Le radici del futuro. La relazione

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In allegato il testo del saluto del Ministro Politiche Agricole e la relazione di Loredana De Petris al convegno di Sinistra Ecologia Liberta’ dedicato all’agricoltura “Le Radici del futuro. Riforma della Pac e prospettive dell’agricoltura italiana”

Ci troviamo a discutere della riforma della politica agricola comune in un momento indubbiamente cruciale per il futuro dell’Unione europea. Il predominio dell’economia finanziaria sui mercati internazionali sta mettendo in discussione in questi giorni non solo la moneta comune, ma l’idea stessa di un destino condiviso fra i popoli del continente che dovrebbe essere alle radici del processo unitario. Eppure proprio dalla PAC, che è stata la prima ed è tuttora la più importante politica condivisa, si dovrebbe prendere spunto per rilanciare, con più lungimiranza, la prospettiva di un Europa autorevole e solidale, nella convinzione che la qualità del territorio e la sicurezza alimentare debbano essere parte integrante di ogni prospettiva di futuro sostenibile.

Un’Europa quindi costretta, se vuole sopravvivere, ad essere più ambiziosa, a partire dalle scelte da compiere per la definizione del quadro finanziario dell’Unione, decisive per il futuro della PAC. Sappiamo che la proposta della Commissione europea prevede per l’agricoltura il congelamento della spesa in valori correnti, con una riduzione in termini reali al 2020 del 12,5%, aggravata dal meccanismo di convergenza degli aiuti con i  nuovi Stati membri che potrebbe condurre per l’Italia ad un ulteriore riduzione del 6%. Un taglio pesante che ha origine in una concezione ragionieristica nelle scelte di formazione del Bilancio comune che non condividiamo. E’ giunto il momento di sostenere il budget comunitario con forme proprie di finanziamento, come del resto ha proposto la stessa Commissione europea, a partire dalla tassazione delle transazioni finanziarie e dal prelievo sul commercio dei diritti di emissione di CO2 che potrebbero far uscire la discussione sul Bilancio dall’attuale stallo e contribuire a respingere l’idea che per finanziare le politiche innovative dell’Unione si debba necessariamente attingere dalle tasche degli agricoltori. E’ comunque evidente che non sarà possibile approvare la riforma della PAC senza chiarezza sulle prospettive finanziarie dell’Unione, prospettive in merito alle quali ricordiamo che il governo italiano uscente si è espresso chiedendo formalmente, con lettera sottoscritta dal Ministro Frattini, un ulteriore riduzione delle risorse.

La proposta di riforma della PAC nella formulazione attuale presenta, a nostro avviso, alcune luci e molte ombre, e su queste ultime mi voglio soffermare, anche se, è bene ricordarlo, non era affatto scontata la prosecuzione del sostegno all’agricoltura. E’ una proposta che paga in primo luogo un periodo, ci auguriamo alle nostre spalle, nel corso del quale è stata gravemente compromessa la credibilità internazionale del nostro Paese da un governo incapace di tessere una rete di alleanze, anche perché al tavolo delle trattative ha fatto sedere in successione personaggi francamente impresentabili. Nelle proposte legislative della Commissione europea si avverte quindi chiaramente il peso dell’asse franco-tedesco e del Commissario Ciolos, mentre l’Italia, ad oggi, non è stata ancora in grado di rappresentare adeguatamente la sua specificità.

Non ci piace il criterio unico proposto per la distribuzione dei pagamenti diretti, la superficie. E’ un criterio che premia la rendita e penalizza il lavoro, la capacità imprenditoriale, l’innovazione, la qualità delle agricolture ad alto valore aggiunto, mentre renderà, a mio giudizio, sempre più difficile in futuro giustificare all’opinione pubblica la permanenza dell’aiuto pubblico in questo settore. La giusta necessità di superare il regime storico degli aiuti e di redistribuire in modo più equo le risorse fra i settori e le diverse regioni agricole, non è in contrasto con l’introduzione di correttivi in grado di valorizzare chi investe e crea occupazione. La proposta penalizza l’Italia che vanta il più alto valore aggiunto e numero di occupati per ettaro in Europa e prefigura un quadro economico in base al quale il 30% delle risorse totali che andranno ridistribuite ai nuovi stati membri verrà sottratto al nostro Paese.

La definizione di “agricoltore attivo” è inefficace e troppo poco selettiva. Qualcuno ha calcolato che con i criteri proposti dalla Commissione europea, vale a dire introiti per agricoltore provenienti dalla PAC superiori al 5% dei proventi totali, possa rientrare nella categoria di agricoltore attivo anche la regina d’Inghilterra, con la gestione delle sue floride tenute. In una situazione in cui le risorse pubbliche per il settore si andranno progressivamente a ridurre, è indispensabile concentrarle su chi veramente si confronta quotidianamente con le difficoltà del lavoro sulla terra. Se non sarà possibile in sede di trattativa individuare criteri sostanzialmente diversi da quelli proposti dalla Commissione, sarà comunque indispensabile ottenere una deroga per una definizione a livello nazionale più consona alle caratteristiche del nostro modello di agricoltura, a partire dalla nozione di imprenditore agricolo professionale.

Come potete immaginare chi proviene dalla nostra cultura politica non può che guardare, in linea generale, con interesse alle misure rivolte a migliorare la performance ambientale dell’agricoltura, il cosiddetto “greening”. Le misure proposte dalla Commissione europea in questo campo sembrano però fatte apposta per alimentare negli agricoltori l’idea che le misure ambientali siano solo un costo, un pesante aggravio burocratico e non un’opportunità. L’aiuto supplementare del 30% verrebbe infatti erogato a fronte di interventi che, a nostro giudizio, non investono la sostanza delle questioni ambientali poste dall’agricoltura e sembrano, ancora una volta, tagliate su misura sui modelli colturali continentali piuttosto che sull’agricoltura mediterranea. Non comprendiamo per quale motivo, ad esempio, non si debbano premiare la riduzione dei consumi idrici, la promozione della biodiversità, a partire dall’uso di seme aziendale, le colture virtuose per la cattura di CO2, a partire dall’olivo e dagli alberi da frutta, la rotazione annuale con le colture proteiche per l’alimentazione animale, che fra l’altro migliorano la fertilità del suolo e consentirebbero di ridurre la dipendenza dall’importazione di mangimi, oggi in buona parte contenenti materie prime geneticamente modificate. Il settore del biologico, che ottiene un riconoscimento significativo nel “greening”, rischia però di essere penalizzato dall’affollamento di nuove misure che gravano sui fondi per lo sviluppo rurale.

Lo sgomento e la rabbia per le alluvioni che hanno interessato nei giorni scorsi la Liguria e la Sicilia pone inoltre all’attenzione un’altra questione decisiva: i territori collinari e montani abbandonati dall’agricoltura aggravano i fenomeni di erosione e moltiplicano l’effetto devastante del cambiamento climatico, in assenza delle opere diffuse di regimazione delle acque, di contenimento dei suoli e di selvicoltura realizzate da secoli dagli agricoltori. Poniamo con forza questa questione non solo per suggerire nuove misure, ben più efficaci, da premiare con il greening: nel momento in cui nel governo attuale si torna a parlare di “grandi opere”, noi diciamo che la prima grande opera, ad alta intensità di occupazione, deve essere la manutenzione del territorio, nell’ambito del quale può giocare un ruolo decisivo un piano di reinsediamento di attività agricole e selvicolturali nelle aree marginali. Si parla con insistenza di “zone franche” dal punto di vista fiscale per rilanciare la crescita, noi proponiamo un periodo di franchigia fiscale totale per i giovani agricoltori che si reinsediano nelle aree svantaggiate, una misura semplice e con benefici economici diretti ed indiretti senz’altro superiori ai costi. La questione dell’abbandono del territorio agricolo è inoltre strettamente connessa al ciclo del consumo del suolo. E’ in corso una giusta mobilitazione internazionale contro il “land grabbing”, il furto della terra praticato da grandi investitori internazionali nei paesi in via di sviluppo. Dobbiamo però renderci conto che una forma imponente di “land grabbing”, che sottrae la risorsa primaria e non rinnovabile ai nostri contadini, è in corso sotto i nostri occhi, al ritmo di 200.000 ettari all’anno che scompaiono definitivamente sotto insediamenti residenziali disordinati, aree industriali troppo spesso deserte, infrastrutture sovradimensionate, periferie inabitabili. Il peso del ciclo della rendita fondiaria e del cemento sulla specificità della crisi dell’agricoltura italiana è stato, a nostro avviso, sottovalutato, e deve vedere oggi le organizzazioni agricole in prima fila nella mobilitazione per bloccare, con una forma di moratoria, questo ingranaggio insostenibile che cancella gli stessi presupposti dello sviluppo agricolo.

Per tornare alla riforma della PAC riteniamo insoddisfacenti anche le cosiddette “misure di mercato”. I dati sulla distribuzione del valore aggiunto lungo la filiera alimentare mostrano con chiarezza che l’agricoltura è in continuo regresso e soffre il crescente squilibrio di poteri con la grande distribuzione e, a monte, con i produttori di mezzi tecnici. E’ una singolare forma di strabismo quella che evidenzia su questo tema la Commissione europea. Da un lato, nel nome della difesa della concorrenza, mostra grande timidezza nel sostenere concretamente l’aggregazione dei produttori agricoli e l’organizzazione interprofessionale, dall’altro non vede che sei società controllano il 75% del mercato mondiale dei prodotti agrochimici, tre multinazionali monopolizzano il 45% del mercato delle sementi e, per rimanere al caso italiano, cinque piattaforme della grande distribuzione controllano il 70% della spesa alimentare. Il potere contrattuale e il reddito degli agricoltori sono stritolati nella tenaglia degli oligopoli e devono essere sostenuti con nuove misure che prevedano il ricorso a forme contrattuali standard, un sostegno deciso alla cooperazione e alle altre forme aggregative dell’offerta e forme assicurative più avanzate di quelle proposte dalla riforma, che contemplino la tutela del reddito contro la volatilità dei prezzi. All’Europa chiediamo inoltre di affrontare nelle sedi opportune il problema della regolazione dei derivati finanziari che operano sulle materie prime agricole e di avviare concretamente forme di reciprocità nel commercio internazionale degli alimenti per quanto riguarda la tutela dei diritti dei lavoratori e il rispetto delle normative sanitarie.

La riforma della PAC delineata nelle proposte legislative della Commissione richiede pertanto modifiche sostanziali e, ne siamo consapevoli, certamente non semplici da ottenere nell’attuale quadro politico senza una forte mobilitazione che vada oltre gli addetti ai lavori e coinvolga l’opinione pubblica. Per questo saremo al fianco delle organizzazioni professionali e sindacali, che hanno opportunamente sottoscritto una posizione comune, della rappresentanza parlamentare italiana a Bruxelles e del neo-ministro Mario Catania,  cui non manca certamente la competenza in materia, ed a cui rivolgiamo i nostri migliori auguri di buon lavoro. A dire il vero l’esordio del Governo sulle questioni agricole non è stato dei più felici. Sono stati necessari appelli accorati delle rappresentanze di settore per scongiurare la soppressione del Ministero delle politiche agricole che era già scritta, nero su bianco, nelle prime versioni della compagine governativa. Inopportuna e infondata anche l’uscita del Ministro Clini che, con il Governo non ancora insediato, ha auspicato un impiego degli ogm nelle aree marginali. Ci sarà modo per spiegare al Ministro dell’Ambiente che proprio le zone marginali sono quelle più ricche di biodiversità e che gli ogm in quei contesti potrebbero fare ancora più danni che altrove.

Episodi certamente marginali che però denotano quanto la scarsa comprensione dell’attualità e della rilevanza della questione agricola sia un tema purtroppo traversale che travalica gli schieramenti. A mio giudizio l’ultimo provvedimento legislativo di politica agricola nazionale che possa definirsi tale risale al 2001 ed è la Legge d’orientamento. Nell’ultimo decennio, solo per fare un parallelo, due nostri diretti concorrenti, la Francia e la Spagna, hanno approvato entrambe due leggi complessive di riordino del settore, non solo disposizioni normative, ma anche risorse sostanziali. Il Ministro francese dell’agricoltura, ancora prima di cominciare il confronto sull’ultima legge di riforma, ha messo sul tavolo 400 milioni di euro, più o meno una cifra equivalente agli sgravi fiscali che il governo Berlusconi ha concesso, con l’ultima manovra finanziaria, all’autotrasporto su gomma. Non è quindi solo una questione di risorse, è una questione di priorità. In una parte maggioritaria della classe dirigente del nostro Paese prevale la concezione dell’agroalimentare come fenomeno residuale del passato, una cosa poco moderna e tutt’al più folkloristica, accomunato nel destino giuridico al turismo, settore anch’esso dimenticato dalle politiche di sistema. Stiamo parlando di due comparti che rappresentano tutt’ora il 20% del prodotto interno lordo, gli unici sui quali potremmo vantare in partenza un vantaggio sostanziale nella competizione globale, grazie alla nostra storia e alle nostre risorse naturali.

Le Regioni, alcune Regioni, hanno fatto politiche coraggiose e innovative per il settore agroalimentare e qui ne abbiamo un esempio, così come è giusta e irreversibile la scelta di avvicinare le decisioni e i centri di spesa al territorio con i Programmi di Sviluppo Rurale. Non si può chiedere però alle singole Regioni di fare quello che giuridicamente non gli è consentito, vale a dire travalicare i confini amministrativi per fare politiche di filiera e di mercato su scala nazionale. Insomma vorremmo capire per quale motivo deve essere considerata questione strategica nazionale, ad esempio, la realizzazione delle grandi infrastrutture o la politica dell’energia e non le politiche per la sicurezza degli approvvigionamenti alimentari, in un quadro globale che ci vedrà impegnati, nei prossimi 30 anni, nel compito epocale di far sedere a tavola, al nostro fianco, altri due miliardi di persone, in un Paese che accusa un deficit crescente della bilancia agroalimentare, già oggi superiore a 9 miliardi di euro all’anno.

Solo due esempi di politiche di sistema non più rinviabili per la nostra agricoltura. Oggi in Italia c’è un giovane agricoltore, con meno di 40 anni, ogni 14 conduttori agricoli che hanno superato i 65 anni e condividiamo con il Portogallo il non invidiabile primato di agricoltura con il più alto tasso d’invecchiamento in Europa. Solo per fare un paragone in Germania il rapporto fra conduttori giovani ed anziani è di 1 a 1. Con ogni evidenza siamo di fronte ad un fenomeno che è in grado di provocare l’estinzione dell’agricoltura in vaste aree del Paese nell’arco di una generazione e che richiede una politica in grado di intervenire con tempestività su più fronti. Da questo punto di vista riteniamo che le disposizioni inserite nella recente Legge di stabilità sull’accesso dei giovani alle terre pubbliche siano frutto certamente di un’intenzione condivisibile, ma abbiano trovato una formulazione insoddisfacente e rischiosa. L’assenza del divieto di cambio di destinazione d’uso, l’esclusione dell’affitto, la possibilità della trattativa privata, la mancanza di una contestuale predisposizione di strumenti finanziari specifici orientati ai giovani, configurano, a nostro avviso, il rischio dell’inserimento di soggetti estranei al mondo agricolo. Occorrerà vigilare con la massima attenzione visto che sono in gioco quasi 400.000 ettari di beni comuni.

Una recente indagine della Direzione Investigativa Antimafia ha evidenziato che il controllo della camorra sul più grande mercato ortofrutticolo del Paese è tale da consentirgli di utilizzarne la logistica persino per gestire il traffico del proprio arsenale di armi. La pressione delle organizzazioni criminali sul settore agricolo si è fatta asfissiante e intollerabile, non solo nel meridione. Non più solo il fenomeno, comunque gravissimo, dell’intermediazione illecita di manodopera, ma un sostanziale controllo della filiera agroalimentare in vaste aree del Paese, un crescente investimento di capitali di provenienza illecita sui terreni, un clima alimentato da ricatti e minacce contro gli imprenditori e le rappresentanze sindacali che fa comprendere come i protagonisti dell’economia criminale abbiano ben valutato, prima e meglio di chi ci ha governato, l’importanza dell’agricoltura. Per sradicare questo fenomeno occorre non solo l’impegno di tutte le istituzioni, ma anche un grande progetto di modernizzazione e sviluppo della logistica del comparto agroalimentare, perché il ricatto criminale trova terreno fertile anche nell’arretratezza di un settore dove, ancora oggi, quasi il 90% delle merci viaggia su gomma.

Vorrei concludere con una battuta di Woody Allen, fra l’altro grande esperto di cibo, uno che ha il pregio di dire spesso cose molto serie facendo sorridere. Nel film “Manhattan” un interlocutore gli propone, con un esercizio di alta filosofia, quali sono le due domande fondamentali che ogni uomo dovrebbe porsi quando si alza la mattina: “da dove veniamo ?” e “dove siamo diretti ?”. Allen gli risponde con una terza domanda “Cosa c’è da mangiare stasera ?”. Quello che ci sarà nel piatto nei prossimi anni dipenderà in modo sostanziale dalle scelte sulla riforma della politica agricola comune che si faranno a Bruxelles: noi saremo in prima fila a difendere un patrimonio che riteniamo fondamentale per costruire il progetto per l’Italia del futuro.

Loredana De Petris

Ci sono 2 commenti per questo post
Marco Bignardi 5 dicembre 2011 - 01:20

Come ho già commentato nel post precedente (http://www.sinistraecologialiberta.it/articoli/le-radici-del-futuro/) sottolineo anche qui che, anche se ovviamente perfettibile in molti suoi passaggi, questa pac tende ad essere per la prima volta una pac che prevede il riconoscimento dell’agricoltura pulita e sopratutto di quella biologica.

Di punti dove viene voglia di cambiare il testo se ne possono trovare molti, ma il timore è che poi per cambiare alcuni passaggi si vada a negoziare su altri che invece sono fondamentali.

Come dice anche Loredana de Petris, ci sono luci e ombre nella proposta, io sarei per cominciare a parlare delle luci, e mettere un veto affinchè nessuno provi a modificare queste.

Chiedo a SEL intanto di aprire sul sito uno spazio anche per parlare di agricoltura, inserendo tra “gli argomenti” anche l’agricoltura, in mdo da uscire da questi post e rendere più facile approfondire l’argomento.

Guido Da Torino 2 dicembre 2011 - 16:18

I GRANDI POTERI HANNO VOLUTO L’USCITA DALLA SCENA DI BERLUSCONI PERCHE’ NON SAREBBE RIUSCITO A FAR PASSARE UNA MANOVRA LACRIME E SANGUE COME L’ATTUALE.
ORA CI STANNO RIUSCENDO IMBOTTENDO L’OPINIONE PUBBLICA DI PAROLE VACUE COME L’EQUITA’,L’EMERGENZA,IL COLLASSO DELL’EUROPA PER CAUSA ITALIANA.
E TUTTI ABBOCCANO ALL’ESCA,PD INCLUSO!
QUANTO SONO ATTUALI LE PAROLE DI TOMASI DI LAMPEDUSA,”CAMBIARE PER NON CAMBIARE”.
NON VORREI CHE IL PD ED I SUOI ELETTORI FINISSSERO COME
IL PARTITO SOCIALISTA SPAGNOLO ED IL SUO ELETTORATO

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