L’accordo della discordia

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C’è una domanda che più di altre si leva dal vento di cambiamento che attraversa il paese:quella di partecipazione e democrazia. Anche per questo non è improprio leggere l’intesa recentemente firmata dal Cgil Cisl Uil e Confindustria da questo punto di vista e per altro si tratta di un accordo che di regole democratiche tratta.Poi è anche il punto di vista più corretto per una forza politica:infatti non si tratta di dare i voti sull’esito di una trattativa sindacale , ma non c’è dubbio che il il grado di libertà e autonomia nei luoghi di lavoro è un tema squisitamente politico , costituzionale e fondativo ,come lo è quello del grado di libertà e autonomia dei cittadini nella vita pubblica,fuori dai luoghi di lavoro .

Su questo punto sarebbe giusto qui e ora dire al paese se e come le forze che intendono governare nella prossima legislatura pensano di affrontare l’argomento ,che l’accordo non risolve .Con una legge che sottragga ai rapporti di forza il diritto dei lavoratori ad eleggere propri rappresentanti e a votare piattaforme e accordi che li riguardano?

La svolta?

C’è una grande enfasi sull’accordo firmato tra Cgil Cisl Uil,che dice molto della crisi dei partiti in debito d’ossigeno,perchè a quell’accordo vengono assegnati effetti taumaturgici del tutto estranei ai suoi contenuti ,secondo l’uso ormai consolidato di scaricare sulle spalle del sindacato oneri impropri ,di governo e di opposizione,a seconda.

Viene sottolineata da alcuni la portata storica dell’accordo,da altri ,Tremonti,il contributo all’interesse del paese in un momento di difficoltà.Spesso si tratta di valutazioni che superano la lettura sindacale dell’accordo e si soffermano sul suo significato politico e in particolare sul significato di svolta che la firma della Cgil accende sull’accordo.

Eppure il merito è importante per evitare di sbagliare analisi e valutazioni.

L’ accordo riguarda le modalità attraverso cui si misura la rappresentatività sindacale,si definisce la validità dei contratti aziendali ,il rapporto tra contrattazione nazionale e contrattazione aziendale . Non sostituisce quello separato del gennaio 2009 sulle relazioni industriali ,ma definisce aspetti diversi.

Il contesto

Ogni accordo naturalmente va letto nel contesto economico sociale e di momento politico nel quale si realizza : la crisi,la manovra di correzione dei conti pubblici richiesta dall’Europa,le difficoltà fortissime del governo,la caduta di autorevolezza dei partiti,le forti pressioni sul sindacato per riattaccare lui i cocci del paese frammentato che la politica non sa unire,anche il nuovo clima politico che si è espresso nelle elezioni amministrative e nel referendum.

Va soprattutto letto alla luce degli atti che dal suo insediamento il Governo ha fatto per indebolire la contrattazione collettiva in favore di quella individuale fino alla certificazione delle caratteristiche del singolo rapporto di lavoro ;alla luce dei tanti accordi separati senza la Cgil nei settori più importanti,pubblico impiego,commercio,metalmeccanici;delle forti pressioni della Fiat su Confindustria e Governo per il superamento del Contratto nazionale ,in modo che Pomigliano diventasse la regola;dell’annuncio verosimile di un decreto per la parificazione dei livelli contrattuali;del tentativo continuo e ossessivo di isolamento della Cgil.

E soprattutto alla luce di quella complicità richiesta dal governo alle OOSS in luogo dell’autonomia contrattuale per sostenere la competitività’,in sintonia con l’idea secondo la quale la fase aggressiva della competizione internazionale non consente spazi per la rappresentanza autonoma degli interessi dei lavoratori né per il conflitto.

Il merito

L’accordo tra Confindustria e Cgil,Cisl,Uil prevede la certificazione della rappresentatività delle OOSS sul modello già operante nel pubblico impiego ;la gerarchia dei livelli contrattuali,con la supremazia del CCnl rispetto alla contrattazione aziendale;le modalità di approvazione dei contratti aziendali ,a maggioranza delle Rsu (rappresentanze sindacali elette) o ,nel caso di Rsa,(rappresentanze sindacali nominate dai sindacati)attraverso il possibile ricorso al voto dei lavoratori;le forme di dissenso possibili(lo sciopero) dopo la firma dell’accordo aziendale ,dissenso vietato alle Rsu e le OO.SS e possibile per i singoli lavoratori;la possibilità di definire a livello aziendale norme di modifica dei contenuti dei contratti nazionali(deroghe o definizioni di materie che si possono trattare in sede aziendale?).

Poi tra le OOSS,quindi fuori dall’accordo, si è stabilita un’intesa sulla validazione degli accordi interconfederali attraverso la consultazione certificata dei lavoratori e attraverso le regole che le categorie si daranno per i contratti nazionali di categoria.

La valutazione

Ogni accordo sindacale naturalmente parte da piattaforme ,da un ‘idea cioè sull’argomento delle OOSS e delle imprese,e definisce il compromesso raggiunto tra le parti.

In questo accordo sulle regole in realtà ,la relazione tra le parti e dunque la dinamica contrattuale era resa ancora più complicata dall’inesistenza di una piattaforma sindacale unitaria (anche se pure nel 2008 uno schema era stato definito)su argomenti che hanno sempre distinto la Cgil da Cisl e Uil..

A complicare, la conventio ad escludendum nei confronti della Cgil che dall’inizio della legislatura ha animato le relazioni industriali ,sospinta dal governo senza particolari resistenze da parte di Cisl e Uil.

L’oggetto del contendere era il ruolo del contratto nazionale ,lo spostamento del baricentro delle relazioni industriali verso la contrattazione aziendale , l’autonomia contrattuale del sindacato ,la titolarità del giudizio finale degli accordi (dei lavoratori o del sindacato?) , a seconda dei punti di vista ,ostacoli per la competitività o condizioni irrinunciabili della sua qualità e della democrazia.

La lettura dell’accordo consente di misurare le distanze del punto di partenza della Cgil , quella del punto di partenza di Cisl e Uil,quella dal punto di partenza di Confindustria.

In una sintesi estrema la Cgil tiene aperta una prospettiva per il contratto nazionale,la cui cancellazione era stata minacciata addirittura per legge e praticata nei contenuti degli accordi separati ;prova a sganciarsi dalla morsa agita da più parti per il suo isolamento e per l’isolamento delle sue posizioni, ma non riesce a far prevalere (forse non era neppure pensabile che ciò avvenisse dati i rapporti di forza) la sua impostazione , quella della democrazia di mandato e di validazione degli accordi che insieme e non in alternativa alla certificazione della rappresentatività definiscono il profilo autonomo del sindacato. .Cisl e Uil trovano parziale sostegno alla loro impostazione di centralità della contrattazione aziendale come contrattazione sostitutiva della contrattazione nazionale. Confindustria acquisisce un risultato ,anch’esso parziale,da mostrare alla Fiat ma non sufficiente per convincerla a non uscire da Confindustria stessa.

Il compromesso raggiunto non cancella le singole impostazioni dei soggetti in campo ,ma li coinvolge qui e ora in un a mediazione .

In quel compromesso vive anche se non prevale l’idea di Sacconi secondo la quale il conflitto sociale nella fase competitiva non è possibile (vedi tregua ) e il patto fondamentale si realizza tra impresa e lavoratori nell’impresa ,anche se non impresa per impresa come avrebbero voluto Fiat e non solo.

La Cgil ,così come Cisl e Uil,valuterà nei suoi organismi se nella situazione data il punto di compromesso raggiunto è sufficiente per consentire l’approvazione dell’accordo e spero deciderà,come sarebbe necessario,di chiedere ai lavoratori la valutazione definitiva.

Poi per chi come noi pensa che la libertà di giudizio dei lavoratori e l’autonomia della contrattazione ,insomma la democrazia ,non sia un intralcio,il punto non è commentare quanto di questa impostazione la Cgil sia riuscita in questi anni in solitudine a tenere aperta e oggi a far vivere nell’accordo,di questo si è già detto;ma quanto noi riusciremo a farla vivere nella prossima legislatura,in sintonia con quella domanda di democrazia che si è espressa nel vento di cambiamento e che non può rimanere fuori dai luoghi di lavoro.

Così come più in generale il punto non è commentare se era meglio per i lavoratori e il paese l’isolamento della Cgil o la ripresa del dialogo unitario ,ma come riuscire e come riusciremo ad offrire alla parti sociali politiche pubbliche di sviluppo sostenibile (politiche industriali,energetiche,ricerca e innovazione,fiscali redistributive)come terreno sul quale fondare la contrattazione di qualità.

In altrettanto modo il punto non è dare i voti al dissenso espresso sull’accordo dalla Fiom,che è la Cgil,perchè senza quella dialettica la Cgil non sarebbe quello che è.

Lo sappiano quei commentatori che misurano il tasso di riformismo e affidabilità della Cgil sulla base del grado di dissenso tra Cgil e Fiom.

Titti Di Salvo


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Simone 4 luglio 2011 - 23:20

Quello di Di Salvo è un buon intervento.
Non condivido la valutazione sull’accordo, che ritengo sia pessimo, pericoloso, regressivo, ma una cosa è giusta:
La politica, mai debole come in questi anni sulle questioni del lavoro, non può limitarsi a fare il tifo oggi per la Cgil contro la Cisl, poi per la Fiom contro la Cgil, in un ruolo ancillare rispetto agli altri soggetti che non le fa onore (ma soprattutto non sposta nulla).
L’accordo non dice nulla sulla democrazia rispetto ai contratti nazionali; non dice come evitare contratti nazionali separati e non dice che i lavoratori debbono votarli.
La politica, Sel in questo caso, continui a farsi portavoce di una proposta per risolvere tutte le questioni che questo accordo non risolve, o che peggiora.
Sulle tematiche del lavoro la politica oggi è debole, tutta. SEL e Rifondazioni fanno i tifosi della Fiom, il PD fa il tifo per tutti, e Sacconi fa il tifo per Confindustria. E gli unici soggetti politici in campo sono la Fiom e la Fiat.
Sarebbe utile avere partiti che avessero una posizione sul lavoro autonoma e forte, non subalterna e che si prendessero la responsabilità di proporre soluzioni possibili e condivisibili, salvaguardando il diritto dei lavoratori a votare i propri contratti, democratizzando le attuali relazioni industriali.
Vendola dovrebbe prendere spunto dall’intervento di Di Salvo per parlare di quello che ancora resta da fare in tema di democrazia e rappresentanza, cioè praticamente tutto, e farsene portavoce, senza cadere nella trappola delle tifoserie, che tra l’altro fanno male pure alla Fiom

Alfonso Gianni 4 luglio 2011 - 15:25

Per fortuna l’intervento di Marco Barbieri, condivisibile o meno, ci riporta al merito della questione. Per aiutare la nostra riflessione – e in attesa che gli organismi dirigenti di SEl prendano in esame il problema – e per chi ha la pazienza di leggere, allego un esame molto articolato di Piergiovanni Alleva, per diversi anni dirigente della Consulta giuridica della Cgil:

” Cercheremo nelle righe e pagine che seguono di fornire alcuni spunti di riflessione per una lettura dell’accordo interconfederale, e delle prospettive positive e negative che si aprono. E di farlo, per quanto possibile, “sine ira et studio”, senza nascondere, tuttavia di aver partecipato in questi ultimi mesi con piena convinzione ed entusiasmo alla lotta condotta dalla FIOM, in tutte le sedi, comprese quella giudiziaria, in difesa della democrazia sindacale della contrattazione nazionale, della libertà negoziale contro pressioni e minacce

1) La rappresentatività come nuovo requisito di legittimazione negoziale. Opposte prospettive di una svolta storica

Bisogna dire, intanto, che, in ogni caso, la circostanza che CONFINDUSTRIA, CISL e UIL siano pervenute all’idea di adottare una regolamentazione intesa a garantire l’applicazione generale dei contratti collettivi e specificamente di quelli aziendali, dimostra che la lotta della FIOM ha già raggiunto un risultato positivo: dimostrare alle controparti e a tutti che la loro strategia o “linea” della “contrattazione separata” in regime di “diritto sindacale di fatto”, è fallimentare e produce per chi la pratica più danni che vantaggi. La linea strategica di cui si parla è quella che assume la libertà di concludere – tra associazioni datoriali o singoli datori e sindacati “collaborativi” – contratti collettivi senza necessità, per quegli stessi sindacati di essere legittimati da requisiti di rappresentatività, in quanto si tratta di contratti apparentemente applicabili solo agli iscritti dei sindacati stipulanti, salvo poi però pretenderne e imporne un’applicazione generale de facto.

All’improvviso, dunque i protagonisti della stagione degli accordi separati hanno deciso di volere contratti, soprattutto aziendali, giuridicamente validi e impegnativi per tutti i lavoratori, a partire, però, da presupposti giuridici ovviamente diversi e, imperniati sul presupposto centrale della rilevanza della rappresentatività sindacale ai fini della stipula e dell’efficacia dei contratti collettivi.

È l’esatto contrario di quanto avevano fino ad ora sostenuto non solo quei soggetti, ma anche i tanti giuristi che davano copertura scientifica alle loro posizioni: si tratta dunque di una novità davvero importante, sia dal punto di vista teorico che pratico e tuttavia bisogna subito avvertire, che non necessariamente si traduce in un risultato positivo perché l’assunzione del presupposto legittimante della rappresentatività può poi aprire la strada a due percorsi alternativi. O in direzione di una democrazia effettiva, per cui la rappresentatività degli attori negoziali costituisce il primo pilastro di una costruzione democratica la quale ha come secondo pilastro la genuinità della rappresentanza, e dunque la ratifica da parte degli interessati dell’impiego del mandato rappresentativo, o, invece, in direzione di un accentuato autoritarismo per cui la sussistenza di una condizione di rappresentatività maggioritaria dei soggetti firmatari – ancorché magari “risicata” e rilevata in tempi diversi e distanti dall’occasione negoziale – si traduce in una sorta di manganello calato sui sindacati di minoranza e soprattutto sulla possibilità e volontà dei lavoratori destinatari dell’accordo, azzittiti, per così dire, ed imbavagliati dalla stessa rilevazione formale di quella rappresentatività maggioritaria.

Dunque, legare rappresentatività e contrattazione costituisce comunque un grosso passo avanti rispetto all’ipocrita sistemazione teorica, fino ad ora imperante, per cui la rappresentatività non era necessaria per la contrattazione, la quale poteva pertanto essere disinvoltamente “separata e di minoranza”. Occorre, però ammonire che quest’ultima, come l’esperienza ha dimostrato almeno, lasciava ancora le mani libere ai sindacati e ai lavoratori esclusi, laddove il criterio della rappresentatività maggioritaria, gestito autoritariamente, potrebbe dar luogo a situazioni francamente insopportabili di assoggettamento e di repressioni.

2) Rappresentatività e contratto nazionale: un percorso solo abbozzato e pieno di incognite.

Vediamo allora, iniziando la disamina dei punti in cui si compone l’intesa CISL, CGIL, UIL – CONFINDUSTRIA (cui si aggiunge l’importante allegato di intesa tra i soli sindacati), che la ricordata novità è espressa con grande chiarezza al punto 1) dell’accordo, a nostro avviso il più positivo dell’intero testo.

Vi si dice infatti – e questa è la svolta del nostro diritto sindacale nel lavoro privato – che “per la legittimazione a negoziare è necessario che il dato di rappresentatività così realizzato per ciascuna organizzazione sindacale superi il 5% del totale dei lavoratori cui si applica il CCNL.”

Quanto al calcolo del dato di rappresentatività si tratta di coefficienti già conosciuti nel settore del pubblico impiego riguardanti uno a) la consistenza associativa certificata dall’INPS e b) la percentuale di consenso nelle elezioni periodiche delle RSU. E anche qui occorre sottolineare un fatto positivo: “in nuce” ciò può comportare un rilancio della campagna di elezioni di RSU fino a dar luogo, anche per esigenze di efficienza a vere e proprie “settimane elettorali”, le quali avrebbero un’importanza politica eccezionale.

Viene poi ribadita al punto 2) la funzione del CCNL, quella cioè di “garantire la certezza dei trattamenti economici e normativi comuni per tutti i lavoratori del settore ovunque impiegati nel territorio nazionale”. Si tratta di un richiamo o sottolineatura non inutile visto ciò che si è sentito in questi mesi ed anni, circa il presunto o perfino auspicabile superamento del contratto nazionale.

Meraviglia però, almeno a prima vista, che manchi, poi, nel testo dell’accordo la vera e propria regolamentazione della procedura di conclusione e dell’efficacia del CCNL basato sulla rappresentatività degli attori negoziali: in altri termini l’accordo dice che per sedersi al tavolo del negoziato occorre la rappresentatività minima del 5%, calcolata come sopra, ma non dice nulla su quello che accade poi. Non dice, in particolare, la cosa più importante e cioè quale sia la percentuale di rappresentatività che i sindacati che stipulano il contratto devono possedere complessivamente perché esso sia valido. Si sa che, in proposito, sono state presentate proposte diverse oltre alla tradizionale maggioranza assoluta del 50,1%: secondo alcuni sarebbe necessaria, perché più affidabile a tanti fini, una maggioranza qualificata (60%, 70%, o anche più), secondo altri, potrebbe essere sufficiente e preferibile, una percentuale anche di un poco inferiore al 50% (se poi vi è la ratifica referendaria di tutti i lavoratori).

Il testo dell’accordo interconfederale non dice nulla neanche sulla scottante questione del referendum confermativo del contratto nazionale.

Queste omissioni si spiegano però – fino ad un certo punto – con la circostanza che all’accordo interconfederale è allegata un’intesa in più punti tra CGIL, CISL e UIL, e che quest’intesa prevede che ogni categoria debba definire specifici regolamenti “sia per il percorso della costruzione delle piattaforme sia che per l’approvazione delle ipotesi di accordo” nonché “momenti di verifica per l’approvazione degli accordi”. In altre parole una volta stabilito il principio del requisito di rappresentatività ed il suo grado minimo, nonché i criteri di calcolo, il resto della regolamentazione nei due punti essenziali della percentuale necessaria per la conclusione negoziale e della verifica da parte dei lavoratori interessati, è interamente rinviato alla contrattazione di categoria, perché ovviamente l’intesa tra i sindacati dovrà poi essere condivisa dall’altro soggetto negoziale e cioè dalla parte datoriale.

Non è detto che un rinvio così massiccio debba necessariamente essere un fatto negativo: certamente questo significa che, in concreto, il nuovo diritto sindacale è in larga parte ancora da scrivere, per cui con riguardo alla contrattazione nazionale è stato compiuto solo un primo importante passo ma verso destinazioni, buone o cattive, ancora tutte da scoprire. Possiamo solo augurarci che esse siano buone, e cioè che l’iniziativa politica del sindacato riesca ad esempio a fare entrare nelle regolamentazioni di categoria, i referendum confermativi collegati, secondo formule diverse, alle percentuali di rappresentatività degli attori negoziali necessarie per la validità della stipula.

In questo senso una critica distruttiva e aprioristica non sembra meritata, perché ad esempio la FIOM potrebbe da subito cominciare a spiegare come intende siano conformate, su quei punti essenziali, le procedure di approvazione del prossimo CCNL.

Vi è però un profilo sotto il quale, a nostro avviso, il giudizio su questa prima parte dell’accordo riguardante il CCNL resta molto negativo e potrebbe fondare un’accusa di ingenuità o poca avvedutezza da parte della sottoscrivente CGIL: il fatto è, semplicemente, che tutta la regolamentazione, sia quella iniziale già presente nell’accordo interconfederale, sia quella futura da scrivere negli accordi di categoria, è concepita come regolamentazione di natura esclusivamente contrattuale. È un vecchio problema, ma questa volta si pone veramente in maniera totalizzante.

Niente e nessuno garantisce che l’unità sindacale ora recuperata duri all’infinito o anche nel medio periodo. Con un minimo di malizia diremo che l’unità sindacale si ricompone, più o meno, quando vi è sentore di ritorno del centrosinistra, per lasciar posto a spaccatura profondissime quando il pendolo politico tocca nuovamente il polo del centrodestra.

Con l’Accordo interconfederale del 28 giungo si comincia, insomma, a costruire un nuovo sistema di diritto sindacale ma con il rischio di costruirlo sulla sabbia, cioè su contratti collettivi interconfederali o categoriali, comunque disdettabili, con automatica possibilità di ritorno, in tal caso, al vecchio sistema, il quale invece, riposa sulla piattaforma rocciosa del codice civile.

Inoltre, il vizio di tutte le fonti contrattuali che vogliono istituire sistemi a valenza universale è appunto sempre quello di non tener presente che per quanto larga possa essere la rappresentatività dei partecipanti all’accordo essi non possono includervi efficacemente soggetti terzi.

Detto in parole semplici, un sindacato non confederale potrebbe comunque farsi il suo contratto collettivo secondo il vecchio sistema e dunque a prescindere da qualsiasi regola di rappresentatività. Non vorremmo addirittura che da questa intesa venisse una indiretta incentivazione al riapparire di sindacati e contratti “pirata”.

Infine la democrazia del lavoro è una cosa troppo importante perché non sia iscritta nelle fonti primarie di diritto obiettivo di uno Stato e dunque per tutti questi motivi occorre da parte della CGIL, della FIOM e di tutte le forze democratiche, chiedere che il nuovo sistema di contrattazione collettiva basato sulla rappresentatività e noi diciamo anche sulla verifica democratica dei risultati negoziali, sia sancito con legge, magari di ricezione di una più completa e dettagliata intesa.

3) L’efficacia generale del contratto aziendale ed il suo dubbio fondamento politico-giuridico. Autoritarismo rappresentativo versus rappresentatività democratica.

Dal punto 3) in poi, l’accordo interconfederale si occupa dei contratti aziendali, ossia della materia più scottante che è quella che ha messo in crisi, alla fine, il vecchio sistema, anche per dissidi creati, all’interno della parte datoriale, dalle intemperanze della FIAT.

Se dunque si inizia la disamina dal punto di vista del ruolo del contratto aziendale, è un dato innegabile che da parte datoriale e in specifico in CONFINDUSTRIA, vengano tessute periodicamente, o addirittura con continuità, le lodi del contratto aziendale tendenzialmente e auspicabilmente sostitutivo di quello nazionale per i soliti motivi, ripetuti all’infinito: effettiva vicinanza agli interessi di datori e lavoratori, capacità di investire concreti problemi organizzativi e produttivi, coesione tra i produttori, ect.

Ma in realtà non vi è stato accordo o documento sottoscritto dalla CONFINDUSTRIA in tema di sistema contrattuale in cui non sia prevalso, viceversa, un criterio di forte accentramento della contrattazione.

È così anche questa volta perché il punto 3) dell’accordo nel regolare il riparto delle rispettive competenze tra contrattazione nazionale e contrattazione aziendale, adotta ancora pienamente il criterio accentratore, quello cioè per cui “la competenza sulla competenza” appartiene al contratto nazionale il quale delega su specifiche materie (dette in gergo sindacale “demandi”) la contrattazione aziendale. Questa, pertanto, ha una competenza limitata e alternativa nel senso che una certa materia o si negozia a livello aziendale o a livello nazionale secondo quanto prevede la contrattazione nazionale, la quale, a onor del vero sui “demandi” si è sempre dimostrata molto avara.

Il criterio di decentramento invece sarebbe quello per cui la contrattazione nazionale regola ogni aspetto del rapporto, ma non impedisce alla contrattazione aziendale di tornarvi sopra con negoziazioni aggiuntive, salva solo una riserva di contrattazione esclusiva su alcune materia, in favore del livello nazionale.

La soluzione adottata dall’accordo interconfederale al punto 3) è appunto la prima – quella dei “demandi” – ma con una novità importante nella quale filtra tutta l’acuta conflittualità di questi ultimi periodi che è contenuta al punto 7) dell’accordo, il quale affronta la materia dei cosiddetti “Contratti aziendali in deroga ai contratti nazionali”. L’accordo ammette, nel modo che subito diremo, questa funzione degli accordi aziendali i quali, pertanto non hanno soltanto una competenza “alternativa-delegata” ma, accanto ad essa, anche una competenza “concorrente-derogatoria” e tuttavia sui soli punti o materie che la stessa contrattazione nazionale consente, fissando anche le relative procedure.

Si potrebbe pensare, con un po’ di ironia, che almeno all’apparenza il guinzaglio è stato allungato ma che il cane è ancora alla catena e tuttavia sarebbe davvero imprudente sottovalutare la possibile capacità dirompente della competenza così riconosciuta alla contrattazione aziendale: nulla impedisce che le materie di possibile deroga, quando verranno regolate, siano invece molte e le procedure di garanzia del tutto evanescenti (ad esempio riducendosi ad un silenzio-assenso del livello nazionale rispetto all’accordo aziendale derogatorio).

Proprio per questo risultano della massima importanza i punti 4), 5), 6) dell’intesa che innovano profondamente la disciplina dei contratti aziendali, all’insegna, anche qui, del nuovo principio di rappresentatività e tuttavia rendendo quanto mai esplicito il bivio tra versione autoritaria e versione democratica che subito consegue alla sua adozione.

Conviene allora occuparsi in primo luogo della struttura delle disposizioni che esplicitamente, e per la prima volta, collegano il criterio di rappresentatività maggioritaria all’efficacia generale del contratto aziendale per tutti i dipendenti dell’impresa: il nucleo normativo essenziale è infatti che il contratto aziendale vincola tutti i dipendenti se la maggioranza dei membri della RSU l’hanno sottoscritto (punto 4) ovvero, dove non esistano RSU ma RSA, se lo abbiano sottoscritto le RSA che associno la maggioranza dei lavoratori sindacalizzati dell’impresa, salvo però in tal caso, la possibile conferma, a richiesta di una organizzazione sindacale o del 30% dei lavoratori, di un referendum confermativo.

Ci sembra importante ricordare, in proposito, che l’efficacia generale del contratto aziendale è stata spesso, e con diverse giustificazioni, affermata o ipotizzata in dottrina e in giurisprudenza, o sotto il profilo della indivisibilità della materia aziendale trattata (esempio: la mensa c’è o per tutti o per nessuno) o del carattere cosiddetto gestionale dell’accordo (quando esso si limita a condizionare un potere datoriale, come ad esempio quello di collocare in CIG che riguarda comunque tutti i lavoratori) o sotto il profilo di una naturale estensione dei contenuti “acquisitivi” dell’accordo perché il datore di lavoro non può comunque negare ad alcuni suoi dipendenti ciò che accorda ad altri.

Ma nell’ipotesi davvero importante e topica del contratto aziendale comportante modifiche sicuramente o presumibilmente peggiorative e non gradite del trattamento, il dissenso è stato fatto salvo, soprattutto quando proveniva da lavoratori organizzati in un sindacato dissenziente e ciò – vale la pena di sottolinearlo – anche in materie di organizzazione produttiva quanto mai delicate, quali le turnazioni di lavoro (cfr. la nota sentenza Cass. Sez. Lavoro n.10353/2004).

È proprio qui che interviene questo Accordo Interconfederale e, stante l’indiscutibile valenza virtualmente negativa dell’effetto che dispone, non poteva mancare una giustificazione forte: che, alla fine, l’efficacia generale anche di contenuti contrattuali negativi per tutti i lavoratori trovi la sua ragione in una volontà da tutti loro espressa in un qualche momento. Questo momento può essere l’elezione, da parte di tutti, della RSU, la quale poi, nella sua maggioranza, sottoscrive l’accordo anche peggiorativo, ovvero, se non vi è stata una simile elezione (perché nell’azienda operano solo RSA associative) funge da giustificazione “forte” la possibilità di votare in un referendum confermativo.

Preso atto allora che è la rappresentatività maggioritaria a fondare l’efficacia generale del contratto aziendale e che ciò avverrà tipicamente e preferibilmente nella fattispecie del punto 4), ossia in presenza di RSU e per effetto della volontà della maggioranza dei suoi membri (l’accordo interconfederale promette di rilanciare le RSU rispetto le RSA) si tratta di valutare, da un lato, il grado di effettiva democraticità e rispondenza agli interessi dei lavoratori della descritta soluzione e dall’altro la sua legittimità giuridica che – si può subito anticiparlo – appare davvero dubbia per il solito problema del fondamento non legislativo della regolamentazione.

La questione del grado di democraticità e congruenza è quella politicamente “scottante” e il giudizio negativo che è stato espresso da una parte del movimento sindacale – quella più impegnata nella lotta contro i contratti separati – è a nostro avviso ben comprensibile e anche semplice ad esporre.

Si può dire, infatti, ed in estrema sintesi, che la rappresentatività maggioritaria dell’agente negoziale (che qui significa la maggioranza dei membri della RSU eletta) è una condizione necessaria ma non sufficiente per un assetto davvero democratico e congruo delle relazioni industriali a livello aziendale, perché accanto al problema della rappresentatività resta quello della rappresentanza.

Ossia della verifica dell’effettivo gradimento da parte dell’insieme dei lavoratori dei contenuti e risultati dell’accordo raggiunto.

La richiesta, che presumiamo si alzerà fortissima, di prevedere una verifica referendaria anche nell’ipotesi del punto 4) (contratto firmato da RSU) oltre che nel punto 5) (contratto firmato da RSA) non costituisce, affatto, secondo il nostro giudizio, una superfetazione o un eccesso di democraticismo, ma una intuibile necessità, perché altro è il mandato genericamente dato in occasione delle elezioni dei rappresentanti, altro è il controllo del loro operato a distanza di tempo e nella concretezza di problemi non esistenti e spesso neanche immaginabili al tempo delle elezioni. Si consideri, in particolare, che al contratto aziendale è riconosciuta, come visto dall’accordo interconfederale, anche una competenza “concorrente-derogatoria” e che quindi si tratterà non raramente di decidere su deroghe peggiorative al contratto nazionale in condizioni di criticità ed è allora evidente che non può considerarsi sufficiente, dal punto di vista della rappresentanza dell’interesse nella specifica contingenza, un precedente e ormai lontano procedimento elettorale.

Senza questa necessarissima integrazione di democrazia diretta o, diversamente detto, di verifica degli interessati, il nuovo principio della rappresentatività maggioritaria quale il requisito di valida conclusione dei contratti, rischia davvero di inclinare verso la sua versione autoritaria anziché verso quella democratica, e lo conferma purtroppo la previsione del punto 6) che, letta in connessione con il punto 4) ovvero con la mancanza della verifica referendaria, compone un quadro inaccettabile dal punto di vista di una democrazia non solo formale.

Ricordato infatti che il punto 6) prevede che il contratto aziendale in quel modo stipulato possa contenere clausole di tregua vincolanti tutte le OO.SS. e quindi anche quelle che hanno espresso i membri delle RSU che hanno dissentito restando in minoranza, è facile tracciare in via di esempio, una fattispecie concreta come quella che segue: ipotizziamo che in una azienda esista una RSU di sette membri espressi da tre organizzazioni e che le due minori abbiano complessivamente 4 membri e l’altra, in maggioranza relativa, 3 membri. Il datore di lavoro preme perché siano abbassate, rispetto alle previsioni del CCNL, le maggiorazioni di lavoro straordinario e notturno, perché sia liberalizzato lo straordinario di sabato, perché siano ridotte le pause, eliminata in parte l’indennità di malattia, aumentati i carichi di lavoro, etc. Cosa accade allora se i 4 membri appartenenti alle due organizzazioni più piccole, per loro valutazioni approvano l’accordo? Succede che nessun lavoratore può in alcun modo sottrarsi a quella pioggia di peggioramenti né può esprimersi in proposito con un voto, ma soprattutto non può rispondere alla mobilitazione che i tre membri della organizzazione dissenziente vorrebbero proclamare, perché proclamandola gli stessi tre rappresentanti verrebbero sanzionati, probabilmente con licenziamento e la loro organizzazione tenuta al risarcimento dei danni per aver rotto la tregua conseguente alla firma apposta da quei quattro rappresentati “alieni”.

Non vi in questa descrizione nulla di esagerato ma solo la rilevazione di ciò che obiettivamente discende dalla regolamentazione: e quindi diviene indispensabile, a tutela di un minimo di vita democratica che i lavoratori possano votare, magari anche per accettare tutti quei sacrifici, forse imposti, ma forse no, da una critica situazione economica.

Impedire alle persone di esprimersi su loro stessi interessi non è mai stata una buona politica, fin dai tempi della rivoluzione americana. Per converso una rivendicazione così netta e semplice come quella di estendere la previsione di ricorso al referendum anche al punto 4) dell’accordo potrebbe diventare subito popolarissima e, una volta realizzata, correggerebbe la rotta verso la versione democratica del criterio della rappresentatività maggioritaria, ferma restando l’opportunità, in ogni caso che l’art. 6) venga eliminato.

Resta il problema probabilmente più delicato della questione “politica-giuridica” ora esaminata, ed è un problema squisitamente giuridico.

Questa regolamentazione del contratto aziendale nella sua efficacia generale così come disciplinata nell’accordo interconfederale è già efficace? E soprattutto è legittima?

Con riguardo alla fattispecie del punto 5) “Contratto aziendale firmato da RSA” sembra che l’accordo non possa essere immediatamente efficace perché manca una disciplina regolamentare della verifica referendaria e manca anche l’adeguamento di disciplina delle stesse RSA previsto dall’accordo nel senso della definizione della durata triennale del loro incarico. Probabilmente essa dovrebbe essere accolta da una modifica dell’art. 19 dello Statuto dei Lavoratori (visto che i sindacati confederali non possono certo fissare la durata delle RSA…anche dei sindacati non confederali).

Resta quindi la fattispecie centrale, quella per cui, in fondo, è stato concluso questo stesso accordo interconfederale, e cioè il contratto aziendale ad efficacia generale purché firmato dalla maggioranza di una RSU.

Il tema, allora, è il seguente: da un lato l’effetto generale o erga omnes si giustifica o si dovrebbe giustificare, in quella previsione, con il fatto che la RSU è stata eletta da tutti i lavoratori ma dall’altro – questo è il punto – la disciplina delle RSU, la loro esistenza, la loro conformazione, e la loro elezione non sono nel nostro ordinamento stabilite dalla legge, bensì da contratti collettivi, nazionali di categoria o accordi interconfederali, che in quanto contratti sono essi stessi ad efficacia soggettiva limitata.

Dunque, è logicamente e giuridicamente contradditorio che possa predicarsi l’efficacia vincolante generale anche per i non iscritti al sindacato o per gli iscritti ad un sindacato non confederale di un contratto aziendale firmato da un organismo, la RSU, previsto e regolato da un’altra fonte collettiva che però non si applica a quel sindacato non confederale, in mancanza di sua spontanea adesione.

Da più di venti anni il porrum unum di ogni riforma del diritto sindacale è quello della fonte regolativa e a nostro avviso i fatti odierni danno ancora una volta ragione a quanti hanno sostenuto e sostengono che solo la legge può essere veramente inclusiva e riguardare, a parità di diritti e di doveri, tutti i soggetti sindacali attuali e futuri. La pretesa dei sindacati confederali o comunque di tutti quelli che pensano che un accordo contrattuale tra loro intercorso possa avere efficacia giuridica generale e vincolante per tutti, ricorda la prodezza, che riuscì solo al Barone di Munchausen, di tenersi a galla sulla superficie di un lago tirandosi per i capelli con il proprio braccio.

Senza una base legislativa, a nostro avviso, la previsione di efficacia generale del contratto aziendale, si riduce ad un mero effetto obbligatorio che riguarda solo le parti contraenti e semmai i lori iscritti, nel senso che in forza del punto 4) di questo accordo confederale CISL, UIL e CGIL si obbligano a considerare vincolante anche per sé e per i propri iscritti un contratto aziendale non firmato dai loro membri di RSU rimasti dissenzienti, ma non possono considerarlo vincolante per i lavoratori che non si sono sindacalizzati o si sono sindacalizzati in un sindacato autonomo e che sono rimasti estranei anche all’accordo istitutivo delle RSU ancorché questo, magari li “invitasse” a partecipare al procedimento elettivo.

Non vorremmo in definitiva che la risposta a questo tentativo di rafforzamento della contrattazione fosse una fuga dalle organizzazioni sindacali di quanti temono futuri contratti aziendali derogatori in peius del contratto nazionale.

Il tema della deroga in peius aleggia d’altra parte sull’intero accordo e inerisce alla vicenda politica che l’ha generato che è quella per così dire della “secessione” da parte della FIAT, anche se deve considerarsi acquisito dopo la faticosa del suo contorto punto 7) che nessuna sanatoria discende da quest’accordo interconfederale per i contratti aziendali delle NewCo del Gruppo FIAT.

In definitiva, il giudizio che ci sembra di poter dare sull’accordo è che il nuovo principio del diritto delle relazioni industriali da esso accolto, e cioè quello della rilevanza centrale della rappresentatività ai fini della negoziazione e della confrontazione sia indiscutibile e positivo, ma che subito dopo si apra un bivio tra una versione autoritaria e addirittura repressiva, ed una versione democratica. Che purtroppo, si siano già mossi diversi passi sul cattivo sentiero della versione autoritaria, e tuttavia non sia troppo tardi per tornare indietro, ovvero per “saltare la corsia” e imboccare e percorrere la strada della versione democratica, la quale reclama a gran voce il diritto dei lavoratori a votare sui loro interessi e sui loro destini. A questo fine soccorre il decisivo problema della fonte regolativa dell’intero sistema, necessariamente legislativa per la sua giuridica congruenza e legittimità.

L’iter legislativo, invero, può costituire un “secondo tempo” della vicenda, durante il quale l’istanza democratica fino ad ora molto negletta, ben potrebbe far irruzione ed esser realizzata.”

Marco Barbieri 4 luglio 2011 - 14:40

Non tutto quello che scrive Di Salvo è condivisibile. e poiché è assurdo, oltre che socrretto logicamente, esprimere valutazioni prina dell’analisi dei fatti, come invece hanno fatto alcuni degli interventi, vorrei riproporre alcune questioni di merito, come ho provato a scrivere su il manifesto del 30 giugno.
1) la certificazione della rappresentatività NON porta (non può portare per via dell’art. 39, co. 4, della Costituzione, che prevede contratti nazionali con efficacia generale solo se sottoscritti da una rappresentanza unitaria dei sindacati registrati in proporzione ai SOLI iscritti) né all’efficacia generale del contratto nazionale, né ad alcun meccanismo di validazione dell’ipotesi di accordo da parte delle lavoratrici e dei lavoratori né ad alcun meccanismo che impedisca futuri contratti nazionali separati (sebbene si possa convenire che sia politicamente più difficile che lo facciano sindacati non solo notoriamente minoritari, come hanno fatto Fim e Uilm, ma anche certificatamente minoritari). Non è vero, dunque, come dice Di Salvo, che “si è stabilita un’intesa [...] attraverso le regole che le categorie si daranno per i contratti nazionali di categoria”. è facile prevedere che in alcune categorie (meccanici) l’intesa su queste regole NON sarà raggiunta.
2) Non c’è certezza sulla esistenza delle RSU, come dimostra anche il comunicato di commento dell’accordo della segreteria CISL. Ho provato a spiegare che tra accordo interconfederale e intesa intersindacale su questo c’è il massimo di oscurità e contraddizione. è probabile comunque che le RSU siano lasciate
in vita solo nella categorie dove non ci siano problemi troppo forti.
3) non è vero che sia prevista una gerarchia dei contratti collettivi. Le deroghe (è disgustosa l’ipocrisia di chi nega che ci siano) possono esserci non solo nei limiti e con le procedure stabilite dai contratti nazionali (anche separati), i quali dunque potrebbero anche autorizzarle senza limiti (a differenza che nell’accordo separato del 2009); ma in assenza di apposite previsioni con il meccanismo sostitutivo previsto, che richiede (almeno a mio giudizio) il consenso di tutti i sindacati e ne limita l’operatività ad alcune materie: quindi ci potrebbero esere altre situazioni ricatto tipo Bertone ecc.
4) a questo punto (cioè solo dopo la letteura fattuale dei contenuti) si può passare al giudizio. Qui osservo solo che la differenza tra quel che non si firmò il 2009 e quel che si firma oggi non è tutto a vantaggio del secondo; e che – ma forse su questo c’è il vero dissenso – i rapporti di forza tra inizio 2009 e metà 2011 sono profondamente cambiati a svantaggio del Governo, di Confindustria e dei sindacati complici. Ho l’impressione che il silenzio di Nichi e la posizione della compagna Di Salvo tentino un po’ velleitariamente di non dispiacere troppo né alla sinistra né al Pd, che è forse l’unico avvantaggiato da un accordo che tiene in realtà aperti tutti i punti di conflitto, spostando solo un po’ (a vantaggio dei padroni) il punto di partenza delle controversie.

Antonio 4 luglio 2011 - 01:03

ANALISI
Accordo interconfederale fra CONFINDUSTRIA e CGIL, CISL e UIL del 28 giugno 2011 ( parte 1)
Questa prima parte riguarda soltanto la parte generale.
( dal forum di SEL)

Viene riportato integralmente l’ accordo interconfederale ( in neretto)

Tutti parlano scrivono su questo accordo sperando che sia stato anche studiato.

Cerchiamo di fare una analisi del testo per altro di solo 3 paginette.
Dando una veloce letta ( femminile del letto ove dormiamo) sembra un linguaggio alquanto semplice, studiando il testo vi è una stratificazione dal semplice al complesso di significati e di interpretazione ma soprattutto di possibili analisi interdisciplinari .

Qui si cerca di sviluppare una analisi POLITICO SINDACALE lasciando agli accademici lo sviluppo della dottrina .

Vediamo il testo :

a) è interesse comune definire pattiziamente le regole in materia di rappresentatività delle organizzazioni sindacali dei lavoratori;

Questo interesse comune ha una finalità ‘comune’ ma i punti di partenza sono diversi.
A1) FIOM : la fiom richiede la verifica della rappresentatività per dire noi siamo la maggioranza voi cisl e uil siete una minoranza !!!
A2) CISL e UIL : vogliono la verifica della rappresentatività e quindi un accordo perché quando vengono chiamati in tribunale dalla fiom i i magistrati sentono le loro motivazione ( Cisl ed Uil ) e ridono ( un magistrato si è sentito anche male dal ridere !!) esempio : l’ azienda a applica il contratto a , chiudo l’ azienda a apro l’ azienda b e applico il contratto b che una parte del sindacato ritiene peggiorativo , quando Melchiorre sostiene questo i magistrati regalano cioccolate svizzere a Melchiorre.
A3) la confindustria vuole un accordo VINCOLANTE in quanto il rischio è che la FIOM scioperi contro la CISL e la UIL , e la CISL e la UIL scioperino contro la FIOM , risultato tutti scioperano e nessuna …lavora. Inoltre la confindustria non capirebbe perché tutti…scioperano!!!.

b) è obiettivo comune l’impegno per realizzare un sistema di relazioni industriali che crei condizioni di competitività e produttività tali da rafforzare il sistema produttivo, l’occupazione e le retribuzioni;

Creare ‘ un sistema di relazioni industriali’ è un obbiettivo molto ambizioso in Italia per motivi storici , la mancanza di un grande partito popolare socialdemocratico rende la cosa molto difficile e probabilmente impossibile.

‘ Condizioni di competitività’ la confindustria continua nel solco del mercantilismo ottocentesco a parlare di competitività.

OVE C’ E’ COMPETITIVITA’ C E’ LA MANO INVISIBILE DEL MERCATO E C E’ L’ INSTABILITA’ , da qui la crisi di sistema dell’ economia di mercato.

OVE C E’ UNA GRANDE CULTURA MANAGERIALE e AMMINISTRATIVA NON C E COMPETITIVITA’ e INSTABILITA’ ma C E’ PROGRAMMAZIONE AZIENDALE e STABILITA’.

I VERI MANAGER SONO LA MANO VISIBILE ( e non invisibile ) DEL MERCATO.

Ove ci sono i grandi manager e le grandi scuole manageriale , Francia e Germania non abbiamo un modello competitivo aziendale ( orientato al mercato esterno) ma un MODELLO PIANIFICATO AZIENDALE ( orientato alla programmazione interna ).

Quanto alla produttività è troppo vago, importante è la produttività totale dei fattori ( interna all’ azienda) e la produttività sociale di sistema ( il giovane Carlo Marx).

c) la contrattazione deve esaltare la centralità del valore del lavoro anche considerando che sempre più è la conoscenza, patrimonio del lavoratore, a favorire le diversità della qualità del prodotto e quindi la competitività dell’impresa;

Questo è la problematica fondamentale dell’ accordo anche se ha valore teorico .
Contrasta con il dilagare del precariato.
La centralità del valore del lavoro va sostituita, con la centralità della TEORIA DEL VALORE LAVORO, altrimenti il senso è troppo generico.
E il pluslavoro che sviluppa l accumulazione del capitale e non viceversa !!
L’ analisi ci porta troppo lontano ma è importante capire il ruolo del LAVORO rispetto al Capitale.

d) la contrattazione collettiva rappresenta un valore e deve raggiungere risultati funzionali all’attività delle imprese ed alla crescita di un’occupazione stabile e tutelata e deve essere orientata ad una politica di sviluppo adeguata alle differenti necessità produttive da conciliare con il rispetto dei diritti e delle esigenze delle persone;

E’ scritto per Melchiorre !!! , il ruolo fondamentale della contrattazione collettiva .

e) è essenziale un sistema di relazioni sindacali e contrattuali regolato e quindi in grado di dare certezze non solo riguardo ai soggetti, ai livelli, ai tempi e ai contenuti della contrattazione collettiva ma anche sull’affidabilità ed il rispetto delle regole stabilite;

vuol dire cari amici e compagni della Fiom sediamoci ad un tavolo e cerchiamo un accordo , con cisl e uil ma senza di voi abiamo visto che non andiamo da nessuna parte

f) fermo restando il ruolo del contratto collettivo nazionale di lavoro, è comune l’obiettivo di favorire lo sviluppo e la diffusione della contrattazione collettiva di secondo livello per cui vi è la necessità di promuoverne l’effettività e di garantire una maggiore certezza alle scelte operate d’intesa fra aziende e rappresentanze sindacali dei lavoratori,

Il termine effettività è un termine che potrebbe essere sbagliato .
La questione è molto DELICATA.
Un po di anni fa 3 giovanotti alti e robusti si sono presenti in Confindustria, ‘ siamo qua perché abbiamo letto l’ accordo inteconfederale del 1993 e vogliamo il premio di produzione legato alla produttività’.
I funzionari di confindustria chiamarano l’ amministratore delegato , l’ amministartore delegato disse che i soldi li da a chi vuole lui, e che il premio di produzione ( da 20.000 Euro a 40.000 Euro annui ) alla sua segretaria era dovuto a un problema suo personale di stress.

A questo punto i funzionari pensando che erano tutti ubriachi chiamarono l’ amministratore delegato della holding una delle più grandi multinazionali a livello mondiale.

Il CEO non si presentò ma mandò un comunicato in cui c era scritto che l’ amministratore delegato era licenziato e che la sua segretaria era trasferita per 6 mesi in un convento, quanto al premio di produzione egli scrisse che la consociata era stata progettata per non pagare il costoso premio di produzione , se adesso deve pagare il premio di produzione non saprebbe cosa fare della consociata, quindi la risposta era no.

I funzionari dissero ai 3 giovanotti che il premio variabile non si poteva fare.
I 3 giovani energumeni spiegarono in modo gentile che sarebbero ritornati con i loro compagni e avrebbero ‘ spaccato tutto’.

La questione di esigibilità del premio di produzione variabile era stata prevista
nel 1993, infatti si creò una spaccatura tra il giurista Gino Giugni e altri giuristi.
I giuristi chiedevano che la norma sul premio di produzione variabile fosse recepita da una norma giuridica da una legge dello stato questo per dare una certezza e obbligatorietà all’ erogazione su richiesta della RSU .
Il giurista Giugni probabilmente riteneva che la contrattazione aziendale fosse uno strumento idoneo nell’ ambito dell’ autonomia delle parti.
( continua )

( dal Forum SEL )

Antonio77 4 luglio 2011 - 00:51

ANALISI ACCORDO INTERCONFEDERALE DEL 28 giugno 2011
Questa prima parte tratta della PREMESSA diciamo della PARTE GENERALE

* DA FORUM SEL *

ANALISI
Accordo interconfederale fra CONFINDUSTRIA e CGIL, CISL e UIL del 28 giugno 2011 ( parte 1)

Viene riportato integralmente l’ accordo interconfederale ( in neretto)

Tutti parlano scrivono su questo accordo sperando che sia stato anche studiato.

Cerchiamo di fare una analisi del testo per altro di solo 3 paginette.
Dando una veloce letta ( femminile del letto ove dormiamo) sembra un linguaggio alquanto semplice, studiando il testo vi è una stratificazione dal semplice al complesso di significati e di interpretazione ma soprattutto di possibili analisi interdisciplinari .

Qui si cerca di sviluppare una analisi POLITICO SINDACALE lasciando agli accademici lo sviluppo della dottrina .

Vediamo il testo :

a) è interesse comune definire pattiziamente le regole in materia di rappresentatività delle organizzazioni sindacali dei lavoratori;

Questo interesse comune ha una finalità ‘comune’ ma i punti di partenza sono diversi.
A1) FIOM : la fiom richiede la verifica della rappresentatività per dire noi siamo la maggioranza voi cisl e uil siete una minoranza !!!
A2) CISL e UIL : vogliono la verifica della rappresentatività e quindi un accordo perché quando vengono chiamati in tribunale dalla fiom i i magistrati sentono le loro motivazione ( Cisl ed Uil ) e ridono ( un magistrato si è sentito anche male dal ridere !!) esempio : l’ azienda a applica il contratto a , chiudo l’ azienda a apro l’ azienda b e applico il contratto b che una parte del sindacato ritiene peggiorativo , quando Melchiorre sostiene questo i magistrati regalano cioccolate svizzere a Melchiorre.
A3) la confindustria vuole un accordo VINCOLANTE in quanto il rischio è che la FIOM scioperi contro la CISL e la UIL , e la CISL e la UIL scioperino contro la FIOM , risultato tutti scioperano e nessuna …lavora. Inoltre la confindustria non capirebbe perché tutti…scioperano!!!.

b) è obiettivo comune l’impegno per realizzare un sistema di relazioni industriali che crei condizioni di competitività e produttività tali da rafforzare il sistema produttivo, l’occupazione e le retribuzioni;

Creare ‘ un sistema di relazioni industriali’ è un obbiettivo molto ambizioso in Italia per motivi storici , la mancanza di un grande partito popolare socialdemocratico rende la cosa molto difficile e probabilmente impossibile.

‘ Condizioni di competitività’ la confindustria continua nel solco del mercantilismo ottocentesco a parlare di competitività.

OVE C’ E’ COMPETITIVITA’ C E’ LA MANO INVISIBILE DEL MERCATO E C E’ L’ INSTABILITA’ , da qui la crisi di sistema dell’ economia di mercato.

OVE C E’ UNA GRANDE CULTURA MANAGERIALE e AMMINISTRATIVA NON C E COMPETITIVITA’ e INSTABILITA’ ma C E’ PROGRAMMAZIONE AZIENDALE e STABILITA’.

I VERI MANAGER SONO LA MANO VISIBILE ( e non invisibile ) DEL MERCATO.

Ove ci sono i grandi manager e le grandi scuole manageriale , Francia e Germania non abbiamo un modello competitivo aziendale ( orientato al mercato esterno) ma un MODELLO PIANIFICATO AZIENDALE ( orientato alla programmazione interna ).

Quanto alla produttività è troppo vago, importante è la produttività totale dei fattori ( interna all’ azienda) e la produttività sociale di sistema ( il giovane Carlo Marx).

c) la contrattazione deve esaltare la centralità del valore del lavoro anche considerando che sempre più è la conoscenza, patrimonio del lavoratore, a favorire le diversità della qualità del prodotto e quindi la competitività dell’impresa;

Questo è la problematica fondamentale dell’ accordo anche se ha valore teorico .
Contrasta con il dilagare del precariato.
La centralità del valore del lavoro va sostituita, con la centralità della TEORIA DEL VALORE LAVORO, altrimenti il senso è troppo generico.
E il pluslavoro che sviluppa l accumulazione del capitale e non viceversa !!
L’ analisi ci porta troppo lontano ma è importante capire il ruolo del LAVORO rispetto al Capitale.

d) la contrattazione collettiva rappresenta un valore e deve raggiungere risultati funzionali all’attività delle imprese ed alla crescita di un’occupazione stabile e tutelata e deve essere orientata ad una politica di sviluppo adeguata alle differenti necessità produttive da conciliare con il rispetto dei diritti e delle esigenze delle persone;

E’ scritto per Melchiorre !!! , il ruolo fondamentale della contrattazione collettiva .

e) è essenziale un sistema di relazioni sindacali e contrattuali regolato e quindi in grado di dare certezze non solo riguardo ai soggetti, ai livelli, ai tempi e ai contenuti della contrattazione collettiva ma anche sull’affidabilità ed il rispetto delle regole stabilite;

vuol dire cari amici e compagni della Fiom sediamoci ad un tavolo e cerchiamo un accordo , con cisl e uil ma senza di voi abiamo visto che non andiamo da nessuna parte

f) fermo restando il ruolo del contratto collettivo nazionale di lavoro, è comune l’obiettivo di favorire lo sviluppo e la diffusione della contrattazione collettiva di secondo livello per cui vi è la necessità di promuoverne l’effettività e di garantire una maggiore certezza alle scelte operate d’intesa fra aziende e rappresentanze sindacali dei lavoratori,

Il termine effettività è un termine che potrebbe essere sbagliato .
La questione è molto DELICATA.
Un po di anni fa 3 giovanotti alti e robusti si sono presenti in Confindustria, ‘ siamo qua perché abbiamo letto l’ accordo inteconfederale del 1993 e vogliamo il premio di produzione legato alla produttività’.
I funzionari di confindustria chiamarano l’ amministratore delegato , l’ amministartore delegato disse che i soldi li da a chi vuole lui, e che il premio di produzione ( da 20.000 Euro a 40.000 Euro annui ) alla sua segretaria era dovuto a un problema suo personale di stress.

A questo punto i funzionari pensando che erano tutti ubriachi chiamarono l’ amministratore delegato della holding una delle più grandi multinazionali a livello mondiale.

Il CEO non si presentò ma mandò un comunicato in cui c era scritto che l’ amministratore delegato era licenziato e che la sua segretaria era trasferita per 6 mesi in un convento, quanto al premio di produzione egli scrisse che la consociata era stata progettata per non pagare il costoso premio di produzione , se adesso deve pagare il premio di produzione non saprebbe cosa fare della consociata, quindi la risposta era no.

I funzionari dissero ai 3 giovanotti che il premio variabile non si poteva fare.
I 3 giovani energumeni spiegarono in modo gentile che sarebbero ritornati con i loro compagni e avrebbero ‘ spaccato tutto’.

La questione di esigibilità del premio di produzione variabile era stata prevista
nel 1993, infatti si creò una spaccatura tra il giurista Gino Giugni e altri giuristi.
I giuristi chiedevano che la norma sul premio di produzione variabile fosse recepita da una norma giuridica da una legge dello stato questo per dare una certezza e obbligatorietà all’ erogazione su richiesta della RSU .
Il giurista Giugni probabilmente riteneva che la contrattazione aziendale fosse uno strumento idoneo nell’ ambito dell’ autonomia delle parti.
( continua )

da FORUM SEL

Nadia Peruzzi Firenze 3 luglio 2011 - 22:34

Sono d’accordo anch’io con Alfonso Gianni che chiede che ci sia una discussione ed una presa di posizione degli organismi dirigenti di SEL.
L’articolo di Titti Di Salvo non credo possa rappresentare altro che il suo pensiero.Sarebbe bene che su queste questioni il partito ai vari livelli discutesse e si confrontasse.Non puo’ essere lasciata al sindacalese e ai sindacalisti ,questa materia.
Capisco la necessita’ della CGIL di rientrare in gioco. Mi chiedo se lo si faccia bene con un accordo del genere.E’ la difesa delle prerogative delle organizzazioni a prevalere.Nel compromesso sono le posizioni sempre sostenute da CISL e UIL ad avere la meglio. IL diritto di voto su piattaforme e contratti,lo si deve esercitare con il bilancino ed e’ sottratto a coloro che invece dovrebbero esserne gli unici depositari.

Mirko Lombardi 3 luglio 2011 - 19:03

Caro Luca Robotti, certo, se non si sta al merito delle questioni (o non le si conosce) il tuo commento general generico può andar bene, è buono per tutte le occasioni. Può persino sembrare saggio. Una sorta di “volemose bene” a prescindere.
Ma io non voglio litigare ne avere verità precostituite, ma stare al merito, sennò non si capisce più niente e allora comincia la solfa… la Fiom…Cremaschi…e via con etichette e luoghi comuni triti e ritriti.
E’ nel merito che l’accordo è criticabile come si sono cimentati a dirlo e a spiegarlo insigni giuristi ed esperti sindacalisti della associazione Lavoro e Libertà. Poi si possono anche criticare Rodotà e Cofferati, (nemmeno a loro delego il possesso della verità)ma se voglio farlo (e se sono capace di farlo) lo faccio portando argomenti di merito. Caro Luca nel tuo commento non ce n’è nemmeno uno…

Peppe Giudice 3 luglio 2011 - 19:02

non so quale sia la posizione di Cofferati. Ma due anni fa egli non appoggiava Veltroni, nel PD? Ognuno rifletta sulle sue coerenze…

Peppe Giudice 3 luglio 2011 - 18:59

ottimo l’intervento del compagno Robotti (ce ne fossero molti così)che riporta le cose nella giusta ottica. E mi fa piacere che anche lui consideri importante il tema del socialismo europeo e di un suo rinnovamento a sinistra (insomma che mette in soffitta le “terze vie” di Blair). Del resto in Francia, Germania ed Inghilterra questo rinnovamento è già iniziato. Il problema è il PD.

Filippo Boatti 3 luglio 2011 - 16:42

bravo Luca Robotti, pienamente condivisibile il tuo intervento

Giuseppe D. 3 luglio 2011 - 16:28

Mi sembra che il commento di Luca Robotti sia quello politicamente più saggio.Concordo totalmente.

Marco 3 luglio 2011 - 15:39

Il comunicato dell’associazione “Lavoro e Libertà” postato da Alfonso Gianni dice tutto e lo dice bene. Va ricordato che in Lavoro e Libertà ci sono riformisti a tutto tondo come Sergio Cofferati, Stefano Rodotà e Luciano Gallino. Pericolosi estremisti parolai anche loro?

Peppe Giudice 3 luglio 2011 - 15:17

riflessione di Salvo Leonardi della IRES-Cgil

“Lo scorso 28 giugno Cgil, Cisl, Uil e Confindustria hanno siglato un’ipotesi di accordo in materia di riforma della rappresentanza e della contrattazione collettiva, in special modo di quella aziendale. Per la Cgil, la Segretaria generale aveva ricevuto poco prima un mandato in vero piuttosto ampio a trattare, ed eventualmente a concludere, da parte del Direttivo nazionale della Confederazione. Ad opporvisi solo il 17% dei suoi componenti, espressione della minoranza uscita dall’ultimo congresso. Martedì prossimo, 5 luglio, il Direttivo è stato nuovamente convocato per discutere e ratificare la scelta compiuta al tavolo negoziale il 28 giugno. Non dovrebbero esserci sorprese. Al contempo, il Segretario generale – Susanna Camusso – ha già dichiarato l’intenzione di procedere ad una consultazione referendaria con tutti i lavoratori, se anche Cisl e Uil lo consentiranno; con tutti gli iscritti in ogni caso. Si poteva dunque immaginare un percorso più democratico di questo? Evidentemente sì, almeno secondo alcuni che per il 5 luglio hanno convocato una mobilitazione nazionale (davanti? dentro?) la sede della Cgil, dove avrà luogo la discussione del Direttivo. Si autodefiniscono e si autoconvocano come “gli indignati della Cgil” (250 contatti su FB) e fanno sostanzialmente riferimento a Cremaschi e alla sua ‘Rete 28 Aprile’. Grosso modo il 3% agli ultimi congressi della Cgil. Chiedono le dimissioni della Camusso. In nome della democrazia, quella “vera”, c’è da presumere. Ma quale, esattamente? Si capisce che dal loro punto di vista un’assemblea di emanazione congressuale, eletta da tutti gli iscritti; come anche una Rsu eletta a suffragio universale da iscritti e non iscritti con poteri contrattuali (non esiste in nessuna altra parte del mondo se non in Italia); una decisione adottata a maggioranza assoluta in qualcuna di queste sedi, rappresentano soluzioni tecniche e politiche insoddisfacenti o, peggio, lesive dei veri interessi dei rappresentati. Bene; ma per sostituirle con cosa? E soprattutto con cosa “di meglio”? L’impressione è che, a dispetto della sua quasi ossessiva evocazione, questa area (o filone) della tradizione sindacale e politica della sinistra radicale non abbia fatto fino in fondo i conti con una compiuta teoria della democrazia. Mi verrebbe da dire, sin dai tempi del Congresso di Minsk del 1903 – se la memoria non mi inganna – in cui i bolscevichi, nettamente minoritari in seno al Partito Operaio Socialdemocratico Russo. si auto-proclamarono “maggioranza” (‘bolscevico’ vuol dire questo) contro ogni evidenza numerica. Ecco, il rapporto “maggioranza-minoranza”; quella cosa “secondaria” che in democrazia sono le “tecnicalità” con cui si producono; gli esiti che ne scaturiscono; i vincoli che determinano. Tutte cose su cui in quest’area si hanno delle idee a dir poco confuse. Se se ne hanno. L’agitazione permanente e vociante, la conta approssimativa per alzata di mano, la demagogia tribunizia, la delegittimazione sistematica o incombente di chi esercita elettivamente un mandato. Questa sarebbe, secondo alcuni, quell’alternativa alla democrazia rappresentativa che – come da par suo evidenziava N. Bobbio a metà anni ’70 – semplicemente non esiste, se non in forme di gran lunga meno soddisfacenti di quella.
(Che poi – sia detto per inciso – ne avessero mai vinta una, di queste consultazioni tante invocate!)
E ora resta solo da augurarsi un sussulto di responsabilità, un supplemento di sangue freddo da parte di tutti, che eviti penose degenerazioni che darebbero sì un effimera visibilità mediatica a qualche decina o forse centinaia di manifestanti dissidenti della Cgil, ma con grande nocumento per quest’ultima.”

Luca Robotti 3 luglio 2011 - 14:50

A me hanno insegnato che l’unità del mondo del lavoro è una vittoria e quando manca a pagarne sono solo sempre i lavoratori, francamente non capisco i toni decisamente da “carrettieri” che si usano in alcuni post, così come non comprendo le ragioni di coloro che vorrebbero SEL schierata aprioristicamente con la FIOM. Il nostro soggetto politico è per sua natura plurale, è per sua natura aperto ad accogliere quel maremoto che ha in 20 anni diviso e frammentato la sinistra, riducendola ai minimi storici.
Come non preoccuparsi per il clima di scontro permanente e per i toni utilizzati sui vari luoghi della rete contro la CGIL, la sua Segretaria e anche con coloro che semplicemente sostengono il valore politico dell’accordo. A partire dal Manifesto che parla di “fango” gettato sui lavoratori per arrivare a Cremaschi con i suoi toni da eterno “rivoluzionario a la carte” c’è da averne quasi a sufficienza, ma sono sicuro che la dose aumenterà nei prossimi giorni, con un crescere delle polemiche tutte interne alla sinistra, mentre il governo avvierà la sua politica di macelleria sociale a partire dalle pensioni.
Una volta c’è l’accordo firmato da CGIL, un’altra c’è la vicenda TAV in Piemonte, di fatto il nostro soggetto politico ogni volta deve confrontarsi in toni apocalittici su questioni che per loro natura portano confronto, discussione, polemica, difficoltà a trovare una sintesi che possa mettere insieme le culture da cui proveniamo.
Così come io non ritengo che chi sta con la FIOM voglia ricostruire un clima che porti la sinistra italiana verso un infantilismo radicale, minoritario e conservatore che produrrebbe come effetto una marginalizzazione della sinistra nel paese e nelle istituzioni, vorrei altrimenti che chi ritiene che ricostruire l’unità sindacale e per la prima volta dal dopoguerra provare a regolare la rappresentanza sindacale nel mondo del lavoro, non venga additato come un “traditore” un “servo”, un nemico dei lavoratori. L’esperienza di SEL di questi anni ce lo insegna: si è forti solo quando si è grado di raccogliere e mettere a frutto le opinioni e le idee di tutti.
Il nostro presidente nazionale si candida a guidare tutto il centro sinistra, il nostro soggetto politico si pone il tema di come “rifondare” il centro sinistra, non mi sembra che nessuno di noi si sia mai posto il tema di come ricostruire le forme della radicalità politica e sociale nel nostro Paese. La buona politica parte innanzitutto da noi da come siamo in grado, civilmente, di confrontarci e di produrre saldature tra ciò che è escluso dalla politica, il mondo del lavoro, della precarietà, le donne, i giovani, con i luoghi della decisione e delle scelte, in poche parole come portiamo nel “potere”, ne governo, interessi che sino ad oggi ne sono stati esclusi.
Si è aperto nel nostro confrontarsi una discussione molto interessante di come provare a sfidare la stessa natura del socialismo europeo, di come intervenire per ricollocare il socialismo europeo a sinistra, per provare a cimentarsi in un “mare” grande e ricco di possibilità per ricostruire rapporti di massa. Per fare questo occorre, dal mio punto di vista, non ricadere negli errori di un passato anche molto recente, di identificarsi con culture che spesso fanno del vecchio refrain “tanto peggio, tanto meglio” il proprio elemento distintivo. La storia ce lo insegna il peggio è sempre e solo peggio, non si verificano mai condizioni di avanzamento sul piano della democrazia, e della giustizia sociale quando i lavoratori sono messi sotto scacco, quando sono esclusi dal confronto, quando vengono rilegati in una condizione di subalternità. Condivido il tono interlocutorio dell’articolo, ben fatto, di Titti e mi impegno, quotidianamente, perchè SEL assuma una cultura sempre più “radicalmente riformista” come più volte ci ha indicato Vendola e per cui mi sono impegnato, sin dalla sua nascita, a costruire un partito che vorrei presto vedere alla testa della ricostruzione di un soggetto di sinistra nel nostro Paese che ci porti più vicino all’Europa e meno incline a “entrare in crisi” ogni qualvolta si apre un dibattito su cui ci sono opinioni diverse.

Germano Zanzi 3 luglio 2011 - 11:26

Discutere o tifare “pro o contro” ? E’ meglio parlarne.
Le principali negatività della vicenda: Non esisteva alcuna piattaforma unitaria sindacale sull’argomento, si è partiti in difensiva rispetto confindustria e si è lavorato solo sul testo confindustriale.
Un punto negativo sul piano politico per la Cgil, è quello che è stata trascinata in una trattativa da fattori sfavorevoli ed estranei alle corrette elaborazioni finora decise dalla stessa. Non solo, l’intesa; i suoi tempi ristretti di discussione, ha sofferto di un’origine che nulla a che vedere con l’esistenza di interessi comuni tra le parti. Si è purtroppo trattato di una manovra tutta imperniata sull’esigenza di confindustria di evitare la “perdita della Fiat” dalla confederazione. Ma anche su questo terreno, pare un tentativo neutralizzato dall’incontentabilità di Marchionne. (mi rimetto alla breve valutazione che segue sul soggetto).
E’ scontato l’accoglimento del peggioramento delle condizioni di lavoro, a favore di “esigenze di Mercato”. Resta allora dominante la centralità dell’esigibilità dell’impresa.
Il lavoro è sempre più merce e sempre meno condizione di cittadinanza.
Solo gli “obiettivi formali” sono condivisi non le convenienze. Non vedo molte convenienze per il lavoro.
La Cgil firma un accordo che aveva respinto tre anni fa?
Con questa intesa, i contratti nazionali sono tutti “derogabili” in azienda, senza il voto dei lavoratori. (salvo particolari situazioni organizzative della rappresentanza).
Vincolo al rispetto delle intese aziendali da parte di tutte le sigle (anche non firmatarie). Salvo il diritto di sciopero dei singoli lavoratori. Un diritto però che sa molto di finzione, perchè non sarà facile, per i singoli lavoratori, autodichiararsi/autorganizzarsi lo sciopero quando non ci sia un’organizzazione che ne sostiene le ragioni e ne coordina la possibile collegialità.
Anche se questa è una di quelle “clausole di garanzie per i lavoratori” che comportano l’isolamento per chi si propone di attuarla.
Può essere un elemento grave la neutralizzazione di ogni autonomia contrattuale delle categorie, senza che esse stesse abbiano partecipato ad elaborare una piattaforma
La stessa Cgil avrebbe dovuto porre come condizione a Cisl- Uil, la elaborazione di una piattaforma unitaria prima di scendere a patti con confindustria. Le criticità denunciate ci sono tutte!
Ma si possono comprendere anche le ragioni di chi contesta l’affermazione categorica, secondo cui, da parte Cgil, non si doveva firmare. Mi pare corretto considerare anche le negatività del suo contrario, ossia: dell’assenza permanente della Cgil ai tavoli dove si decide sui contratti dei lavoratori. In tal caso, come sarebbe stato l’accordo senza Cgil?
Quali contenuti avrebbero avuto i futuri contratti aziendali?
Per questo era necessario un dibattito democratico nella Cgil, per preparare il terreno ed evitare le inevitabili successive divisioni.
L’accordo peggiora il rapporto di forza del sindacato, rispetto la situazione precedente? SI!
Prima: le deroghe ai contratti nazionali, le imprese, dovevano chiederle ed ottenerle, secondo il rapporto di forza tra le parti;
Ora: le imprese le ottengono come diritto acquisito.
Ed i lavoratori, non si possono più opporre, neanche in presenza di particolari situazioni individuali.
Va messo nel conto che, questa intesa, apre una spirale pericolosa per la tenuta complessiva del quadro contrattuale, alla quale occorre fare fronte.
La sigla della Camusso ha comunque il significato del coraggio personale di mettersi in discussione davanti agli organi competenti da statuto della confederazione.
Il coraggio è certamente un pregio. Ma quanto lo è di più rendersi conto delle conseguenze che producono gli atti che si compiono?
C’è un ruolo negativo che è stato giocato dalle tante ambiguità di una parte dell’opposizione parlamentare e dalle pressioni che la Cgil ha dovuto subire.
E’ importante che, tutta la Cgil, consideri con grande responsabilità politica, contenuto e conseguenze della firma e del suo contrario.
Occorre evitare di giocare allo sfascio, ma senza il risparmio di valutazioni critiche.
C’è un preliminare che deve valere al di sopra di tutto.
Una discussione a tutto campo per evitare che il dibattito interno diventi una specie di spartiacque per chi sta “con Camusso” e chi sta “contro Camusso”:
Il punto vero sta nel merito dell’accordo e nelle modalità con le quali i lavoratori (veri usofruitori delle conseguenze) possono esprimere: prima, le loro valutazioni, poi votare per o contro l’intesa.
Tutto il resto (solidarietà alla Camusso compresa) non sposta un tubo di niente.
Il punto dirimente per un dibattito aperto, sincero e costruttivo all’interno della Cgil, che affronti negatività e positività dell’intesa (solo siglata) e trovare un punto di approdo per un impegno unitario della Cgil con i lavoratori tutti. Sarebbe sbagliato tentare l’isolamento di coloro che non condividono l’intesa e bocciarli come soggetti che non si misurano con i problemi veri del lavoro, perchè è vero il contrario.
La parte dell’intesa che, a mio parere, non è accettabile è quella che stabilisce un principio terribile, in un sistema di rapporti sociali – a questo punto – non più paritario tra le parti.
Quello secondo cui, per l’impresa, ma solo per l’impresa, si può derogare ad un vincolo contrattuale precedente sulla materia di competenza. Mentre, per l’altra parte, il lavoro, si può solo accettarla senza appello. Pena la sanzione.
Questo, senza alcun meccanismo di compensazione.
Altro aspetto non accettabile è che, nessun organo sindacale o altro momento di confronto con i lavoratori, può emendare il testo.
Qualcuno afferma che “è ora di tornare a contrattare” e lo afferma in modo tale da far capire che, chi non vuole contrattare è il sindacato (la Fiom nello specifico).
Ma quando mai, gli accordi nei quali la Fiom (e la stessa Cgil) è stata fuori, sono frutto di contrattazione vera? Sono stati unicamente aut aut aziendali o del governo, del “prendere o lasciare”, con arretramenti evidenti della condizione di lavoro e cancellazione di diritti.
Non c’è chi ha una “visione moderna” dei modelli contrattuali e chi c’è l’ha “antica e superata”. C’è chi resiste agli attacchi alla condizione lavorativa e chi cede.
(si vuole discutere dei perchè si è ceduto? Lo si faccia pure, forse ci si aiuta reciprocamente a capire, ma senza chiamare Pinco ciò che è Pallino.)
Una volta il “buon sindacato” insegnava ad esprimere opinioni con il metodo della ragion veduta. Mi si dica se, la cosiddetta “visione moderna” di sindacato (per essere chiari: alla Marcegallia-Marchionne-Bonanni-Angeletti e Sacconi) ha portato vantaggi a chi lavora. Oppure se, invece, non abbia contribuito a creare eccessi di subordinazione e di disperazione sociale, quale oggi viviamo nel lavoro dipendente. Indipendentemente che ci sia la crisi o no. Perchè non tutto questo dipende dalla crisi economica attuale. Questa tendenza all’impoverimento contrattuale si era già verificata nel recente passato. Di certo la crisi ha aggravato lo stato delle cose.
Un “buon sindacato” dovrebbe fare queste riflessioni (chiamiamola “diagnosi precoce” prima di decidere della sorte di chi rappresenta.
Attenzione compagne e compagni, la condizione lavorativa è “un bene comune” non una merce, con costante obbligatorio abbassamento di prezzo per poterla conservare. Quando sia così, non è più un diritto ma un oggetto che se lo permette solo chi se lo compra, in questi casi, con rinunce.
Sono d’accordo con chi afferma la contrarietà al confronto con metodo offensivo. E’ vero, in tal modo si elude il tema, concentrandosi sulla categoria dello spregio più incisivo.
Ma è altrettanto sbagliato da parte di chi si adagia ad ogni sorta di “destino cinico e baro” in cui si disegna una condizione regolativa (contratto) che peggiora un diritto del quale “pregresso” è già ridimensionato e al limite della sopportazione.
(c’è oggi, qualcuno che abbia il coraggio di affermare che non sia così?). Accettare questo come inevitabile, si diventa complici.
Non si dia troppo peso alle schermaglie di Marchionne contro ????? Marcegallia.
E’ legittimo il sospetto che ci sia una specie di “gioco delle parti”. Ma al momento, non anticipiamo supposizioni campate in aria.
Veniamo a quello che – secondo me – è il nodo da sciogliere.
Per me la vicenda ripropone una questione di valori e di equilibrio tra valori diversi. Vale di più respingere una regola che riduce il potere contrattuale del sindacato rispetto l’impresa? Oppure, il prezzo vale la candela per recuperare una collaborazione con Cisl e Uil (sapendo che, quest’ultima, non è ininfluente rispetto la prima). Se la ricerca unitaria, non solo nella Cgil ma con l’insieme dei lavoratori, e quella di trovare un equilibrio giusto tra questi valori, se ne viene fuori più forti.
Sarebbe opportuno valutare le influenze esercitate dalla “politica” non solo di governo, per determinare questo stato di cose. La questione è complessa e merita il giusto tempo di approfondimento, con sincera volontà di non produrre altre lacerazioni tra chi, con posizioni giuste o sbagliate (ma in buona fede), si è esercitato a dare consigli (e non solo) alla Cgil.
Tutti, alla fine, delle chiacchiere abbiamo il dovere di saldare un debito di chiarezza. Ad esempio, alla domanda. Tu, al posto di Camusso, cosa avresti fatto?
(vi passo il termine di semplificazione gratuita) avrei preso atto del risultato ottenuto al tavolo e avrei chiesto il tempo necessario per un percorso democratico con i lavoratori e, successivamente, con l’avvallo degli organi statutari.
Non sono queste le regole che riteniamo ineludibili?

Ed ora, se qualcuno di voi vorrà catalogarmi nella “categoria” degli irriducibili e conservatori, faccia pure. Non mi sentirò offeso………….Anzi.

Germano Zanzi

Antonio 2 luglio 2011 - 23:39

io non capisco perchè cose complesse si affrontano con ragionamenti da bar…

1) la prima questione e il giudizio sull’ impostazione complessiva dell’ accordo.
2) la seconda questione è il diritto di recesso da parte delle aziende da Confindustria.
la terza questione è il diritto di recesso dei lavoratori del sindacato.
IN QUESTO CONTESTO SONO DA VALUTARE I REFERENDUM SIA INTERNO A CONFINDUSTRIA SIA TRA I LAVORATORI.

3) RSA sembra tutto impostato molto bene, i COBAS giustamente sostengono che 10 giorni sono pochi ed hanno ragione !!!

4) il 5% sulla TOTALITA’ dei lavoratori per i sindacati è una percentuale troppo elevata va assolutamente modificata.

5) la questione CENTRALE è il concetto di Derogabilità, a me sembra che l’ impostazione sia tutta da analizzare .
E’ impossibile dare una valutazione ponderata in…real time !!
E molto difficile arrivare ad un interpretazione univoca ,
e potrebbe essere la magistratura chiamata a dare l’ interpretazione autentica .

un aspetto a mio avviso importante è la METODODICA di elaborazione della piattaforma che deve arrivare al confronto con azienda.

questa METODICA potrebbe essere una vera rivoluzione

Forse in questo secondo una intervista Cgil che ci dovrà essere un regolamento organizzativo o un intervento organizzativo in ambito CCNL nazionale.

Alfonso Gianni 2 luglio 2011 - 22:59

Per chi interessa riporto il comunicato odierno dell’Associazione “Lavoro e Libertà”:

L’Associazione esprime il suo profondo dissenso con l’accordo appena siglato, dato che mette in discussione in modo grave i valori e gli obiettivi che essa si è proposta di difendere e raggiungere in difesa della dignità dei lavoratori

In primo luogo colpisce l’attacco ai diritti democratici dei lavoratori: il potere votare le proprie piattaforme rivendicative e i relativi contratti, senza alcun privilegio o distinzione tra iscritti e non iscritti nei luoghi di lavoro. Vi è, infatti, lo spostamento conclusivo di tali diritti alle organizzazioni e alle loro rappresentanze secondo un principio rappresentativo maggioritario. Si tratta di due concezioni opposte della democrazia, nell’una prevale il principio di “una testa un voto”, nell’altra il peso delle rappresentanze d’organizzazione e l’alchimia delle loro possibili alleanze/convergenze.
Fa specie a tale proposito l’equiparazione progressiva, prevista dall’articolo 5, tra RSU e RSA, la prima una forma rappresentativa basata su un compromesso tra un’espressione diretta dei lavoratori, che scelgono i loro rappresentanti e una forma di delega dei sindacati, e la seconda di pura nomina da parte delle organizzazioni sindacali. Vi è una differenza riconosciuta di legittimazione a procedere, ma spetta solo alle organizzazioni decidere se si preferisce l’una o l’altra ed entrambe durano in carica tre anni.

L’associazione è nata in primo luogo per affermare un principio democratico basato sul diritto di ogni persona che lavora di esprimere comunque la propria volontà, approvando le piattaforme e i contratti, perché solo così si garantisce che gli atti fondamentali che regolano la vita dei lavoratori nell’ambito dei luoghi di lavoro siano conformi alla loro volontà.

In secondo luogo, l’accordo può rappresentare una pietra tombale sull’esistenza di contratti nazionali che rispondano a un principio di democrazia distributiva, in special modo in un paese come l’Italia caratterizzato da un numero esorbitante di piccole e piccolissime imprese. Il testo, infatti, consente delle deroghe “al fine di gestire situazioni di crisi o in presenza di investimenti significativi”, cioè quasi sempre. Se si considera tale possibilità congiuntamente a quanto disposto dagli articoli 4 e 5 su come si realizza un accordo aziendale, efficace verso tutti e vincolante per le associazioni firmatarie, non è difficile comprendere che si aprono le porte a una balcanizzazione del sistema di relazioni industriali italiano senza precedenti. Se, infatti, il principio maggioritario vale in ogni singolo luogo di lavoro, si avrà che un’azienda metalmeccanica in realtà emiliane, dove la FIOM ha largamente la maggioranza assoluta o il monopolio della rappresentanza, si muoverà con linee e richieste largamente difformi da situazioni dove la realtà della rappresentanza è opposta, a meno di non pensare che tutta l’Italia sia sempre a rischio del ricatto FIAT in base al quale o si accetta o l’impianto viene chiuso. La richiesta di intervento del governo per incentivare la contrattazione di secondo livello rende infine esplicita la volontà dei firmatari che sia questo il livello reale di regolazione del lavoro.

La disposizione, inoltre, dell’articolo 6, in sé ineccepibile e doverosa, in base alla quale la clausola di tregua vincola solo le associazioni firmatarie e non i singoli lavoratori, né tantomeno quelle non firmatarie, aggiunge ulteriore confusione. Si aprono, infatti, grazie alla combinazione con le altre norme, varchi inimmaginabili a ogni iniziativa corporativa aziendalistica; basta, infatti, per sfuggire al vincolo un comitato oppure una vera e propria strategia nazionale di organizzazioni titolate all’azione rivendicativa con il quorum del 5% e non firmatarie di contratti in quelle specifiche aziende.

Il risultato complessivo di tale impostazione, ossessivamente orientata alla deroga, quindi, è un’ulteriore deriva verso un sistema frammentato ed esposto a una pressione corporativa quasi inarrestabile. Dal punto di vista di un’associazione, che considera un valore chiave il superamento della frammentazione sociale e l’aspirazione all’eguaglianza, un tale esito appare oltre che inaccettabile desolante.
Per tali ragioni l’Associazione si impegna attraverso i suoi iscritti e i circoli territoriali a diffondere la sua valutazione, cooperando e confrontandosi con altre analoghe iniziative.

Luciano Chiodo 2 luglio 2011 - 22:50

Sono critico sui contenuti dell’accordo, ma mi limito a fare un ragionamento politico sul CONTESTO, perché Titti Di Salvo ha giustamente posto i molteplici aspetti per valutare l’accordo. Dopo i risultati elettorali per i sindaci e dei referendum abbiamo detto, mi sembra tutti, che IL VENTO E’ CAMBIATO, che il BERLUSCONISMO è in crisi e che forse siamo alla vigilia di UN CONTESTO DIVERSO.
L’isolamento della CGIL è un prodotto del CONTESTO di questi tre anni, è stato un obiettivo perseguito scientificamente da questo governo e da Sacconi, con la complicità di Bonanni e Angeletti, allora pongo una domanda: conveniva fare un Accordo che modifica la struttura della contrattazione e della rappresentanza in una fase di POSSIBILE CAMBIAMENTO DEL CONTESTO POLITICO E SOCIALE?
Dal Paese emergono tanti segnali di desiderio di cambiamento, di democrazia e di partecipazione, questo Accordo va nella direzione giusta?
Io credo di no, credo che sia un Accordo scaturito da un CONTESTO CHE STA CAMBIANDO, un’eredità, non desiderata, di rapporti di forza che forse si stanno invertendo.

Peppe Giudice 2 luglio 2011 - 22:29

ed alla fine siamo al delirio come volevasi dimostrare …. come si fa a ragionare con costoro? Meno male che in SeL vi sono persone con molto più sale in zucca. Poi lasciamo in pace OLof Palme e Brandt che erano persone serie e che certo hanno fatto molto di più per i lavoratori di quanto abbiano fatto i vari sinistri gutturali e certo molto più di Breznev e di Honeker

Marco 2 luglio 2011 - 20:14

E proprio così: la FIOM è minoranza, SEL è minoranza, discutere degli accordi sottoscritti dalla mitica CGIL è da gruppettari fancazzisti, ragionare dei rapporti tra Pd e CGIL è solo dietrologia paranoica. Il mondo è perfetto, se non altro perché è previsto che almeno per vie naturali Berlusconi lascerà questo mondo. Tutto torna. A quel punto faremo il grande partito socialista collocato nel partito del socialismo europeo. Il mondo tornerà indietro agli anni belli da Bad Godesberg in poi e noi celebreremo tutti insieme Willy Brandt, Olof palme e forse Bettino Craxi. Non si sa se nell’empireo entrerà Papandreu quello che sta somministrando al suo paese un massacro sociale in nome e per conto delle autorità monetarie centrali ( ovvero delle classi dirigenti capitalistiche europee)e per svagarsi convoca l’Internazionale socialista di cui è presidente.

Peppe Giudice 2 luglio 2011 - 19:53

ma poi veramente pensate che la Fiom da sola possa fare l’opposizione al modello neoliberale? Un sindacato con 360.000 iscritti? La IG Metall tedsesca ne ha 1.800.000. Che si possa fare questa battaglia mettendosi contro l’82% della CGIL (tanta è la maggioranza che sostiene l’attuale segreteria); contro tutte le altre cqategorie dell’industria dalla Fillea (che ha lo stesso numero dsi iscritti della Fiom) ai chimici, ai tessili? Credo che sia veramente infantile poter pensare a cambiare le cose restando in eterna minoranza. Che vi sia una dialettica interna alla CGIL è normale e fisiologico; ma che si voglia forzare questa dialettica perchè al Manifesto (gente che non ha mai capito un cazzo) aggrada è perverso. A Marchionne non piace questo accordo e lo dice espressamente. Gli sarebbe piaciuto molto di più se la Cgil restava isolata.

Peppe Giudice 2 luglio 2011 - 19:44

caro Marco con le dietrologie non si va da nessuna parte. Se partiamo dall’idea che l’accordo nasce per fare un favore al PD è chiaro che poi tutto il resto del ragionamento ne resta inficiato. Del resto la dietrologia è tipica della mentalità gruppettara degli anni 70. Potrei ribaltarla benissimo dicendo che un pezzo della Fiom vuole in realtà fare un nuovo partito “antagonista” con Rifondazione o che so. Del resto mi pare che negli anni scorsi Cramaschi spingesse chiaramente in questa direzione. Credo che la realtà sia molto più complessa di certe facili schematizzazioni …

Antonio 2 luglio 2011 - 19:43

a parte che con questo accordo la FIOM gioca le sue carte,
l’ analisi politicista che la cgil da un ‘ premio’ al PD di Bersani è roba vecchia da sindacato cinghia di trasmissione della politica !!!
magari !!!!
i sindacalisti se ne fregano del pD e purtroppo di …SEL.

potrebbe succedere che i lavoratori siano contro la RSU a maggiranza FIOM.

questa è l’ ipotesi più probabile !!

per questo COMUNQUE la richiesta di referendum deve essere portataavanti modificando l’ accordo.

per il resto mi sembra strano una discussione sulle deroghe SENZA AVER PRIMA DEFINITO CHE COSA E’ UN DEROGA.

domada se il minimo sindacale è di 756,00 per il livello X.
il contratto aziendale stabilisce un premio Fisso di Livello di 120 Euro per lo stesso livello in aumento
questa è una deroga ?

Marco 2 luglio 2011 - 19:31

L’ultima categoria che può tornarci utile è quella del benaltrismo; e poi, se c’è una tecnica dialettica logora che proprio non serve più, è quella che affoga un fatto puntuale nel “quadro complessivo”. In quanto a stanare qualcuno, io avrei seri dubbi sul fatto che si siano statate CISL e UIL. Allora perché Sacconi si è precipitato a proporre di trasformare l’accordo in legge? Accettare quest’accordo mi pare metta in mora la battaglia della FIOM e il voto di quei lavoratori coraggiosi che hanno respinto un ricatto sulla loro pelle a Pomigliano e Mirafiori denunciando la ricaduta politica e sociale del modello di relazioni industriali immaginata dall’uomo con il maglioncino blu. Che la situazione politica degli ultimi anni sia quella che sia lo sappiamo tutti. Ma è quanto meno singolare che nel momento in cui c’è la massima debolezza di Berlusconi, che ormai sta solo sopravvivendo a sé stesso, e in cui il paese con le amministrative e il referendum dimostra di volere aprire una stagione nuova sotto il segno della partecipazione, la CGIL chiuda un accordo del genere che strozza la democrazia e la partecipazione nei luoghi di lavoro. L’urgenza di firmare questo accordo pare dettata più da una preoccupazione politica immediata: diciamo che, caduto Berlusconi, quest’accordo sarebbe stato più difficile per la CGIL? Invertirei il ragionamento allora: quanto c’entra il fatto che si stia chiudendo la stagione di Berlusconi e quanto c’entrano le spinte provenienti dal Pd a rimettere in piedi il feticcio ( a questo punto quello è) dell’unità sindacale in modo da far trovare al partito di Bersani, una volta al governo, un quadro normalizzato di relazioni industriali ( anche nella CGIL, il che significa ridimensionare il ruolo della FIOM per inciso), e pazienza se quel quadro è posizionato sul terreno di Marchionne?

Antonio 2 luglio 2011 - 19:24

fa un po schiffo !!!
ma è meglio di niente !!!

ANALISI ACCORDO INTERCONFEDERALE DEL 28 Giugno 2011
( parte 1)

in Forum SEL

Antonio 2 luglio 2011 - 19:10

scusate compagni ma avete letto l’ accordo ?
evidentemente NO !!

a parte il nesso RSU Referendum ove c è un problema grande come una casa e VA MODIFICATO !!

una COMPLICATISSIMA

che cosa è una DEROGA del contratto aziendale al contratto nazionale ?

E ORA DI FINIRLA CHE QUELLI DI SINISTRA SONO SEMPRE IGNORANTI !!!!

Peppe Giudice 2 luglio 2011 - 18:55

certo che ci sono dentro SEL linguaggi diversi e ragionamenti diversi (volendo rispondere a Mario Ricci): è la normale dialettica tra chi proviene da storie diverse e culture diverse.
Qui nessuno di noi esalta questo accordo (su questo bisogna essere chiari) – ci mancherebbe altro – . E però la politica la si fa tenendo conto del contesto, dei rapporti di forza. NOn con le astrazioni. Noi veniamo da 18 anni di progressiva perdita di forza del movimento dei lavoratori vuoi per i mutamenti avvenuti dentro il capitalismo mondiale, vuoi per ragioni tutte nazionali e dovute di fatto alla assenza, durante la II Repubblica, di soggetti politici in grado di rappresentare le ragioni del lavoro e dela giustizia sociale. Poi vi sono stati i gravi error del centrosinistra (privatizzazioni selvagge che hanno provocato deindustrializzazione e quindi ridotto il potere contrattuale del sindacato nell’industria – a diferenza della Germania dove il potere contrattuale, pur indebolito dalla globalizzazione è rimasto forte – certo più forte che da noi)ed altro ancora. Il sindacato è stato costretto a navigare a vista. Un pezzo, Cisl e Uil, si sono appiattiti ed alla fine svenduti competamente, La CGIL ha fatto 8 anni di resistenza ed ha fatto bene perchè ha mantenuto vivo un punto vista aternativo. Ma se non hai un referente politico forte alla fine la resistenza non produce alcun risultato tangibile. La scelta della CGIL va inquadrata in questo contesto, che è un contesto infame. E comunque l’accordo può e deve essere criticato ma non può essere avulso dal contesto in cui si colloca. Del resto questo governo ha scintificamente perseguito l’obbiettivo di isolare il più grande sindacato italiano. Nel PD ci sono forze ostili alla CGIL (non tutto il PD ma un pezzo significativo). E comunque oggi la Cisl e la Uil iniziano ad avere difficoltà con i loro iscritti e sono stati costretti ad assumere un atteggiamento più duro verso il governo. In questo quadro la GGIL doveva assumere una iniziativa per rompere l’isolamento e stanare Cisl e Uil. Altrimenti non si fa politica sindacale. A Marchonne l’accordo non è piaciuto per davvero /non è una finta (non siamo gente da farci ingannare, Marco) , perchè impone vincoli che egli non accetta. IL loro obbiettvo era l’isolamento totale della GGIL. In SEL certo che si dive discutere di questo, ma senza che nessuno faccia il maestrino.

Dario 2 luglio 2011 - 16:07

Cara Titty: valutazione “ottimistica” la tua.
Se l’accordo è certamente frutto di un contesto che complessivamente ha influito sulla scelta,
per quanto riguarda i contenuti rispecchiano le volontà del ministro Sacconi, di Bonanni e Angeletti.
Questo accordo “storico” comporterà un cambiamento radicale del senso del sindacato, cioè decisioni di vertice e democrazia ridotta a comparsa.
L’importante è che poi non si vada nelle piazze e in televisione a pontificare sui valori della democrazia.

Marco 2 luglio 2011 - 15:37

Francamente, e lo dico a Peppe Giudice, non si può proprio dire di fronte a un accordo come questo: il problema è un altro. Si tratta di questioni dirimenti che attengono ai diritti e alla democrazia nei luoghi di lavoro. L’accordo fa un largo passo in avanti: verso le direzione dei desiderata di Marchionne ( i cui toni duri anche dopo il 208 giugno non ingannano, perché adesso vuole la legge con effetto retrattivo che copra Pomigliano, Mirafiori e Grugliasco)e fa fare alla CGIL in un gigantesco passo indietro che non può essere compensato dal feticcio dell’unità sindacale. Trovo questo articolo della Di sanvo, poi, molto discutibile nel merito e scritto in un italiano davvero (volutamente) contorto e incomprensibile ai più. Per chi l’ha capito bene invece desta preoccupazione e sconcerto questa posizione dentro SEL. Su queste questioni, evidentemente, dobbiamo discutere approfonditamente e a lungo.

Peppe Giudice 2 luglio 2011 - 15:28

“Ove non previste ed in attesa che i rinnovi definiscano la materia nel con-tratto collettivo nazionale di lavoro applicato nell’azienda, i contratti collettivi aziendali conclusi con le rappresentanze sindacali operanti in azienda d’intesa con le organizzazioni sindacali territoriali firmatarie del presente ac-cordo interconfederale, al fine di gestire situazioni di crisi o in presenza di in-vestimenti significativi per favorire lo sviluppo economico ed occupazionale dell’impresa, possono definire intese modificative con riferimento agli istituti del contratto collettivo nazionale che disciplinano la prestazione lavorativa, gli orari e l’organizzazione del lavoro.” questo è uno dei punti più controversi dell’accordo. Che da spazio a interpretazioni disparate. Ma resta sempre il riferimento al contratto collettivo nazionale che resta la fonte gerarchica a cui far riferimento e quindi permette che il sindacato nazionale possa intervenire per bloccare quelle intese aziendali che contraddicono apertamente il contratto nazionale. Ma qui non dobbiamo accapigliarci sui singoli punti. Caro Filippo, la Bertone non è un caso isolato putroppo. La Fiom in mole realtà dove è sindacato maggioritario ha firmato accordi bruttissimi . Se lo avesse fatto la Camusso il Manifesto avrebbe inscenato il pianto greco. Alla Fiat di Melfi 11 delegati della Fiom su 18 hanno contestato Landini e la sua conduzione delle trattative. E tra questi 11 delegati molti sono iscritti a SeL. Per chiarirci. Gli hanno detto: “a Melfi non vuoi trattare su singoli punti che sono trattabili e poi fai porcherie come quelle della Bertone.” Le cose sono un pò più complesse di come vengono spesso swchematicamente rappresentate. Per questo invece di stabilire se la Camusso (che non dimentichiamolo ha il sostegno dell’82% della CGIL e di tutte le altre categorie dell’industria; Edili, chimici, alimentaristi e tessili) è una traditrice o meno, cerchiamo di dare a SeL un progetto chiaro di politica economica ed industriale da poi sottoporre agli altri partiti di centrosinistra e su cui la CGIL possa far riferimento. Il resto sono cazzate.

Filippo Boatti 2 luglio 2011 - 15:03

Sbaglio o come alcuni hanno di noi hanno detto, la mitica Fiom dopo Pomigliano e Mirafiori ha fatto Bertone? La resistenza non può durare all’infinito in assenza di proposte da parte politica. Stesso discorso per quanto riguarda la Cgil e i contratti. A un certo punto la Cgil ha dovuto firmare (o ipotizzare un accordo) alla condizione meno disonorevole. Sotto questo punto di vista non c’è molto da discutere. Da qui a dire che è crollata la diga e che la Cgil è diventata sindacato padronale, ce ne passa, anzi è una solenne cazzata. Piuttosto la politica faccia delle proposte.

Maurizio Angelini 2 luglio 2011 - 14:49

Difficile sostenere che questo accordo non rappresenta un arretramento importante delle ragioni e del punto di vista fin qui sostenuti della CGIL. Perchè la CGIL,in quasi tutte le sue articolazioni categoriali non ha fin qui firmato contratti nazionali? Perchè quasi sempre: 1) CISL e UIL non volevano sottoporre i punti controversi dell’ipotesi di accordo al voto sovrano dei lavoratori; 2) CISL e UIL erano per contratti nazionali che consentissero le deroghe, e in questo accordo interconfederale si possono fare deroghe al ccnl anche se esso non le prevede e non le consente. Infine, come tutti sanno,quasi tutte le deroghe aziendali che conosciamo sono state peggiorative: lavorare di più e guadagnare lo stesso, o meno( per esempio per i nuovi assunti). Alcuni compagni dicono che non si può caricare un accordo sindacale di responsabilità politiche eccessive; a me pare che CISL UIL Confindustria Governo lo stiano proprio caricando di nuovi significati politici. Infine fa parte o no di un quadro politico in movimento, di una riscoperta della democrazia, il fatto, che contro tutte le manovre, 27 milioni di cittadini vadano a votare appassionatamente ai referndum? e per voi il fatto che alcuni milioni di lavoratori possano votare su acqua, nucleare, legittimo impedimento, ma non sulla loro vita lavorativa ha o no un significato politico? Quando ero molto giovane- diciamo primi anni 60- ci si batteva perchè la Costituzione entrasse nelle fabbriche… infatti!

Ivan 2 luglio 2011 - 12:38

Cara Titty,
gli accordi non si interpretano, si applicano. Non sono strumentalizzazioni quelle di Sacconi, di Tremonti ,o quelle che vengono indicate nel comunicato di CISL sull’accordo…sono la lettura di quanto scritto, non di quanto loro interpretano.
L’accordo non esclude nè accordi separati nè deroghe ai CCNL.
Inoltre, altro appunto: se si dovevano definire solo le regole su rappresentanza e democrazia, cosa c’entra il resto ? e stando alle regole l’accordo non produce un salto di qualità rispetto alla situazione attuale (l’articolo 1 sulla certificazione che prevede mix iscritti/voti alle RSU)è vanificato dai punti successivi che confermano le RSA (nominate e non elette)e che quindi non estendono la RSU (dove si è d’accordo si fa, dove non si è d’accordo si mantengono le RSA…esattamente come oggi). Inoltre, a me pare, definita la rappresentanza in questo modo…non c’è nulla sulla democrazia. Anzi, a ben vedere, la CGIL per poter far votare i lavoratori, a questo punto, opterà per le RSA (visto che per le RSU non è prevista nemmeno la consultazione con i lavoratori ma le scelte sono “delegate” alla maggioranza della RSU).

Peppe Giudice 2 luglio 2011 - 12:23

la compagna Di Salvo scrive testualmente “Così come più in generale il punto non è commentare se era meglio per i lavoratori e il paese l’isolamento della Cgil o la ripresa del dialogo unitario ,ma come riuscire e come riusciremo ad offrire alla parti sociali politiche pubbliche di sviluppo sostenibile (politiche industriali,energetiche,ricerca e innovazione,fiscali redistributive)come terreno sul quale fondare la contrattazione di qualità.” Insomma questo è il terreno su cui una forza come SeL: quello di una nuova politica economica quale base per il futuro centrosinistra.

Peppe Giudice 2 luglio 2011 - 11:50

qui nessuno di noi è entusiasta di un accordo (ma forze che la Fiom alla Bertone non ha detto ai lavoratori di votare sì ad un accordo pessimo?)che avviene fra l’altro in un momento in cui i rapporti di forza (anche per ragioni internazionali) non sono certo favorevoli al lavoro. La CGIL ha fatto una opera encomiabile di resistenza, ma nell’isolamento e con l’assenza di una sinistra forte (la nascita del PD è stata anche questo) non ha avuto un referente politico. Comunque nell’accordo si stabilisce che la fonte gerarchica primaria è il contratto collettivo nazionale, E questo è n punto chiaro. SE la CGIL non avesse firmato l’accordo avrebbero continuato a firmare accordi seaparati in cui il contratto collettivo nazionale sarebbe stato letteralmente stracciato, senza accertare la base delle iscizioni sindacali. Si sarebbe potuto continuare la resistenza (che poi finisce cme alla Bertone), fatto nobilissimo ma che ai lavoratori porta risultati certo peggiori di quelli che si avrebbero con questo accordo (che certo non è esaltante). Un sindacato ha un ruolo diverso da un partito ed ha una funzione necessariamente più pragmatica perchè poi qualche risultato sia pur minimo a casa lo devi portare. CRedo che SeL piuttosto che impelagarsi nelle dispute interne alla CGIL dovrebbe impegnarsi a costruire una propsta forte di politica economica e passare dal “racconto” al progetto. Poi è giusto che ognuno abbia le sue idee sulla dilaettica interna alla Cgil che comunque è un fatto positivo se non degenera nel linguaggio dei tradimenti o paratradimenti. Comunque chi come me viene da SD farà di tutto per ipedire che SeL si appiattisca sulle posizioni di Ferrero odel Manifesto.

Mario Ricci 2 luglio 2011 - 11:28

Questa volta è toccato a Titti l’ingrato compito di parlare il politichese su temi certamente complessi ma allo stesso tempo facilmente dominabili se consegnati alle decisioni dei protagnosti veri: I Lavoratori in carne ed ossa.
Meglio sarebbe stato averlo fatto prima e durante il percorso della trattativa e comunque non è mai troppo tardi! La democrazia di mandato è stato da molti anni a questa parte il nocciolo duro delle questioni che hanno accompagnato nelle alterne vicende il processo unitario del mondo del lavoro.
Un principio irrinunciabile al quale la stessa CGIL ha informato la sua azione e le sue pratiche di governo delle relazioni industriali. Non credo che oggi il contesto in cui si muove la stessa trattativa possa consigliare una modofica di impostazione. Anzi! Siamo appena stati “baciati” dal vento del cambiamento, non sciu
piamolo al primo banco di prova. La discussione di merito deve tener fermo un fondamentale obbiettivo: il consolidamento e il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro di milioni di uomini e di donne insieme alla ricostruzione di assetti sociali e di modello di sviluppo per uscire dalla drammatica crisi sistemica in cui si è attorcigliata la globalizzazione capitalistica.Non mi pare che l’Accordo vada in questa precisa direzione. “Tregua, Adatabilità” non sono affermazioni di scarso rilievo, rappresentano “modi e tempi di vita” di milioni di uomini e di donne, che influenzeranno per lunghi periodi l’esistenza di milioni di uomini e di donne e che peseranno certamente sugli assetti sociali e democraici dell’intera società. La lunga memoria della storia sociale del nostro paese non ci può deviare dal ricordo di tanti fatti che hanno segnato negativamente il movimento dei lavoratori, a partire dallo stesso Accordo del 93. Perciò, e a maggior ragione, tocca anche a SEL misurarsi su queste grandi questioni, in uno spirito di reciproco riconoscimento delle rispettive autonomie col Sindacato. Non deve sorprendere il fatto che anche fra di noi allineano linguaggi e postazioni differenti. Ciò richiede a maggior ragione una intensa discussione nell’intento di misurare e di validare anche per questa via il progetto di società che ha segnato il nostro primo Congresso di Firenze. Nascondersi sarebbe una tragedia; non faremmo né il bene di Sel, né tantomeno quello dei lavoratori che è quello a noi più caro.

Gigliotti 2 luglio 2011 - 11:08

Non mi va di essere condiderato tifoso perchè condivido le posizioni della Fiom e di Landini , purtroppo tutti gli accordi unitari a livello sindacale sono stati raggiunti con mediazioni a ribasso.Su alcuni accordi non si torna indietro anzi si aprono le porte a scelte peggiori per i lavoratori e la democrazia.Non mi convince la posizione di Titti Di Salvo ma puo essere la base per una discussione in SEL sul Sindacato, oggi quello che mi interessa e se il nostro partito si schiera apertamente per chiedere alla CGIL la convocazione di una consultazione dei lavoratori per dire SI o NO all’accordo firmato con CISL-UIL e Confindustria.

Zannotti Fabrizio 2 luglio 2011 - 10:41

A chi critica: Ma l’avete letto a modo? sapete cos’è una ipotesi di accordo?

leggete l’art 12 dell’accordo fiom fim uilm sulle rsu del 1995 e poi commentatelo.

Mirko Lombardi 2 luglio 2011 - 09:35

L’analisi di Titty è una fotografia della situazione.Può anche essere ben a fuoco, ma sempre fotografia è. Nella fotografia ci sono gli altri. Non noi. Noi che facciamo? Che diciamo? Cosa proponiamo? Prendiamo parte oppure continuiamo ad osservare e a commentare? Qui sta la differenza fra il ruolo dirigente ed il fotografo, ruolo dirigente di una forza politica che tenta di agire, di riaprire una partita…. sennò siamo commentatori politici…e ce n’è già abbastanza, come di commissari tecnici della Nazionale.
Il merito è quello che decide dove stai politicamente e cosa fai, non il commento. E allora ribadisco che sul tema della democrazia l’accordo fa schifo nel merito. Sanziona, certo , i rapporti di forza sfavorevoli che si sono costruiti in questi anni contro il lavoro e la sua rappresentanza.
Non è tifo quello di guardare con interesse all Fiom perchè lì è innegabile che ci sia stata il massimo di resistenza di merito e non ideologica. Siamo almeno in grado di dire che comunque dovranno decidere i lavoratori con il referendum, con il loro voto se questo accordo lo condividono o no? O anche questo non si può dire perchè bisogna rispettare l’autonomia del sindacato standosene zitti?

Giuliano Garavini 2 luglio 2011 - 09:31

Questo è un articolo scritto in sindacalese. Nessuno lo capirebbe al di fuori delle stanze della poltica e dei sindacati.
Non è un buon punto di partenza per la posizione di SEL e nella sostanza difende il pessimo accordo siglato.

Filippo Boatti 2 luglio 2011 - 04:03

E sai perché lo dico Maurizio? Non perché ho paura di urtare equilibri delicati, ma perché mi va che Sel faccia il suo mestiere e non il mestiere altrui… nelle questioni sindacali bisogna entrarci con lo spirito giusto e non con le sciabolate e le rese dei conti. Non interessa a nessuno, specie a tutte quelle persone che si aspettano da Sel un impegno concreto per creare lavoro. A Mirafiori era chiara la boria padronale. Qui no, è un compromesso che può essere giusto o sbagliato ma che nel mondo del lavoro non vedranno tutti allo stesso modo.

Filippo Boatti 2 luglio 2011 - 03:57

Maurizio sarà come dici te, ma per ora questa discussione non è uscita dall’ambito degli addetti ai lavori e stavolta Landini non ha fatto proprio niente per farsi capire… è apparso come uno che colpisce la confederazione a pallettoni per partito preso. Non diciamo che è sempre solo colpa dei media, di Sacconi, di Berlusconi, ecc., per favore… se quanto è successo è grave nessuno nel popolo della sinistra (in specie fra i giovani che di contratti non ne hanno) lo ha capito, poi se c’è una critica alla confederazione ci deve essere almeno lo sforzo di inquadrare il contesto. Uno può avere tutte le ragioni del mondo ma bisogna smetterla a sinistra di pensare che discussioni come queste siano sempre una resa dei conti fra pochi. Sel entri pure nel merito, ma con lo spirito giusto, c’è gente che vuol sentire dire: Camusso ha torto e Landini ha ragione. Bella forza, il problema è che fuori da un cerchio ristrettissimo di addetti ai lavori non importa a nessuno, alla gente importano i risultati.

Maurizio Angelini 2 luglio 2011 - 03:27

L’ accordo prevede che gli accordi siglati a livello aziendale da rsu e sindacati territoriali siano sottoposti alla discussione e al voto dei medesimi. I lavoratori non hanno diritto di voto. Va bene così? a me no.

Lo stesso accordo prevede che si possano stipulare accordi aziendali i quali su organizzazione e modulazione degli orari prevedano soluzioni diverse da quelle previste dai contratti nazionali ( cosiddette deroghe) anche se i contratti nazionali non prevedono la possibilità di deroga,o , se la prevedono, anche su materie diverse o aggiuntive rispetto a quelle ” autorizzate”. Conoscete- di quelle effettivamente fin qui attuate- qualche deroga aziendale migliorativa rispetto a quanto previsto dal contratto nazionale? Io no.
Sono perchè SEL esprima un giudizio preciso, impegnando i suoi militanti e, alla fine, il suo gruppo dirigente. Tecnicamente non è difficile, politicamente è necessario.

Filippo Boatti 2 luglio 2011 - 02:31

Io sono un ignorante della questione “contratto nazionale e dissidio tra Fiom e Cgil”. Scolaro e non cattedratico. Come il 97,95% degli italiani, suppongo. Siccome non possiamo rivolgerci alla quantità X=(100-97,95)%=2,05% di italiani esperti in materia (approssimato per eccesso) ma a tutti gli italiani (avevamo detto che Sel era questo) mi pongo nella posizione dell’ignorante che non vuole essere indottrinato ma che vuole capire un problema. Il partito Sel aiuti anzitutto chi vuole capirne qualcosa di più, ad apprendere, con un confronto sano e salutare fra posizioni diverse pur nel quadro dei medesimi valori “laburisti”. Non mi sembra difficile da capire. Alla fine di un confronto si prende una posizione ragionevole… se si parte dalle posizioni ideologiche e precostituite di fronte a una questione complessa (che non è di immediata comprensione allo scolaro come quella di Pomigliano o di Mirafiori) non andiamo lontano. E rimane il fatto che il nostro primo compito è avere un’idea chiara di politica economica e di come la vogliamo finanziare, senza perderci troppo nelle diatribe giuslavoriste, pure importanti e da non sottovalutare.

Peppe Giudice 2 luglio 2011 - 02:19

caro Filippo con certi sinistri non si va da nessuna parte. Questo è il frutto avvelenato di un certo antagonismo da strapazzo che non sa separare la politica dalla propaganda,fa ridere la storia che l’accordo elimina il diritto di sciopero. Diceva Ruffolo che a certi “sinistri” non importa nulla combattere per la giustizia ed il lavoro ma solo denunziare i presunti “tradimenti” dei compagni. E così si inventano le storielle dietrologiche sulla Camusso che vuole liquidare la Fiom o su alri scenari. Se questo è il livello della discussione è inutile proseguire. Il vecchio Pietro Nenni aveva visto bene quando diceva che a “sinistra c’è sempre un puro più puro che ti epura”. Ricordo quando il povero compagno Luciano Lama veniva definito “fascista” nonchè “ultracompatibilista” da un gruppo di coglioni dell’Autonomia Operaia.
Comunque hai ragione, Filippo, ad affermare che il problema è quello di una diversa impostazione di politica economica ed aggiungo io di una grande iniziativa europea dei sindacati contro la l’impostazione monetraista e neoliberale della BCE e Della Commisione Europea. Fino a prevdere una giornata di sciopero europeo. Perchè è in quella sede che si afrontano i problemi. SE nel 2007 il valore degli attivi finanziari era quattro volte il valore del Pil , significa che la produzione di plusvalore è quattro volte superiore nella finanza che nella produzuone di beni e servizi. A questo capitalismo Creamschi non gli fa neanche il sollettico. E’ molto più importante la battaglia che sta feacendo la CGIL per la distribuzione della ricchezza (tassa sulla ricchezza, patrimoni e rendite finanziarie.

Scinteia 2 luglio 2011 - 02:07

Dunque… Filippo Boatti… ma si, è quello che ha detto che “la questione tra FIOM e CGIL non importa a nessuno”.
Se scendesse dal suo piedistallo, forse il signor Boatti capirebbe che questo accordo cambia la vita di milioni di persone che poi, senza vergognarsene, ne parlano anche al bar.
Alla sinistra elitaria del signor Boatti, preferisco la sinistra pettegola.

Filippo Boatti 2 luglio 2011 - 01:38

L’idea che la Camusso voglia emarginare la Fiom è una solenne sciocchezza… ma vogliamo discutere o fare il bar sport della sinistra pettegola?

Scinteia 2 luglio 2011 - 01:35

E’ evidente che Titti Di Salvo non prende posizione sull’accordo firmato dalla Camusso e sullo scontro con la FIOM.
Non è la prima volta che dirigenti di SEL fanno capriole dialettiche su questioni che meriterebbero più chiarezza, come per esempio anche sul caso della guerra in Libia.
la Camusso vuole emarginare la FIOM, che oggi, pur tra mille contraddizioni, è l’unico punto di riferimento di massa nella battaglia contro il neo-liberismo.
Di fronte ad uno scontro di questo genere, non prendere posizione significa confondere il realismo con l’opportunismo.
E se questo poi questo atteggiamento deriva dalla volontà di non indispettire l’azionista di maggioranza del centrosinistra, cioè il Pd, credo che stiamo messi proprio male.
Serve un pò più di chiarezza, compagni, se no una sinistra forte non rinascerà mai.

Peppe Giudice 2 luglio 2011 - 01:31

molti usano le astrazioni indeterminate che usavano i gruppuscoli degli ani 70 (ma non quelli seri come il Pdup di Foa o il Manifesro di Pintor) per cui si mettono osnieme tante cose. Io non sono un “compatibilista” (poi qualcuno dovrebbe spiegare bene cosa significa) ed ho sostenuto sempre la CGIL. E ho vissuto gli anni 70 (sia pur da adolescente – nella prima metà) tanto da avere imparato che fu l’unità sindacale, raggiunta alla fine degli anni 60, che determinò la grande forza del movimento sindacale e le grandi conquiste di quegli anni. Certo erano tempi diversi, diversi erano i rapporti di forza, diversi erano la Uil e la Cisl (con Carniti e Benvenuto). In questi anni la CGIL ha generosamente fatto una battaglia solitaria ed ha fatto bene. Ma doveva pur reagire all’isolamento tanto più che il rapporto di Cisl e Uil con il governo si sta incrinando. Come già detto (e come ha ben spiegato la Di Salvo) l’accordo è un compromesso (e quindi contiene cose che non mi piacciono – come il mancato ricorso al referendum tra i lavoratori e non solo tra le Rsu) ma non è nè una resa nè un tradimento come ha detto l’improbabile Cremaschi ed i funeral.comunisti del Manifesto. Dosiamo bene òe parole perchè sono pietre. Sul contratto nazionale si dicono sciocchezze. L’accordo prevede che il contratto nazionale è fonte gerarchica e le deroghe su base aziendale devono essere esplicitamente previste nei contenuti e nelle procedure dai contratti nazionali. Le deroghe quindi non possono essere fatte in modo arbitrario (insomma alla Marchionne). E non portiamo in Casa SeL la dilaettica interna alla CGIL. A parte il fatto che forzare questa dialettica al di là di certi limiti è irresponsabile.

Piero 2 luglio 2011 - 01:11

Ho passato una vita lavorativa nella FIOM.Non ricordo che la
CGIL abbia mai firmato un accordo così negativo dove addirittura
viene “sospeso” il diritto di sciopero.
Non mi sembra che questo accordo,firmato anche dalla CGIL,sia
molto diverso da quello che firmarono gli altri sindacati mesi
orsono e che sembrava ricalcato quasi parola per parola da quello fatto da Mussolini con la Confindustria nel 1925 a palazzo Vidoni e che cancellò la democrazia in fabbrica.
Hanno esultato tutti:Marcegaglia,Sacconi,Tremonti,Federmeccanica
ecc. dicendo che è grandemente innovativo.
Marchionne esulta a metà perchè è chiaro che a lui tocca far la parte del cattivo.Ma cosa volete,che esultasse pure Totò Riina.
E che c’entra Cremaschi.A me non mi è mai piaciuto ma non gli voglio togliere la parola, o nell’accordo
c’è anche scritto che lui non deve parlare.
Io spero,come dice Landini,che per un’ultima volta i lavoratori
possano parlare e respingere questo accordo che cancella la CGIL
dalla lista dei sindacati e la mette come CISL e UIL nella lista
delle associazioni collaterali di confindustria.

Filippo Boatti 2 luglio 2011 - 01:07

Anche perché la battaglia di Mirafiori quante volte la può fare la Fiom? una, due volte al massimo ma poi deve cedere se la politica non si inventa qualcosa di utile. Discutiamo di cosa possiamo fare di utile, è veramente ozioso e da sinistra perdente giocare al piccolo giuslavorista, non perché non sia importante il diritto del lavoro ma perché non è esattamente il nostro compito.

Filippo Boatti 2 luglio 2011 - 00:59

Per semplificare: quello che ci chiede la gente è di creare lavoro, innovazione e politiche industriali attraverso le leve politiche e istituzionali di cui disponiamo, poche o tante che siano… non di prendere posizione fra Fiom e Cgil… certo anche questo dibattito ha una sua importanza, ma fuori di qui non importa a nessuno, spero sia chiaro…

Filippo Boatti 2 luglio 2011 - 00:55

Caro Andrea S, la maggior parte di noi (facciamo il 95%?) anzitutto non lo conosce bene questo accordo. Ci sono questioni tecniche che non sono di immediata comprensione come nel caso di Pomigliano o Mirafiori… Quindi prima di “prendere una posizione” magari un partito serio e moderno ne discute, non ti pare? Io prefereri che Sel, comunque, anziché discettare sul giuslavorismo, che è un dibattito molto teorico, discettasse di che tipo di politica economica avere. Questo è molto più importante, le questioni sindacali come questa sono delicate e complesse e non ne esce bene Sel se ci va giù con l’accetta.

Andrea S 2 luglio 2011 - 00:37

Certo che non si tratta di “portare in Sel, pari pari, il dissenso GGIL-FIOM” e meno che mai di lavorare per una scissione in CGIL. Si tratta di esprimere un giudizio politico chiaro, caro Peppe e caro Filippo. Un giudizio netto, senza abiure e accuse di apostasia, ma questo è un “accordo” brutto e in palese contraddizione con le posizioni sulle cui basi si è convocato uno sciopero generale solo pochi giorni fa e in conflitto con le tendenze e le volontà che, fra mille contraddizioni, si sono espresse nell’elettorato da qualche mese a questa parte.
Prima si afferma come la pensiamo, trattandosi di temi, come Titti stessa riconosce, eminentemente politici, poi, ovviamente, si giunge a un compromesso, frutto dei rapporti dei forza che saremo riusciti a costruire.
Avete ragione! Poteva pretendere la CGIL, dalla posizione di isolamento coatto in cui è stata cacciata, di ottenere molto di più?
No! La CGIL, da sola, ha fatto fin troppo ma appunto da sola, senza sponda politica. Noi dobbiamo esprimere quella sponda che possa rafforzarla nella sua battaglia, altrimenti….che ci stiamo a fare???
Forse non ricorderete di aver mai visto neppure il mio nome, tanto poco intervengo, ma vengo sempre a leggere i commenti e le opinioni vostre e degli altri compagni e senza alcuna pretesa di obiettività o terzietà, vi assicuro che se un compagno “di fede e di cuore” come Alfonsodt “militante Sel” dice quello che dice, significa che non è adesso il tempo dei pensieri apparentemente complessi che finiscono per non essere altro che un diverso modo di declinare il “Verbo delle Compatibilità”, tanto più se si citano compagni del calibro di Santi, Foa e Brodoloni per “criminalizzare” un compagno come Cremaschi, le cui posizioni manco io condivido, ma che non è né un terrorista né un cattivo maestro di “calogeriana” memoria………oppure volete ridurre anche la CGIL a quel luogo esanime ed esangue che è divenuto il Pd?

Filippo Boatti 2 luglio 2011 - 00:36

Quando un compagno o una compagna esprimono un ragionamento, non gli si può rispondere con “pazzesco”. Si può dissentire o meno ma stiamo sempre sul merito, “pazzesco” lo dice Peppe Grillo.

Paolo Fulceri 2 luglio 2011 - 00:09

concordo con Alfonso Gianni; SEL deve prendere una posizione chiara su questo accordo perchè nel merito è un passo indietro per i lavoratori che la CGIL rappresenta. Non c’è da fare il Partito di nessuno, ma credo che Landini abbia dimostrato in questi ultimi mesi di non voler fare un sindacato conservatore e ideologico ma che si pone il problema di difendere le conquiste ed i diritti dei lavoratori messi sotto attacco concentrico da più parti.

Francesco Tanzarella 2 luglio 2011 - 00:01

Pazzesco. Dopo due anni di lotte per difendere il contratto nazionale di lavoro. Dopo la rabbia operaia di Pomigliano e Mirafiori, dopo uno sciopero nazionale della CGIL, Titti Di Salvo non trova di meglio che scrivere quello che Ponzio Pilato non ebbe coraggio di scrivere un pò di anni fa?

Filippo Boatti 1 luglio 2011 - 22:53

D’accordo con Titti Di Salvo e Peppe Giudice. Non ha senso portare nel partito la dialettica Fiom-Cgil, bisogna approfondire prima di definire una posizione. Io penso che questa volta sia la Camusso sia Landini abbiano le loro ragioni e non le vedo incomponibili.

Peppe Giudice 1 luglio 2011 - 22:43

quella della compagna Di Salvo è una realistica e seria analisi degli elementi di contesto e del merito. Una analisi che condivido. Credo che non giovi certo ai lavoratori l’isolamento della CGIL che è stato scientificamente perseguito dal governo di centrodestra. E certo poi in un compromesso (qual’è l’accordo) c’è sempre qualcosa che non può essere condiviso (e che non condivido neanche io). Sarebbe comunque politicamente irresponsabile se qualcuno pensasse di portare in SeL pari pari il dissenso GGIL-FIOM. Chi lo farà si assumerà gravi responsabilità. Non è il momento di fare i tifosi. Io ed altri abbiamo sostenuto con convinzione le posizioni della FIOM (MIrafiori e Pomigliano) perchè era giusto sostenerle. Ma questo non può condurci al comitato dei tifosi. Del resto uno come Cremaschi è una tragedia per i lavoratori. Perchè è uno che pensa di fare della Fiom il nucleo del nuovo partito antagonista magari con Toni Negri. Sai che bellezza! Poi le dietrologie lasciamole al “Manifesto” (che non ne azzecca mai una). La CGIL è una cosa seria. E’ stato il sindacato di Di Vittorio, Fernando Santi, Lama, Foa, Brodolini e Trentin: ben altra roba rispetto a Cremaschi.

Alfonsodt 1 luglio 2011 - 22:40

cara TITTI,cari tutti,la CGIL nella persona della sua segretaria ha trovato la quadratura del cerchio,per un accordo unitario sulla nuova rappresentanza e rappresentativita del mondo del lavoro,come giustamente TU scrivi il tutto va letto nel momento storico da cui essa scaturisce,i rapporti di forza in campo e soprattutto il percorso per arrivare a tale risultato,non conosco nel merito l’accordo,ma una cosa mi salta all’occhio che questo accordo ha scontentato marchionne da una parte e LANDINI dall’altra,come si suol dire con una fava ha preso due piccioni,non entro nel merito ma una riflessione va fatta,era proprio il caso di firmare adesso questo accordo?visto i rapporti di forza in campo? e se è si la risposta, qualcuno mi puo spiegare il perchè?con LANDINI o con la CGIL,io vorrei stare con i lavoratori e capire insieme a loro quale sia il male minore,come? con un referendum,solo cosi il mondo del lavoro potrà decidere con quale e quali attori proseguire la partita,la democrazia è una bella cosa,ma la stessa secondo me non va utilizzata a corrente alternata,tutti hanno le proprie ragioni i favorevoli e i contrari,tutti le debbono spiegare,ma alla fine tutti i lavoratori e le lavoratrici sui luoghi di lavoro e non hanno il diritto di decidere del proprio futuro.-basta staccare assegni in bianco che poi qualcun altro riempirà e la storia aime per noi lavoratori ci ha insegnato a nostre spese che in questo ultimo ventennio abbiamo sempre giocato a perdere,e chi ha riempito i vari assegni li ha riempiti sempre a debito e mai a credito.-qualcuno ha spostato la manovra di 47miliardi di euro tra due anni chi sa perchè.- personalmente sono stufo di salvare le tasche degli altri è dal 92-93 che salviamo tasche che non sono le nostre,ci tocca quasi una medaglia al valor economico e sociale,ebbene adesso sono stufo come lavoratore di essre preso per il ………..!-un saluto di sinistra a tutti alfonso di tullio mil/te SEL.–ps. è giusto che il gruppo dirigente di SEL dica la sua su questa partita,visto il coinvolgimento totale del mondo del lavoro.

Rino Ziccardi 1 luglio 2011 - 22:40

L’accordo va inserito in un quadro di insieme agli accordi che, non firmati dalla CGIL, hanno firmato, nei due anni precedenti, il duo Bonanni- Angeletti e va ricondotto anche al dibattito che si è sviluppato con gli accordi di Pomigliano di Torino e successivi referendum. Esso da corpo e sostanza all’idea politica e alla voglia del centro-sinistra di mostrarsi più serio e più dotato di mezzi nella gestione delle politiche di riduzione del debito pubblico imposte dalla Unione Europea, di quanto abbia fatto il governo Berlusconi che, anzi, ha innalzato il debito pubblico fino al 120%. L’accordo farà trovare davanti a fatti compiuti in tema di crescita, competitività, produttività, occupazione e retribuzioni,la compagine che si installerà a Palazzo Chigi al posto di Berlusconi e Tremonti, dati oramai in declino.
Dicono alcuni giuslavoristi, che tale accordo, come alcuni di quelli che lo hanno preceduto, compie una operazione giuridica e politica di enorme portata spostando la soggettività contrattuale dalle mani dei lavoratori rappresentati dalle categorie, ai sindacati confederali, riducendo il ruolo che essi avevano svolto fino ad oggi dentro le vertenze di lavoro e dentro la contrattazione di settore. Le norme derivanti da questo accordo confederale, inserite dentro il testo con effetto vincolante, portano le clausole di tregua sindacale a rendere esigibili gli impegni presi non già dalle categorie ma dalle stesse confederazioni CGIL CISL UIL, per cui, dal momento dell’entrata in vigore, se alcune categorie (es. cisl scuola uil scuola) firmano un accordo senza la FLC CGIL, la FLC non potrà scioperare perché per la categoria si è impegnata la sua confederazione, e non lo potrà fare, neanche se i lavoratori che ad essa si richiamano lo volessero fare. Ovviamente questo diniego aprirebbe una immensa opportunità di rafforzamento dei sindacati di base che, come si sa, gli accordi non li firmano e non sono tenuti a rispettare quelli degli altri. Come dicevo in un post precedente, tutto il gruppo dirigente del PD (e della maggioranza della CGIL ad esso affiliato) è impegnato con Confindustria e con i superpoteri europei a realizzare il disegno che ha trovato oggi un suo momento importante nell’accordo stipulato.
In sostanza si realizza con una triangolazione Confindustria-sindacati-governo, la base per evitare il default come in Grecia, Portogallo e Spagna, senza che le classi dirigenti, che in questi anni si sono stra-arricchiti, ne paghino dazio: quarantasette miliardi di tagli pagati per la quasi totalità dai redditi di lavoro e di pensione e consegnando al padronato industriale tutti gli strumenti giuslavoristici e contrattuali per una gestione totalitaria delle aziende. Il PD è diventato sordo, alle migliaia di proteste dei precari, della scuola, degli operai, delle donne, del vento che si è alzato con i referendum e tira avanti per la sua strada che è la stessa del governo di centro-destra europeo.
La contrarietà all’accordo è venuta dalla FIOM e da Landini a cui il direttivo dei metalmeccanici ha dato mandato di votare no all’accordo al prossimo direttivo confederale. Obiezione scontata e coraggiosa della FIOM poiché la conduce ancor di più in un isolamento isolamento politico dentro la CGIL. La dirigenza nazionale deve assumere una posizione su questo accordo, rispondendo ad irrinunziabili dei lavoratori italiani, a cui abbiamo anche proposto, nell’ultimo documento dell’assemblea nazionale, di offrire un impegno di tutto il partito per l’abolizione della legge 30, legge che è stato il seme di questa mala pianta che chiede flessibilità, aziendalismo senza regole, taglio allo stato sociale e ai diritti sociali.

Gianca 1 luglio 2011 - 22:33

E’ la solita politica della C.G.I.L. da Cofferati in poi. Il solito PASSO di GAMBERO!!! E noi a scioperare, partecipare alle manifestazioni, riunirci in assemblee, pensando che qualcosa in quel sindacato di funzionari era cambiato o stava cambiando!!! Questa volta poi avevano giurato e spergiurato a tutti i livelli della confederazione che “..mai più con CISL e UIL..”. E invece come è andata a finire lo abbiamo visto tutti!!! NIHIL SUB SOLE NOVI

Rino Ziccardi 1 luglio 2011 - 20:57

Se è soddisfatto Sacconi, mi dite perché lo dovrebbero essere gli iscritti, i lavoratori tutti e quelli della FIOM: “Tuttavia l’intesa tra Confindustria e sindacati, pur non avendo efficacia retroattiva, produce un’oggettiva e sostanziale sanatoria politico-sindacale dei contratti di Pomigliano e Miraffori che domani mattina, con le nuove regole, sarebbero comunque possibili e non richiederebbero nemmeno il referendum, che pure hanno svolto, perché approvati dalla maggioranza delle Rsu. Se si guarda alla sostanza più che alla forma, il permanere di un conflitto giudiziario e sindacale sarebbe assurdo»

Rino Ziccardi 1 luglio 2011 - 20:36

Sul merito dell’accordo mi riservo di intervenire quando avrò modo di leggerlo per intero. Ma mi sembra che la firma di una accordo di questa portata dopo anni di divisione con CISL e UIL con contenuti così importante per il mondo del lavoro, nello stesso momento temporale in cui il governo si appresta a varare una finanziaria di rientro per 47 miliardi di euro, possa essere interpretata oggettivamente come una condivisione, anche della CGIL, al modello di sviluppo e crescita che persegue questo governo oggi e quello che verrà. E’ vero che è un accordo confederale su materie contrattuali, ma Camusso e la CGIL, cosa hanno portato a casa di una piattaforma presentata in 14 punti per lo sciopero del 5 maggio scorso? Perché dopo aver fatto quello sciopero si arriva, nel giro di un paio di mesi, ad un accordo che è anche contro la FIOM. Ho la netta sensazione che questo è un accordo fatto oggi con questo governo per servire domani un’altro premier.

Perus 1 luglio 2011 - 20:29

il problema vero è che l’attuale gruppo dirigente della Fiom ha intenzione di fare un nuovo partito antagonista (vista la sfessataggine di Ferrero. Ora tutti noi abbiamo sostenuto la Fiom su Mirafiori e Pomigliano ma questo non significa che la Fiom ha sempre ragione. Condivido quello che dice la compagna di Salvo. C’era anche l’esigenza di far uscire la Cgil dall’isolamento e di stanare Cisl e Uil (che comunque sono costrette oggo ad assumere un atteggiamento più duro verso il governo. La CGIL ha generosamente fatto diversi scioperi generali da sola. Ma un sindacato non fa solo scioperi generali: poi ai lavoratori deve portare qualcosa di concreto. In una fase in cui i rapporti di forza e non solo sul piano nazionale non sono certo favorevoli al lavoro. Nessuno si sogni di riportare in SeL il dissenso GCIL-Fiom . SE qualcuno vuole fare di SeL la sucursale di Cremaschi si tolga questa idea dalla testa

Giuseppe D. 1 luglio 2011 - 20:12

Senza offesa per la compagna Di Salvo, ma quest’articolo fa trasparire solo una cosa: le possibili divisioni interne a SEL sulla valutazione dell’accordo CGIL-CISL-UIL-Confindustria.
Non si tratta di dare voti, cara compagna,si tratta di esprimere una posizione politica seria.Dall’articolo,ripeto,tutto si può cogliere tranne una valutazione di merito, politica di SEL.
Bene ha fatto il compagno Gianni a chiedere agli organismi di SEL di prendere una posizione. Sulle questioni strategiche non si può tergiversare!

Enrichetta 1 luglio 2011 - 19:55

Concordo con Alfonso Gianni, tra l’altro credo che a questo punto sia anche inutile il refrendum tra le lavoratrici ed i lavoratori visto che la cgil ha scelto e firmato ed ha fatto un azione politica che ne aprirà altre come sottolineato, il referendum è uno strumento di democrazia che io ritengo validissimo ma in questo caso sarebbe un fantoccio.
Comunque anche in sel emergono due posizioni su quest’accordo,(visto anche l’articolo e viste le posizioni del pse per “combattere” la crisi) che sono due posizioni diverse anche in Europa (nelle due componenti delle sinistre europee pse e sinistra unitaria appunto), sarà un qualcosa con cui dovremo fare i conti, avremmo già dovuto iniziare a farli visto anche, e soprattutto, il quadro di crisi in cui versa la globalizzazione.

Cinzia Abramo 1 luglio 2011 - 19:45

no hai ragione Mirko non è un bel vedere. E sono d’accordo con Alfonso, quell’accordo è brutto! Discuterne nel merito sarebbe utile perchè in questo paese i lavoratori stanno pagando un conto salatissimo. Come si è arrivati alla firma di questo accordo lo sappiamo tutti, mandato in bianco alla segretaria. la democrazia diventa un optional, ma mi spaventa di più questa completo disprezzo da parte degli organi dirigenti cgil (esclusa la fiom), nei confronti dei lavoratori, perché questo modo di fare è sintomatico che non interessano più i contenuti ma solamente la difesa ad oltranza delle prerogative di “organizzazione”.Questo accordo apre la strada agli enti bilaterali e la CGIL non può chiamarsene fuori perchè non saprebbe, con le sole tessere, mantenere in piedi la burocrazia dell’Organizzazione (funzionari, distacchi ecc.) Stiamo parlando della vita della gente comune, quella che un salario da fame è costretta oggi a lavorare più ore, senza tutele, senza diritti. Non si possono firmare sempre accordi al ribasso.

Piero 1 luglio 2011 - 19:26

Questa è la posizone di Di Salvo.Quella di SEL è quella del
compagno Landini e della FIOM.Non ci sono dubbi.Vendola è stato anche a Mirafiori.

Domenico Aversa 1 luglio 2011 - 19:12

Cara compagna,
proprio non capisco….siamo in presenza di uno dei peggiori accordi nella storia del sindacato italiano! i cui contenuti sono VERGOGNOSI e cancellano quel poco di democrazia nei posti di lavoro, instaurano una vera e propria dittatura di Cgil Cisl e Uil eliminando del tutto il pluralismo sindacale e la possibilità ai lavoratori, di fronte ad una crisi economica senza precedenti, di spazi di dissenso di conflitto e di lotte.

Alfonso Gianni 1 luglio 2011 - 17:42

Francamente mi pare che quello del 28 giugno sia un gran brutto accordo. Innanzitutto per il merito sindacale. L’assenza del referendum validativo per dare fondatezza alla validità erga omnes degli accordi si pone in netta controtendenza con le molteplici proposte di legge avanzate in materia nonchè con l’aspirazione alla democrazia che abbiamo appena celebrato con la vittoria referendaria del 12/13 giugno. il contratto collettivo nazionale è minacciato dalla derogabilità prevista in forza dei contratti aziendali. questi ultimi quindi vengono incentivati da norme di sostegno finanziario da parte del Governo. in altre parole si dice ai lavoratori che i contrati aziendali sono più favorevoli di quelli nazionali. La conseguenza è ovvia. Non ha torto chi nel governo ha visto continuità tra questo accordo e le “intese” di Pomigliano e Mirafiori. Non solo ma vi sono delle evidenti implicazioni politiche. Vi è chi già vede in questo accordo la nuova base neocorporativa per un nuovo governo berlusconiano senza Berlusconi (vedere articolo di Cisnetto su il Foglio). Per cui sarebbe bene – pur nel pieno rispetto della discussione aperta in Cgil, che ci auguriamo possa permettere ai lavortaori di esprimersi su quell’accordo – che le organizzazioni politiche, fra cui la nostra, dicessereo al loro sulla questione che riguarda gli assetti democratici del paese e non solo nei luoghi di lavoro. Mi auguro vivamente che gli organismi dirigenti di Sel prendano tempesivamente posizione sulla materia.

Marco Vitali 1 luglio 2011 - 17:28

Non concordo con la valutazione che la compagna Di Salco fà sull’accordo CGIL-Cisl-Uil e Confindustria.
Ci sono all’interno dell’accordo punti alquanto perisolosi per i lavoratori.
Il primo è la cosidetta “tregua”, che non è altro una limitazione del diritto di sciopero.
La seconda è che nel caso della presenza in fabbrica delle RSU, basta che il 51% di queste decida che gli accordi aziendandali vadano bene, percui l’accordo vale SENZA CHE I LAVORATORI VENGANO CHIAMATI CON IL REFERENDUM A GIUDICARLO!
La terza è la possibilità di specifiche intese modificative ai contratti nazionali, che non è altro che la possibilità di DEROGARE al contratto nazionale su specifiche materie (orario, tempi, organizzazione ecc.) negli accordi aziendali, che se non mi sbaglio era il punto più forte dello scontro con CISL e UIL!
Il quarto punto si trova nell’intesa tra CGIL CISL e UIL “Queste intese potranno prevedere momenti di verifica per l’approvazione degli accordi mediante il coinvolgimento delle lavoratrici e dei lavoratori in caso di rilevanti divergenze interne alle delegazioni trattanti.”, il termine “potranno” in italiano è chiaro, non significa che le lavoratrici ed i lavoratori DOVRANNO essere coinvolti in momenti di verifica!
Per dirla in breve, questo accordo non scongiura la possibilità di accordi separati, ma limita fortemente i diritti dei lavoratori.

Mirko Lombardi 1 luglio 2011 - 17:01

Cara Titty,
sul piano della democrazia l’accordo fa schifo. Che poi faccia schifo la situazione politica dell’intesa cisl e centrodestra non si capisce (e non si giustifica) perchè allora debba fare schifo anche la cgil. Mica è obbligata….Alla fine chi non c’è stato viene mazziato anche in casa. Non è un bel vedere. O no?

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