A Firenze ho visto l’Italia che non si abitua a convivere con il veleno dell’intolleranza, l’Italia che non cancella le proprie virtù civiche, l’Italia che sceglie la solidarietà, l’Italia che si ribella ai pogrom antirom e alle stragi razziste. E qui a Firenze abbiamo visto oggi l’Italia migliore, quella che chiede di cancellare le leggi gonfie di xenofobia che hanno dominato la scena pubblica italiana.
Che chiede il diritto di cittadinanza per chiunque nasca nel nostro Paese, che chiede la cancellazione della Bossi Fini, che chiede la sanzione penale per chi istiga all’odio razziale, che chiede cioè eguali diritti per chi viene qui a lavorare, a cercare fortuna. Oggi qui a Firenze ho avuto la sensazione di una dignitosa celebrazione, la più bella, dei 150 anni dell’unità d’Italia. La meno retorica, la più intensa, che parla della Patria di oggi fatta di tante culture, di tante storie.
Nichi Vendola
Queste sono le riflessioni di un compagno che ieri era a Firenze. Impariamo,compagni, e riflettiamo.
Quando cammino nelle manifestazioni, penso.
Si, mi piace perdermi nei cortei e riflettere. Forse perchè mi sento protetto, coccolato, invitato a pensare.
Ieri a Firenze ho potuto farlo mirabilmente, accompagnato dai canti di preghiera senegalese.
E’ stata una manifestazione straordinaria. Nel senso che è andata ben al di là dell’ordinarietà dei nostri cortei tradizionali, fin dalla partenza da Massa: tantissime persone, tantissimi senegalesi. Tutti i compagni di una vita, giovani e meno giovani.
E poi l’arrivo a Rifredi e il treno che si svuota. E la gente che comincia a scendere e non finisce più. Tante facce senegalesi sorridenti, tese, arrabbiate, solari. Tante facce italiane, forse un po’ stranite, ma felici, estremamente felici.
Firenze è straordinaria in queste situazioni. Accoglie il corteo, vi partecipa, comunica e ascolta. Non si merita un sindaco come Renzi.
Esiste un proletariato migrante che può sconvolgere la politica italiana. Che porta la rivoluzione possibile direttamente a casa nostra. Che sconvolge le nostre pratiche ormai stanche, che osa.
Il potere comincia a capirlo, lo teme fortemente: e quindi o lo reprime o cerca di inglobarlo. Ma anche noi, movimento antagonista, ne subiamo la novità dirompente. Questo proletariato, etnico e interetnico allo stesso tempo, comincia a presentarci il conto. Ed è un conto salato per le nostre coscienze politiche: ci dice che la rivolta è possibile semplicemente perchè ha già cominciato a praticarla, senza paura di equilibri politicanti da rispettare. Ci dice che noi siamo rimasti indietro e che se vogliamo stare al passo, dobbiamo abbandonare le titubanze delle alchimie classiche e le esitazioni del “vorrei ma non posso”.
Sono contento.
Grazie Senegal d’Italia, piango anch’io i tuoi morti.