La scuola pubblica statale ha ricevuto un attacco durissimo, sviluppato attraverso la Legge 133, con 8 miliardi di euro sottratti al settore dell’Istruzione, la Legge 169, che ha cancellato modulo e compresenze nella scuola primaria, la riforma della secondaria con i nuovi quadri orario che annullano le sperimentazioni e impoveriscono l’offerta formativa.
La logica che ha animato questi provvedimenti, tesi solo ad un risparmio di risorse economiche, è quella del divide et impera, a discapito della qualità dell’istruzione e delle condizioni di vita e di lavoro nella scuola.
Il prossimo anno si perderanno solo nel Lazio 1830 cattedre in organico di diritto e 237 in organico di fatto. Il settore più colpito è quello della Secondaria, a causa della riforma che entrerà pienamente a regime per le classi prime, ma che per le seconde, le terze e le quarte comporterà una riduzione sensibile dei quadri orari. Nei Licei il monte settimanale sarà ridotto a 30 e 32 ore per i Tecnici ed i Professionali, cancellando tutte le innovative sperimentazioni pedagogiche degli ultimi decenni.
Il dato complessivo a livello nazionale è di circa 25 mila cattedre e 15 mila posti in meno per il personale ATA per l’anno scolastico 2010/11, che si aggiungono ai 57000 posti persi già l’anno scorso. Per tutti gli ordini e i gradi di scuola le riduzioni del personale sono legate: all’aumento dei numero di alunni per classe, alla chiusura di alcuni plessi, alla riconduzione di tutte le cattedre a 18 ore nella secondaria, all’abolizione delle compresenze e alla riduzione del tempo pieno.
Lo scenario dei tagli rivela tutta la sua drammaticità se si tiene conto delle dichiarazioni fatte nell’ultimo anno a proposito di presunti pensionamenti che avrebbero compensato i tagli. La nuova tranche di tagli non troverà alcun fattore di compensazione e gli effetti complessivi in termini di disoccupazione saranno drammatici.
Ancora una volta il sistema dell’istruzione ed in particolare la scuola è chiamata a pagare un prezzo altissimo a fronte delle speculazioni finanziarie che determinano la crisi del debito pubblico in Europa. Sacrifici a livello formativo, lavorativo e professionale che vengono consegnati come un macigno alle giovani generazioni. Così, mentre altri Paesi come Francia e Germania investono nei settori dell’Istruzione e dell’Università, quali ambiti strategici su cui investire per superare la crisi economica, in Italia si saccheggia la scuola e con essa il futuro dei “piccoli in crescita”.
Per questo la scuola della Gelmini e di Tremonti risulta un’idea semplificata, che torna pesantemente indietro nel tempo ed è una scuola a una dimensione che deve costare sempre di meno. Il progetto berlusconiano disegna una scuola meno. Meno istruzione, meno cultura, meno obbligo scolastico, meno autonomia, meno partecipazione, meno collegialità e che riporta la scuola indietro di un secolo, vale a dire a quell’idea di nazione, di società chiusa a riccio, nell’arrogante e meschina difesa del proprio “particulare”.
Giorgio Crescenza
Ma come fanno gli elettori dei berlusconisti a continuare a votarli? Basterebbe pensare all’immenso danno che stanno perpretando nei confronti della scuola pubblica,sia in termini di contenuti che di svuotamento di personale.Non sono forse essi genitori o sono forse tutti genitori benestanti per cui la scelta della scuola privata non comporta difficoltà per essi di natura finanziaria?
O forse costoro votano a prescindere, ammaliati dal padrone delle ferriere?