La visibilità della classe operaia

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Nel Paese che “meglio degli altri ha saputo affrontare la crisi” è tornata visibile, dopo decenni d’oblio, la classe operaia: quella, antica, delle cosiddette “tute blu” che sta di nuovo manifestandosi in varie forme, mettendo a nudo il dramma della disoccupazione di massa.

Qualche avvisaglia, in verità, l’avevamo avuta a partire dall’estate con la salita sui tetti di lavoratori di diverse aziende in difficoltà: una forma di protesta estrema che si era già intrecciata con quella di altre categorie, dai precari della scuola ai ricercatori dell’ISPRA.

Perché questa, a voler fare proprio del pessimismo così aborrito dalla maggioranza di governo e dal suo Premier, è una palese dimostrazione di crisi del lavoro vivo che si intreccia con altre forme, dal precariato imperante al lavoro nero (ragione “fondativa” di un’altra crisi: quella che, per brevità, definiremmo “razzistica”).

Insomma le ragioni, apparentemente antiche del “lavoro stabile” che si collegano a quelle delle “nuove forme” di occupazione dando vita ad un momento acutamente drammatico, come quasi mai nel passato più recente.

Mentre, nel procedere della crisi internazionale, tornano di moda elementi che parevano ormai superati nel sublimarsi della “modernità”: dal ruolo dello stato nazione, all’intervento pubblico in economia, alla difesa dalla privatizzazione insensata dei beni pubblici essenziali, l’Italia appare debole, indifesa, un Paese in cui si è avuto un particolare processo di finanziarizzazione dell’economia ed una progressiva distruzione dell’apparato industriale, avvenuta essenzialmente in nome della dismissione del già citato intervento pubblico in economia giudicato fonte massima dello spreco e della corruzione e dell’adozione di un modello “Made in Italy” che, alla prova, non appare proprio reggere all’impatto con il meccanismo di delocalizzazione della produzione di beni e manufatti che sta  alla base dello spostamento di ricchezza e di crescita verso i cosiddetti “stati emergenti”.

La debolezza politica dell’UE, il ruolo che, sul terreno della produzione industriale, giocano Francia e Germania costituiscono cause non secondarie della situazione in cui ci troviamo. L’Italia, infatti, è più o meno priva di capacità produttive importanti nei settori-chiave: la siderurgia è stata dismessa a causa di valutazioni sbagliate sul suo futuro; la chimica è stata mangiata dalla “questione morale”; l’elettronica, sacrificata da altri interessi; l’agro-alimentare finito sull’altare della speculazione finanziaria; l’industria dell’auto assistita ed incentivata ha vissuto sulle spalle del “pubblico”, ben al di là di qualsivoglia proclamazione “liberista”; lo stato delle infrastrutture è precario, quello dell’assetto idrogeologico pessimo; intere aree già industriali sono state cedute alla speculazione edilizia, in un quadro di ruolo delle Regioni e degli Enti Locali che davvero fornisce elementi negativi per una analisi del “federalismo all’italiana” (la condizione del nostro regionalismo, lo vediamo proprio esaminando la partenza di questa campagna elettorale è di vera e propria, deplorevole, confusione).

Così dal profondo Sud al Nord-Est sviluppato la classe operaia è tornata a farsi sentire, in una chiave assolutamente difensiva (dalla politica non arriva nemmeno un segnale di capacità nella valutazione delle diverse poste in gioco nelle varie situazioni: ad esempio al riguardo della strategicità del mantenimento della produzione di alluminio), senza trovare sponde  concrete, capacità progettuale da parte delle istituzioni, l’apertura di una grande stagione di battaglia politica  attorno a nodi di fondo, a partire da una seria autocritica da parte della sinistra, per aver accettato, a suo tempo, lo scorrere inesorabile dell’ondata “neo-liberista” senza dimostrare la capacità d offrire una alternativa (ripeto quando già affermato all’inizio: ruolo dello Stato Nazione, programmazione ed intervento pubblico).

Una nota finale riguardante la CGIL: trovo, francamente, poco significativa in questa fase la divisione congressuale. La CGIL dovrebbe, a mio modesto avviso, puntare su due elementi: il primo rappresentato dal recupero del tavolo contrattuale; il secondo dal lancio di una idea complessiva al riguardo dello sviluppo economico, in questi tempi di crisi ancora tutta affrontare. Il modello del “Piano del Lavoro” di  Di Vittorio (1949) forse potrebbe ancora offrire qualche utile spunto per il futuro.

Franco Astengo

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Luca 9 febbraio 2010 - 00:05

Complimenti per l’appoggio a De Luca in Campania! Siete dei campioni di coerenza! Vivissimi complimenti! E la questione morale dove la mettiamo? Povera Sinistra. Berlinguer mi manchi tanto!

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