ma non bisogna trascurare il peso della corruzione e delle mafie. O vogliamo credere che l’aumento della spesa sanitaria non c’entri nulla con questi fenomeni e sia dovuto tutto all’aumento dei servizi forniti ai pazienti?
Da una certa analisi sulla spesa pubblica ne derivava anche una sullo stato dell’economia: l’Italia non cresce perché i contratti di lavoro sono troppo rigidi, i sindacati troppo forti, il welfare troppo generoso. Un’analisi costruita per criticare (spesso da destra) i sistemi dell’Europa del nord viene trapiantata in Italia, dove la situazione è storicamente diversa. Una critica, per di più, non fondata sui fatti neanche quando si parla di altri paesi europei come ha fatto notare Paul Krugman. Ecco invece un’analisi alternativa, una delle tante: dal 2010 l’Italia è peggiorata molto negli indici che riguardano l’efficacia del governo, la lotta alla corruzione e il rispetto della legge. Chissà, forse la prospettiva di dover pagare il pizzo alle mafie o di dover corrompere dei funzionari pubblici allontana gli investimenti esteri tanto quanto l’articolo 18. E poi, si fa finta di dimenticare il problema più grande per la crescita delle famiglie, per le piccole imprese e per l’innovazione in genere: ottenere un mutuo o un prestito in Italia è sempre più difficile. Secondo la CGIA di Mestre, solo nel mese di dicembre 2011 i prestiti concessi dalle banche alle imprese sono stati il 2,2% in meno rispetto all’anno precedente. I maggiori interessi richiesti a chi ha ottenuto i prestiti – talvolta vicini al tasso d’usura – hanno gravato per 3,7 miliardi in più sulle imprese. I mutui erogati alle famiglie sono calati addirittura del 44%. Per non parlare di chi vanta un credito verso la pubblica amministrazione o verso altri privati: grazie alla lentezza della nostra giustizia può rischiare il fallimento pur essendo creditore. Cosa si è fatto fin qui per far ripartire il ciclo del credito e degli investimenti?
4. Che fare allora? L’economista Giorgio Lunghini propone tre cose: “una redistribuzione del reddito per via fiscale (imposte sul reddito progressive e elevate imposte di successione), l’eutanasia del rentier, e un certo, non piccolo, intervento dello Stato nell’economia”. Ecco perché il discorso sulla spesa pubblica è cruciale, come è cruciale saper spendere bene i soldi che si hanno già. Importante è spostare i soldi dalle rendite e dagli investimenti speculativi verso la produzione, magari con la tassazione delle transazioni finanziarie, senza dover aspettare che la si applichi in tutta la galassia. E questo solo per dare un’idea veloce delle alternative in campo.
Le ricette applicate fin qui, partendo dalla Grecia ma arrivando direttamente nelle nostre vite, sono pericolose oltreché crudeli. Pur essendo attuate da conservatori e “tecnici” di ispirazione liberale, l’accanimento nella loro riproposizione ricorda quello dei pianificatori sovietici per la collettivizzazione forzata dell’agricoltura: non funzionava, faceva morire la gente ma la si riproponeva in tutto il mondo. In termini concreti, la “ricetta greca” è simile per tanti aspetti a quelle propinate ai paesi asiatici a fine anni ’90. Chi abbia letto “La globalizzazione e i suoi oppositori” di Joseph Stiglitz ricorderà che si salvarono meglio e prima proprio i Paesi che si discostarono da quelle politiche imposte dall’FMI.
Atene non è sola perché il suo destino riguarda tutti. Non solo noi “fannulloni” dell’Europa meridionale, ma anche chi sta nel nord “virtuoso”. Ecco perché i greci non vanno lasciati soli a combattere la loro battaglia. E’ tempo che la sinistra italiana batta un colpo.
Mattia Toaldo, con la preziosa collaborazione di Andrea Tesei, Cecilia Navarra e Mara Gasbarrone
penso sia utile dare una lettura a quanto nel link annesso per capire causa e rimedi al nostro debito.
http://www.umanista.info/spip.php?article1