Caro Alfonso,
ho ascoltato con molta attenzione, come faccio sempre, il tuo intervento al Comitato Nazionale di sabato scorso. Sai che stimo da molto il tuo pervicace percorso che prova ad indicare alla sinistra una prospettiva di uscita dalla sua crisi. “Un’uscita da sinistra” come dicemmo in Rifondazione, pensando ad un esisto di cambiamento profondo della sua struttura e delle sue pratiche, in grado di ridefinire anche le finalità necessarie alla società contemporanea. Ma anche (e non nel senso veltroniano ovviamente…) provare ad interdire e sterilizzare una critica che già montava dentro quel partito, insofferente alle proposte di innovazione che andavamo proponendo e sperimentando, insofferenza sulla quale si lavorava già per modificare gli equilibri interni puntando su un consolidato e stratificato metodo di battaglia politica.
Sappiamo entrambi che a sinistra è difficile parlare o declinare la parola cambiamento. Può sembrare un paradosso, per uno schieramento che si richiama alla necessità della trasformazione della società, e questa diffidenza ha radici profonde. Dai tempi dello scontro tra Kautsky e Bernstein in poi, la discussione ha sempre assunto i toni del “tradimento”. Questo meccanismo ha impedito il dispiegarsi, sia di un dibattito in grado di comprendere le novità della società che si trasformava, sia una modalità di risoluzione di molti dibattiti interni alle organizzazioni della sinistra. So che condividi lo spirito di tale schematica ricostruzione (che non è il centro di questa mia lettera) e che apprezzi, ad esempio, la discontinuità assoluta del salto leniniano che, in realtà, non era il ripristino della ortodossia di un pensiero (quello di Marx) ma che fu divulgata come tale per rafforzare la propria capacità di lotta interna (e produrre il famigerato trattino…). Che assurdo legare due pensatori attraverso un trattino, ma tale innovazione era frutto della stretta egemonia del modello meccanicistico che innervava la conoscenza umana di quei tempi.
Ortodossia o opportunismo, rivoluzione o riforme. Come tante altre coppie possibili a declinare le differenti ipotesi politiche o aggettivare l’altro da sé per esorcizzare le ragioni che non si condividono ma di cui ci si preoccupa che convincano, possono ancora oggi essere messe in campo, ma ora sembrano non produrre i guasti del passato. Perché?
Qui, dopo la piccola premessa, c’è il nodo di questa mia. Nel tuo intervento hai sostanzialmente condiviso lo schema dell’impianto che Vendola ci ha proposto per svolgere il prossimo congresso di SEL. Hai, però, voluto sottolineare il tuo disaccordo con il giudizio duro verso il ‘900 che esso contiene. “Le macerie del Novecento” dice il documento. Il tuo disappunto, scusa la sintesi estrema del tuo ragionamento, risiede nella paura di seppellire (sotto le macerie del secolo breve) la grande novità della Storia di quel secolo: la discesa in campo delle masse, la soggettività collettiva come elemento di emancipazione, di “scalata al cielo”.
Nel sentirti dire queste cose ho avuto subito un sussulto e poi è affiorata una sensazione spiacevole. Come una divaricazione interna che lacerava le mie emozioni. Strana percezione poiché dal punto di vista teorico non ho nulla da obiettare e, allora, ho cominciato a scavare in me per comprendere cosa avesse generato quelle profonda sensazione. Sono tornato a casa e, complice la calura, non sono riuscito a sciogliere il nodo. Poi stamani la cosa mi è sembrata più chiara.
Nessuno di noi in quella sala, probabilmente, pensa che “l’ascesa in campo” di masse immense alla ribalta della Storia fosse da archiviare come una maceria. Il percorso di tutte le culture presenti all’interno del processo di costruzione di SEL mi sembra che possa coincidere con l’idea che la politica risieda nella attivazione delle soggettività che la Storia aveva relegato al rango di oggetto o di semplice masse di manovra dei nuovi destini delle nazioni che emergevano dalle nuove esigenze dei mercati capitalistici nazionali.
So anche che è necessario sviscerare, analizzare, comprendere tale affermazione, utilizzare occhiali nuovi per leggere la complessità della realtà. Spesso siamo inclini a valutare ciò che accade per ciò che facciamo o ciò che non facciamo. Talvolta questo difetto di miopia ci impedisce di vedere come anche altre parti, altre logiche, altre idee contribuiscono alla costruzione di processi che la nostra spinta ha iniziato a produrre. Ad esempio proprio sul tema della “ascesa” delle masse nell’olimpo della Storia esistono fattori co-produttori del fenomeno, fattori che hanno avuto (e hanno) interessi differenziati e divergenti (rispetto ai nostri e tra loro) e che hanno avuto esiti anche nefasti. Non mi riferisco ovviamente alle esperienze come quella del nazi-fascismo (evidenti e largamente affrontati dalla pubblicistica politica) ma a quelli, per me più importanti e “strutturali”, di impostazione braudeliana, come quelli relativi al consumo, alle logiche di marketing (cioè alla capacità di “costruzione del consumatore” per dirla con le parole di Drucker, cioè della costruzione della vita materiale e delle aspirazioni degli individui), alla nascita dell’industria di costruzione del senso, apparentemente “esterni” alla logica produttiva, se essa viene “letta” con lo schema meccanico dell’economia classica (che molti continuano a definire come “reale”) contrapposta a quella che molti chiamano economia della conoscenza (e che molti definiscono come immateriale intendendo, velatamente, come inconsistente o irrealistica). Le masse sono state attivate da più parti, con modalità diverse e finalità talvolta contrapposte. E noi ci siamo spesso accontentati della nostra “voglia”, della nostra idea di attivazione e siamo rimasti ciechi di fronte alle altre attivazioni, agli altri “lieviti” attivati nei corpi sociali e che hanno prodotto trasformazioni che spesso non abbiamo visto o sottovalutato.
Se del Novecento dobbiamo salvare l’ascesa in campo delle masse (e io sono d’accordo con te) dobbiamo avere il coraggio di analizzare questa cosa nella sua complessità, abbandonando schemi meccanicistici e autoreferenziali, provare ad assumere letture complesse che corrispondono alla complessità della realtà e, di conseguenza, azioni complesse come forma e contenuti della politica. So che non banalizzerai e comprenderai che il tema della complessità ci impone un ripensamento paradigmatico del nostro essere e agire. E so anche che condividi il giudizio che “la sinistra non possa restare un gradino sotto il livello delle conoscenze della scienza e delle acquisizioni della tecnica”. Un grande pensatore come Adorno che, talvolta, ho sentito citare da te, ci allertava rispetto a questa necessità. Una necessità implicita, per me, nelle parole di Vendola quando dice che “noi non siamo la soluzione, ma un pezzo della crisi della sinistra” che la storia ci consegna dopo la fine del Novecento. Se vedo un problema (non nei nostri equilibri interni tra componenti, aree o linee, ma tra quello che siamo e ciò che dovremmo essere) è nel coraggio dell’innovazione o, se vuoi, nella coerenza tra ciò che spesso ci diciamo in alcune riunioni e le nostre capacità di costruzione di una organizzazione e di una “linea politica” coerenti con gli spezzoni di tali analisi (per non parlare delle pratiche di vita interna o dei nostri comportamenti nei periodi elettorali). Distanze siderali che producono distanze sconfinate con la realtà e incrinano la nostra credibilità. Sono d’accordo con Vendola quando ci invita a misurare il tasso di berlusconismo che è in noi e non solo a livello individuale, ma in senso strutturale, nella struttura genetica di questa forma del fare politica (certamente incentivata dallo schema bipolare e dalle ipotesi semplificatorie bipartitiche).
Non solo.
Quella paura che mi era salita, dalle viscere allo stomaco, era figlia proprio di quella vecchia preoccupazione di evitare l’accusa di “tradimento” nel momento in cui si doveva produrre l’innovazione necessaria a mantenere vive le speranze di emancipazione, di produzione di autogoverno, di una trasformazione profonda negli equilibri di potere tra le classi. Tale preoccupazione era stata introiettata fino al DNA del popolo della sinistra italiana, ai tempi del confronto tra comunismo e socialdemocrazia nel secondo dopoguerra e “resuscitato” alla fine del PCI. La divisione prodotta in quel tempo (ampiamente alimentata soprattutto da alcune correnti di Rifondazione che hanno nutrito lo schema del tradimento non solo all’esterno del partito ma anche all’interno, come abbiamo tutti sperimentato nell’ultimo congresso di quel partito) spero non riemerga oggi tra di noi. So che dobbiamo rispondere, con questo salto, teorico e pratico, alla diffusa convinzione che la crisi della sinistra nel nostro paese sia figlia o di tradimenti del gruppo dirigente o della loro incapacità soggettiva. Se fosse così banale non assisteremmo alla crisi europea e planetaria della nostra sinistra e la soluzione sarebbe la sostituzione di un gruppo dirigente al comando con uno più “ortodosso”, saldo e/o “puro”. Questo, naturalmente, non ci assolve dagli errori commessi e dalle incapacità soggettive. Come pure non ci assolve da comportamenti da “casta” che qua o là sono emersi o che rimangono al nostro interno, ma che non sono la causa del problema, a mio avviso, ma solo l’effetto dell’incapacità di aderire alla realtà del nuovo quadro del conflitto necessario e la modalità di un ripiegamento personale, di un rifugio rispetto alla percezione di impotenza di fronte alla immensità delle forze contrarie in campo.
Ma allora perché il documento contiene tale affermazione?
Non credo che il documento voglia contenere frasi liquidatorie e consegnare alla prospettiva politica di SEL (e della sinistra) la scelta dell’amministrazione buona dell’esistente. Non solo non è questo il cammino individuale di tutti noi, ma sono le contingenze economiche, politiche e sociali che ci impediscono di arrivare all’approdo blairiano fuori tempo massimo. Allora perché dire che dobbiamo archiviare il Novecento? Dobbiamo abdicare alla ipotesi che le persone, gli individui possano autogovernarsi? Che il potere diventi esplicito, trasparente e, quindi, comprensibile e perciò modificabile? Dobbiamo rinunciare ad un mondo che abbia la consapevolezza di ciò che fa, che sappia comprendere che la crisi che stiamo vivendo punta allo smantellamento dello stato sociale dove era stato conquistato e rischia di portare a pulsioni autoritarie o addirittura ad una guerra planetaria oggi impensabile? Le pulsioni di quello che penso sia il leghismo mondiale dilagano attraverso una semplificazione potente: di fronte ai processi aperti dalla globalizzazione la salvezza può trovarsi solo nella difesa del territorio. Il punto è che proprio il territorio è stato s/travolto dalla globalizzazione che ha reso il mondo un solo grande mercato, travolgendo tutti gli equilibri novecenteschi (quelli produttivi, quelli sociali e quelli istituzionali), iniziando a produrre istituzioni, politica e società necessari al suo modello. Ma noi sappiamo leggerlo? Sappiamo intravedere gli esiti di tale processo che, in fedeltà alla inconoscibilità dei fenomeni complessi, non è possibile prevedere perché ancora non scritto come esito scontato e definitivo?
Ciò che mi sembra necessario, oggi come in ogni momento di grande trasformazione della Storia, è la capacità anticipatoria, perché tale capacità ci può consentire delle mosse che sono in grado di condizionare gli esiti non prevedibili e perché l’anticipazione è in grado di sciogliere tale complessità in un racconto socializzabile, comunicabile e, quindi, in grado di produrre movimenti e lotta politica. Per questo è importante Pomigliano, pur nella sconfitta che farà lavorare e produrre gli operai di quello stabilimento alle condizioni che la Fiat globalizzata ha imposto. Per far ciò dobbiamo proprio affermare, come facciamo nel documento, che dobbiamo lasciarci alle spalle le macerie del Novecento?
Non so dirti in altre parti del pianeta, ma qui, nella vecchia Europa, mi sembra che la consunzione delle parole abbia raggiunto limiti impensabili e, appunto, indicibili. Paradossalmente per mantenere fedeltà alle idee e alle ispirazioni di liberazione (diverse e non coincidenti) delle donne e degli uomini di oggi dobbiamo produrre discontinuità, prospettare nuovi orizzonti, declinare nuove formule e ascoltare le ispirazioni che si muovono nel profondo della nostra gente.
Quello che rimane del Novecento è appunto l’ascesa. Diciamo insieme che il passato non solo non si cancella, ma che ci ha costruito come siamo, aprendoci alle possibilità di come potremmo essere domani, sapendo come scegliamo di essere oggi. Che le idee di libertà non sono assolute come ogni cosa, non solo umana. Sappiamo oggi che le stesse leggi della fisica, quelle che a scuola ci dicevano immutabili, hanno subito processi di evoluzione e, sicuramente, ne subiranno in futuro. La libertà di cui la donna e l’uomo di oggi hanno bisogno ora è più larga e più intensa di quella immaginata da mio padre e pensata, ancora oggi, da mia madre, che era già oltre quella che immaginavano possibile le mie nonne e i miei nonni. È una libertà che si fa condivisione con i destini di tutto il vivente e dello stesso pianeta, che vive di responsabilità e consapevolezza dell’agire autogovernato. Proprio come alcuni di noi pensavano la città futura.
Passiamo dal regno della quantità a quello della qualità. Altrimenti la stessa quantità non potrà più essere garantita e le lotte per accaparrarsi il residuo disponibile travolgeranno le civiltà umane.
Con stima profonda
da APRILEONLINE: Alfonso Gianni*, 13 luglio 2010, 17:02
“Caro Sergio,
le questioni che tu sollevi vanno ben al di là del giudizio, qualunque esso sia, sul mio breve intervento nella discussione che ha impegnato gli organismi dirigenti di SEL sabato scorso, ed è per questa ragione che cercherò di dire nuovamente la mia, seppure in modo un poco più sintetico. Per forza di cose devo ritornare a quel breve intervento per delinearne i limiti. Mi sono riferito alle prime parole della proposta di documento congressuale che ci è stata avanzata. Dice così :”Il Novecento è finito. Tra le sue macerie rischia di rimanere sepolta la speranza di una società di liberi ed eguali…”. L’ambizione è giustamente alta: fornire un giudizio sul secolo che abbiamo alle spalle. Farlo in modo necessariamente sintetico è cosa ardua poiché bisogna soppesare ogni singola parola. Ma abbiamo mostrato coraggio nell’affrontare l’ostacolo. Per questo nell’intervento ho voluto chiedere una correzione, restando però nello spirito che rischiara tutto il testo.
Quel giudizio sul novecento mi è parso troppo tranciante e ellittico e nello stesso tempo impreciso. Conosco bene la suggestione letteraria che ispirano quelle parole. L’immagine delle macerie è quella contenuta nella nona delle famose tesi sulla storia di Walter Benjamin nella quale il grande filosofo fa riferimento ad un acquerello di Paul Klee, che egli aveva acquistato, nel quale compare un angelo ritratto di fronte. Benjamin si immagina che l’angelo stia guardando un cumulo di macerie. Queste sono il passato, ma l’angelo è sospinto da una tempesta in direzione opposta con il viso però rivolto a quelle macerie. E’ questa tempesta ciò che noi chiamiamo progresso, ci dice il filosofo. E’ uno scritto bellissimo, molto denso di significato, di non semplice interpretazione. Insomma esprime un fascino che ci emoziona ancora oggi. Epperò se in quelle parole non vogliamo richiamare solo un’ emozione, ma delineare un giudizio storico, esse mi paiono inadeguate e mi auguro che vengano corrette nella versione definitiva. Se vogliamo evitare la consunzione delle parole, che tu giustamente temi, le dobbiamo usare in modo sobrio e preciso.
Nella tua lettera tu mostri di cogliere solo uno dei due lati in cui si articolava la mia critica, quella che concerneva l’implicita sottovalutazione della più grande novità storica che il novecento ha introdotto: la scesa in campo delle masse come protagoniste. Il che un poco mi sorprende. Da questo punto di vista non posso che concordare con te che dobbiamo valutare il grande fenomeno di questa scesa in campo in tutta la sua complessità, senza devianti idealizzazioni storiche. Tanto più che si tratta di un fenomeno avvenuto su scala mondiale. La cosa peggiore che si possa fare è guardarlo con occhi eurocentrici o, per converso, solo terzomondistici, come si sarebbe detto qualche lustro fa. Nel novecento vi sono state rivoluzioni, scontri generazionali, modernizzazioni, ribellioni, liberazioni,decolonizzazioni. Non vi è un angolo del globo che non sia stato interessato dal protagonismo diretto delle masse. Non importa per ora valutare quale sia stato l’esito di questi processi – per alcuni di essi il tempo dei giudizi è ancora largamente prematuro – importa rilevarne la nuova centralità che hanno assunto lungo il novecento nella storia dell’umanità. Questa rimane tale sia che si consideri il novecento come secolo breve (Hosbawn), cioè racchiuso tra la rivoluzione d’ottobre e il suo fallimento conclamato nel 1989, sia che lo si pensi come secolo lungo (Arrighi) che affonda le sue radici nella globalizzazione di fine ottocento e agguanta i primi anni del 2000 con la nuova fase della globalizzazione in atto, che è l’interpretazione storica che personalmente preferisco. Né il protagonismo delle masse può essere oscurato dal fatto che processi manipolativi da parte del potere costituito pur vi sono stati e numerosi; o dal fatto che erano masse anche quelle che acclamavano il duce a piazza Venezia o eleggevano Hitler e tacevano sullo sterminio degli ebrei; o dalle tante rivoluzioni passive che hanno permesso al capitalismo di aggiornare se stesso mantenendosi saldamente in salute, malgrado le numerosissime crisi. Converrai che definire tutto questo “macerie” è riduttivo e fuorviante.
Ma, ed è questa la questione per me più importante, il novecento si conclude in modo certamente non neutro. La contesa tra capitale e lavoro – uso un’astrazione perché entrambi si sono personificati in modi diversi lungo il secolo – si conclude alla fine del novecento con la riscossa del primo e la sconfitta del secondo. Questo avviene perché crolla l’illusione che il “socialismo reale” avrebbe generato una società di liberi e uguali; perché il compromesso socialdemocratico che aveva innervato la società europea viene sconvolto; perché nella ripartizione della ricchezza prodotta tutto si sposta a favore del capitale a discapito del salario; perché le speranze suscitate dai vari movimenti vittoriosi di liberazione hanno spesso seguito strade divergenti dai propositi iniziali. Non in tutto il mondo le cose avvengono in questo modo. In America latina il nuovo secolo nasce all’insegna di concrete speranze. Ma soprattutto la vittoria del capitale sul lavoro non è di quelle che distruggono l’avversario o che lo costringono ad arruolarsi nella schiera dei vincenti. Nel suo piccolo Pomigliano docet. E ancora più il manifestarsi sempre più consistente della lotta contadina e operaia in Cina.
Ma se davvero del novecento non fossero rimaste che macerie inanimate, che un cumulo di rovine, tali da dovere essere guardate dai “nuovi angeli” con lo stesso orrore stupefatto con cui le guarda l’angelo di Klee e di Benjamin, “con gli occhi spalancati” e “la bocca aperta”, pensi che oggi potremmo lanciare un messaggio positivo di speranza? Potremmo pensare veramente di ricostruire qualcosa, o addirittura, come vogliamo fare, l’intera sinistra? Essere di e a sinistra oggi ha senso per questo, perché le condizioni materiali della sua esistenza sono addirittura più grandi di un tempo, anche se le sue condizioni soggettive inducono al pessimismo. Per questo possiamo con orgoglio dire che la prima parola che qualifica il nostro soggetto politico, che giustamente titubiamo a chiamare partito, è Sinistra e allo stesso tempo siamo contenti che tale parola sia accompagnata da altre, come Ecologia e Libertà. Parafrasando Paolo di Tarso potremmo dire che noi siamo immersi in questa crisi (della sinistra), ma non apparteniamo interamente a questa crisi.
Un abbraccio, caro Sergio.”
Alfonso Gianni
*Sinistra ecologia e libertà