Parleremo ancora per un po’ del 15 ottobre e però tanto è già stato detto. Dalle ovvietà poste come domande scomode: condannate senza se e senza ma le violenze in piazza? Ai paragoni fuori luogo con gli Anni 70: eh già, non c’è più il servizio d’ordine di una volta! Dalla cantilena vittimista di chi si è visto oscurare la prima pagina a chi grottescamente accusa l’opposizione di alimentare l’odio per Berlusconi. Dall’intellettuale di sinistra che solo per essere controtendenza alla sua area politica deve sostenere che “la violenza in piazza era necessaria”, a quelli che “bisogna rimettere al centro l’essere umano” e fare tutti insieme l’alleluja delle lampadine.
Chiaramente ognuno decide di fare il proprio lavoro come meglio crede e tutte le considerazioni sono legittime. Però c’è un punto che la sinistra non affronta mai, che appare quasi come un tabù: è possibile fare un’analisi critica e “libera” del cosiddetto movimento – di tutto il movimento – di quello buono e di quello cattivo, che per intero era presente ed ha organizzato la giornata del 15?
Oggi sembra scontato (?) schierarsi contro il blocco nero in maniera così evidente e unanime (?), ma semplicemente perché questa volta i cosiddetti black bloc hanno dato prova di grande potenza, sia nei numeri sia nell’azione. A differenza di altre circostanze in cui la loro presenza poteva essere confusa, alleggerita, messa sotto traccia o allontanata senza troppa enfasi, questa volta la loro presenza ha costretto a prendere atto che queste organizzazioni sono cresciute e sono fuori controllo (?).
Non so se davvero sono andati in Grecia ad addestrarsi e se hanno fatto le prove generali in Val di Susa, so solo quello che ho visto con i miei occhi: un gruppo nutrito di ragazzi, organizzati per distruggere, affiancato da un gruppo di ragazzi che sognava di farlo e che, grazie alla loro organizzazione militare, ci è riuscito. Quindi siamo in presenza di almeno due dimensioni: una nera e una grigia.
Di quella nera si occuperà chi se ne dovrà occupare, e non sicuramente con le segnalazioni a Repubblica. Quella grigia invece interroga anche noi perché rientra, in parte, in quella “rabbia giovane” che già avevamo intravisto il 14 dicembre e che ci segnala un disagio forte, incontrollabile, che non riesce a trovare risposte da nessuna parte. Dalla politica, dalla società e neanche dal movimento “buono”.
La sinistra partitica si apre, sta con il movimento “non per mettere il cappello ma per mettersi in ascolto”. Quante volte l’ho sentito dire… Solo che prima ci riconoscevamo e adesso invece sfugge qualcosa. S’è pensato di poter ragionare dentro lo stesso quadro di Genova, d’interagire con le sigle di allora senza rendersi conto che, nel frattempo, sono passati dieci anni. Non ci si è posti il problema che forse quelle sigle, quei movimenti possono avere attraversato delle crisi, possono essere cambiati, possono essere rimasti immobili davanti a un mondo che cambiava. Per esempio vale per la politica partitica e vale anche per il cosiddetto movimento (non per quello studentesco) l’affermazione “l’Italia non è un paese per donne e giovani”.
Non è una questione anagrafica (anche se, a furia di dover dire che non lo è, i giovani veri non stanno da nessuna parte) o di genere (anche se qui nessuno cita il 13 febbraio e le compagne non parlano). E’ piuttosto un punto di riflessione politica: quanto quegli spazi sociali sono stati capaci di cogliere il cambiamento delle nuove generazioni? Hanno scongiurato i movimenti – al contrario dei partiti – il pericolo di cadere nell’autoconservazione? Esiste un ceto politico di movimento?
Oggi il quadro è totalmente mutato rispetto a dieci anni fa. La gente vuole fare politica, vuole contribuire alle scelte, c’è una grande spinta popolare, crioconservazione grande voglia di partecipazione. Ma bisogna essere onesti: la spinta popolare che ha permesso di vincere i referendum o alle amministrative è una spinta popolare fatta di “persone”, non soltanto di “militanti” di movimento. La composizione dei comitati referendari non corrisponde a quei milioni di persone che sono andate a votare.
In ogni manifestazione, in ogni occasione in cui si può levare la voce di dissenso nei confronti di questo Governo – è accaduto anche il 15 ottobre – si produce un’eccedenza che non appartiene a nessuno e a cui però qualcuno deve rispondere. Abbiamo parlato spesso di berlusconismo, e degli effetti devastanti che ha avuto nel nostro Paese, e abbiamo condannato spesso il populismo, di destra e di sinistra. Ora occorre un ulteriore scatto in avanti: si tratta di provare a comprendere davvero cosa sta succedendo senza trovare scappatoie facili.
Questo nostro lavoro di ascolto, comprensione ed individuazione delle possibili fuoriuscite non lo risolve, o suggerisce, chi vive consapevolmente e inconsapevolmente la stessa difficoltà di affrontare questa fase nuova.
Anzi, non aver fatto fino in fondo questa analisi ha rappresentato un blocco per tutte le forme che, a fatica, stanno tentando di essere “movimento”, i precari che sono scesi in piazza il nove aprile, le donne : ognuno gioca un pezzo di responsabilità, ognuno deve fare la sua parte. Questo è senz’altro uno dei punti condivisibili della posizione di global project.
Celeste Costantino
Se c’è qualcosa che supera in banalità la violenza su cui si è concentrata la copertura mediatica del corteo del 15 ottobre è il modo in cui tale violenza è stata per lo più commentata. C’era da aspettarselo dai più pedanti esponenti delle istituzioni, ontologicamente incapaci di concepire anche il più piccolo e disarmato gesto di rottura nei confronti della quotidiana ginnastica dell’obbedienza. Né sorprendono oltremodo le soluzioni di stampo fascista, vedi rievocazioni della legge Reale, proposte da alcuni rappresentanti dell’opposizione.
Che neanche i vati della sinistra extraparlamentare, come neppure i vari leader di movimento – chiaramente esautorati dall’urgenza stessa degli eventi -, siano stati in grado di rinunciare alla retorica dominante è però qualcosa che ci preoccupa.
Non si vorrebbe ora aggiungere altra banalità al discorso, magari riesumando eretismi passati buoni soltanto ad épater les bourgeois, come direbbero i francesi.
Che la violenza di cui si è avuto un saggio lo scorso sabato sia solo una, e forse la più innocua, tra quelle che sottendono i processi che governano le nostre vite è cosa ovvia. Ma a questo punto della storia avremmo ormai dovuto imparare che non vi è possibilità alcuna di intaccare con ulteriore violenza quella violenza di cui lo stato detiene il monopolio dell’uso “legittimo”, se non superandola in arroganza ed intensità. E che per di più, quando tale evenienza non sia neanche lontanamente data, l’unico esito non può che essere quello di scatenare la reazione repressiva del potere.
Compiute le genuflessioni di rito viene però da chiedersi se non vi sia qualcos’altro da aggiungere, se sia realmente saggio ricorrere ad un manicheismo di facciata solo per dimostrare al mondo di essere dalla parte “buona”, sbarrando così facendo la strada ad ogni tentativo di analisi politica. Questa paura di attraversare la linea che separa il bianco della puerile innocenza dal nero dell’ottusa vitalità, il nero di quei caschi che hanno profanato piazza S. Giovanni, non può che produrre mostri. Come giudicare altrimenti l’invito alla delazione di massa auto-promosso in questi giorni sulla rete?
Vale quindi la pena interrogarsi più a fondo, chiedersi cosa c’era in quella violenza e quali messaggi se ne possono trarre per il movimento oltre che per quella sparuta parte di mondo partitico che cerca in un modo o nell’altro di confrontarsi con esso.
Per prima cosa chi non si è limitato ad assistere agli eventi dalla poltrona di casa sa che non si trattava di trecento teste calde venute dall’Olanda. I numeri, oltre ai volti intravisti, parlano di qualcosa in più dei soliti anarco-insurrezionalisti dei centri sociali o degli ultrà più facinorosi d’Italia, tanto per utilizzare i termini del Ministro degli Interni. Per onestà intellettuale bisogna poi ammettere che vi era molta meno “rabbia precaria” di quanto qualcuno voglia strumentalmente insinuare. É questo in sostanza il primo nodo da sciogliere, cioè capire di chi si trattava, chi è stato ad un tempo in grado di tenere sotto scacco lo stato ed il movimento.
L’impressione è che siano entrate in gioco nuove soggettività, giovani perfettamente in linea con il mito della spontaneità antipolitica ormai vigente, capaci di trasporre anche su di un piano più radicale l’inconsistenza delle proprie elaborazioni teoriche.
Rimandando per il momento le analisi sociologiche sulla nuova “composizione di classe”, resta il problema di capire quale strada prendere per colmare il vuoto politico che si avverte ingombrante tanto dentro quanto fuori dal parlamento, nella consapevolezza di non poter ricorrere a facili scorciatoie lasciando assaporare scenari futuribili che avrebbero già da ora consentito di cambiare il corso degli eventi.
Cosa sarebbe accaduto infatti se, in linea con quanto si aspettavano le forze dell’ordine, si fosse cercato di espugnare la Roma blindata dei palazzi?
In termini di forma nulla di diverso da quanto accaduto, forse con il rischio di una ulteriore degenerazione dello scontro e di una reazione ancora più scomposta da parte della polizia.
In termini di sostanza la piazza avrebbe forse mandato un segnale di maggiore coesione e di minore qualunquismo che però avrebbe interrogato allo stesso modo la società civile, scatenando il ben noto parterre fatto di distinguo e scomuniche varie.
A meno che non ci si voglia illudere, come qualcuno pare fare, che un’azione concertata volta ad innalzare la radicalità del conflitto avrebbe colto il plauso generale degli italiani ormai definitivamente stanchi di subire i soprusi della politica!
Comunque sia, ci sarà tempo per elaborare il lutto. Forse il 15 ottobre verrà ricordato come una grande occasione persa, ma forse verrà ricordato proprio per non essere stato la solita passerella, il classico corteo sindacale con tanto di comizio finale cui al più avrebbe potuto dedicare qualche secondo l’edizione notturna del TG3. Nel bene e nel male è una data che ci costringerà a fermarci e a riflettere, in cui al solo pronunciarla riecheggeranno gli scontri di Atene così come i riots di Londra.
In fin dei conti il punto sembra essere proprio questo: la violenza ce la si aspettava e c’è effettivamente stata.
Non si tratta di una profezia che si auto-adempie, ma del segnale che nell’aria comincia comunque ad esserci la percezione di una frattura profonda, la consapevolezza di uno scollamento intollerabile tra la miseria che il presente ci da e la ricchezza che invece sarebbe in grado di offrirci se solo fossimo disposti a prendercela.