Le zone grigie

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Parleremo ancora per un po’ del 15 ottobre e però tanto è già stato detto. Dalle ovvietà poste come domande scomode: condannate senza se e senza ma le violenze in piazza? Ai paragoni fuori luogo con gli Anni 70: eh già, non c’è più il servizio d’ordine di una volta! Dalla cantilena vittimista di chi si è visto oscurare la prima pagina a chi grottescamente accusa l’opposizione di alimentare l’odio per Berlusconi. Dall’intellettuale di sinistra che solo per essere controtendenza alla sua area politica deve sostenere che “la violenza in piazza era necessaria”, a quelli che “bisogna rimettere al centro l’essere umano” e fare tutti insieme l’alleluja delle lampadine.

Chiaramente ognuno decide di fare il proprio lavoro come meglio crede e tutte le considerazioni sono legittime. Però c’è un punto che la sinistra non affronta mai, che appare quasi come un tabù: è possibile fare un’analisi critica e “libera” del cosiddetto movimento – di tutto il movimento – di quello buono e di quello cattivo, che per intero era presente ed ha organizzato la giornata del 15?

Oggi sembra scontato (?) schierarsi contro il blocco nero in maniera così evidente e unanime (?), ma semplicemente perché questa volta i cosiddetti black bloc hanno dato prova di grande potenza, sia nei numeri sia nell’azione. A differenza di altre circostanze in cui la loro presenza poteva essere confusa, alleggerita, messa sotto traccia o allontanata senza troppa enfasi, questa volta la loro presenza ha costretto a prendere atto che queste organizzazioni sono cresciute e sono fuori controllo (?).

Non so se davvero sono andati in Grecia ad addestrarsi e se hanno fatto le prove generali in Val di Susa, so solo quello che ho visto con i miei occhi: un gruppo nutrito di ragazzi, organizzati per distruggere, affiancato da un gruppo di ragazzi che sognava di farlo e che, grazie alla loro organizzazione militare, ci è riuscito. Quindi siamo in presenza di almeno due dimensioni: una nera e una grigia.

Di quella nera si occuperà chi se ne dovrà occupare, e non sicuramente con le segnalazioni a Repubblica. Quella grigia invece interroga anche noi perché rientra, in parte, in quella “rabbia giovane” che già avevamo intravisto il 14 dicembre e che ci segnala un disagio forte, incontrollabile, che non riesce a trovare risposte da nessuna parte. Dalla politica, dalla società e neanche dal movimento “buono”.

La sinistra partitica si apre, sta con il movimento “non per mettere il cappello ma per mettersi in ascolto”. Quante volte l’ho sentito dire… Solo che prima ci riconoscevamo e adesso invece sfugge qualcosa. S’è pensato di poter ragionare dentro lo stesso quadro di Genova, d’interagire con le sigle di allora senza rendersi conto che, nel frattempo, sono passati dieci anni. Non ci si è posti il problema che forse quelle sigle, quei movimenti possono avere attraversato delle crisi, possono essere cambiati, possono essere rimasti immobili davanti a un mondo che cambiava. Per esempio vale per la politica partitica e vale anche per il cosiddetto movimento (non per quello studentesco) l’affermazione “l’Italia non è un paese per donne e giovani”.

Non è una questione anagrafica (anche se, a furia di dover dire che non lo è, i giovani veri non stanno da nessuna parte) o di genere (anche se qui nessuno cita il 13 febbraio e le compagne non parlano). E’ piuttosto un punto di riflessione politica: quanto quegli spazi sociali sono stati capaci di cogliere il cambiamento delle nuove generazioni? Hanno scongiurato i movimenti – al contrario dei partiti – il pericolo di cadere nell’autoconservazione? Esiste un ceto politico di movimento?

Oggi il quadro è totalmente mutato rispetto a dieci anni fa. La gente vuole fare politica, vuole contribuire alle scelte, c’è una grande spinta popolare, crioconservazione grande voglia di partecipazione. Ma bisogna essere onesti: la spinta popolare che ha permesso di vincere i referendum o alle amministrative è una spinta popolare fatta di “persone”, non soltanto di “militanti” di movimento. La composizione dei comitati referendari non corrisponde a quei milioni di persone che sono andate a votare.

In ogni manifestazione, in ogni occasione in cui si può levare la voce di dissenso nei confronti di questo Governo – è accaduto anche il 15 ottobre – si produce un’eccedenza che non appartiene a nessuno e a cui però qualcuno deve rispondere. Abbiamo parlato spesso di berlusconismo, e degli effetti devastanti che ha avuto nel nostro Paese, e abbiamo condannato spesso il populismo, di destra e di sinistra. Ora occorre un ulteriore scatto in avanti: si tratta di provare a comprendere davvero cosa sta succedendo senza trovare scappatoie facili.

Questo nostro lavoro di ascolto, comprensione ed individuazione delle possibili fuoriuscite non lo risolve, o suggerisce, chi vive consapevolmente e inconsapevolmente la stessa difficoltà di affrontare questa fase nuova.

Anzi, non aver fatto fino in fondo questa analisi ha rappresentato un blocco per tutte le forme che, a fatica, stanno tentando di essere “movimento”, i precari che sono scesi in piazza il nove aprile, le donne : ognuno gioca un pezzo di responsabilità, ognuno deve fare la sua parte. Questo è senz’altro uno dei punti condivisibili della posizione di global project.

Celeste Costantino

Ci sono 21 commenti per questo post
Marco 20 ottobre 2011 - 03:09

Se c’è qualcosa che supera in banalità la violenza su cui si è concentrata la copertura mediatica del corteo del 15 ottobre è il modo in cui tale violenza è stata per lo più commentata. C’era da aspettarselo dai più pedanti esponenti delle istituzioni, ontologicamente incapaci di concepire anche il più piccolo e disarmato gesto di rottura nei confronti della quotidiana ginnastica dell’obbedienza. Né sorprendono oltremodo le soluzioni di stampo fascista, vedi rievocazioni della legge Reale, proposte da alcuni rappresentanti dell’opposizione.
Che neanche i vati della sinistra extraparlamentare, come neppure i vari leader di movimento – chiaramente esautorati dall’urgenza stessa degli eventi -, siano stati in grado di rinunciare alla retorica dominante è però qualcosa che ci preoccupa.
Non si vorrebbe ora aggiungere altra banalità al discorso, magari riesumando eretismi passati buoni soltanto ad épater les bourgeois, come direbbero i francesi.
Che la violenza di cui si è avuto un saggio lo scorso sabato sia solo una, e forse la più innocua, tra quelle che sottendono i processi che governano le nostre vite è cosa ovvia. Ma a questo punto della storia avremmo ormai dovuto imparare che non vi è possibilità alcuna di intaccare con ulteriore violenza quella violenza di cui lo stato detiene il monopolio dell’uso “legittimo”, se non superandola in arroganza ed intensità. E che per di più, quando tale evenienza non sia neanche lontanamente data, l’unico esito non può che essere quello di scatenare la reazione repressiva del potere.
Compiute le genuflessioni di rito viene però da chiedersi se non vi sia qualcos’altro da aggiungere, se sia realmente saggio ricorrere ad un manicheismo di facciata solo per dimostrare al mondo di essere dalla parte “buona”, sbarrando così facendo la strada ad ogni tentativo di analisi politica. Questa paura di attraversare la linea che separa il bianco della puerile innocenza dal nero dell’ottusa vitalità, il nero di quei caschi che hanno profanato piazza S. Giovanni, non può che produrre mostri. Come giudicare altrimenti l’invito alla delazione di massa auto-promosso in questi giorni sulla rete?
Vale quindi la pena interrogarsi più a fondo, chiedersi cosa c’era in quella violenza e quali messaggi se ne possono trarre per il movimento oltre che per quella sparuta parte di mondo partitico che cerca in un modo o nell’altro di confrontarsi con esso.
Per prima cosa chi non si è limitato ad assistere agli eventi dalla poltrona di casa sa che non si trattava di trecento teste calde venute dall’Olanda. I numeri, oltre ai volti intravisti, parlano di qualcosa in più dei soliti anarco-insurrezionalisti dei centri sociali o degli ultrà più facinorosi d’Italia, tanto per utilizzare i termini del Ministro degli Interni. Per onestà intellettuale bisogna poi ammettere che vi era molta meno “rabbia precaria” di quanto qualcuno voglia strumentalmente insinuare. É questo in sostanza il primo nodo da sciogliere, cioè capire di chi si trattava, chi è stato ad un tempo in grado di tenere sotto scacco lo stato ed il movimento.
L’impressione è che siano entrate in gioco nuove soggettività, giovani perfettamente in linea con il mito della spontaneità antipolitica ormai vigente, capaci di trasporre anche su di un piano più radicale l’inconsistenza delle proprie elaborazioni teoriche.
Rimandando per il momento le analisi sociologiche sulla nuova “composizione di classe”, resta il problema di capire quale strada prendere per colmare il vuoto politico che si avverte ingombrante tanto dentro quanto fuori dal parlamento, nella consapevolezza di non poter ricorrere a facili scorciatoie lasciando assaporare scenari futuribili che avrebbero già da ora consentito di cambiare il corso degli eventi.
Cosa sarebbe accaduto infatti se, in linea con quanto si aspettavano le forze dell’ordine, si fosse cercato di espugnare la Roma blindata dei palazzi?
In termini di forma nulla di diverso da quanto accaduto, forse con il rischio di una ulteriore degenerazione dello scontro e di una reazione ancora più scomposta da parte della polizia.
In termini di sostanza la piazza avrebbe forse mandato un segnale di maggiore coesione e di minore qualunquismo che però avrebbe interrogato allo stesso modo la società civile, scatenando il ben noto parterre fatto di distinguo e scomuniche varie.
A meno che non ci si voglia illudere, come qualcuno pare fare, che un’azione concertata volta ad innalzare la radicalità del conflitto avrebbe colto il plauso generale degli italiani ormai definitivamente stanchi di subire i soprusi della politica!
Comunque sia, ci sarà tempo per elaborare il lutto. Forse il 15 ottobre verrà ricordato come una grande occasione persa, ma forse verrà ricordato proprio per non essere stato la solita passerella, il classico corteo sindacale con tanto di comizio finale cui al più avrebbe potuto dedicare qualche secondo l’edizione notturna del TG3. Nel bene e nel male è una data che ci costringerà a fermarci e a riflettere, in cui al solo pronunciarla riecheggeranno gli scontri di Atene così come i riots di Londra.
In fin dei conti il punto sembra essere proprio questo: la violenza ce la si aspettava e c’è effettivamente stata.
Non si tratta di una profezia che si auto-adempie, ma del segnale che nell’aria comincia comunque ad esserci la percezione di una frattura profonda, la consapevolezza di uno scollamento intollerabile tra la miseria che il presente ci da e la ricchezza che invece sarebbe in grado di offrirci se solo fossimo disposti a prendercela.

Anna 19 ottobre 2011 - 17:18

Io mi ritengo una persona fortunata, perchè negli anni della gioventù ribelle ho incontrato sul mio cammino il movimento operaio e in quello mi sono riconosciuta e con quel movimento ho camminato, condannando in primis ogni tipo di violenza.
Spesso nelle manifestazioni sindacali contestate dalla sinistra estrema.
Non possiamo avere tentennamenti, Guido Rossa lo ha insegnato con il sacrificio della sua vita.
Questa è la strada e non altre. A noi costruire percorsi nei quali sia i giovani che i meno giovani possano riconoscersi e la prima idea da rendere visibile è l’etica politica che deve essere il nostro primo baluardo, il resto penso viene da se.

Roberto Pietrobon 19 ottobre 2011 - 13:26

Mi permetto di interloquire con Celeste e anche con la nota di Nicola e con tutti i commenti che ne sono scaturiti linkando una mia riflessione per non intasame (vista la lunghezza) questo post
“le tre sinistre” http://www.alasinistra.org/?q=node%2F825

Fabio Roggiolani 19 ottobre 2011 - 11:24

Zone grigie e nere.
A noi fare proposte
A parte le idiozie reali
Il casco e la faccia nascosta va proibito, come il burka.
Maschere antigas e manici di vanga o piccone vanno sequestrate. Il servizio d’ordine serve a far intervenire le forze dell’ordine è un servizio di controllo non riconoscibile a parte chi lo fa di mestiere polizia carabinieri e società di steward o altro.
Costruire un rapporto migliore con le forze dell’ordine ore isolare assieme i nostri e i loro provocatori. Antagonisti e dintorni aprire e chiudere dialoghi una volta per tutte sulla base della scelta della nonviolenza.
Disobbedienti si violenti o strizzanti l’occhio ai violenti no. Mai più
Voglio smetter di aver attacchi di panico nelle manifestazioni e vorrei diventassero una festa come raramente lo sono.
E poi insito basta raduni oceanici dispendiosi e inquinanti, catene umane e una bella sfilata in fila indiana di soategno alla fiom………o no?

Barbara Croce 19 ottobre 2011 - 09:47

Un inizio altezzoso, con qualche caduta di stile la parola “militante” è vetusta, logora e noiosa! Un analisi troppo banale!
Però concordo in pieno quando scrivi : “Dall’intellettuale di sinistra che solo per essere controtendenza alla sua area politica deve sostenere che “la violenza in piazza era necessaria” è che questo intellettuale, ora ha dei figli e anche dei nipoti, da qui, a mio avviso, che dobbiamo partire!!

Guido Margheri 19 ottobre 2011 - 08:56

Anna Maria,
il problema è che anche la “zona grigia” prenda le distanze esplicitamente dalla cultura, dagli obiettivi e dai metodi dei “neri” che, anche al netto delle provocazioni e delle infiltrazioni (sulle quali, comunque, non si può chiudere gli occhi…), sono, comunque, la negazione della vitale creatività delle moltitudini egregiamente richiamata dalla tua bellissma foto. Siamo d’accordo o no su questo ?

Pino 19 ottobre 2011 - 08:32

penso che occarra interrogarsi su ciò che è accaduto …sulle motivazioni e soprattutto su cosa ha innescato una tale violenza ….credo inoltre che proporre servizi d’ordine sia la leggittimazione di quando accaduto, non dimentichiamo che i servizi d’ordine hanno militarizzato i cortei e innalzato il livello di scontro ….un altro elemento su cui discutere sono le posizioni assunte da Di Pietro,nostro possibile alleato, che leggitima l’intervento di Maroni ….credo inoltre che una zona grigia esista e potrebbe espandersi sempre più nel momento in cui si sponsorizzano stati di polizia tribunali preventivi e forme di repressione del dissenso…ora mi chiedo noi come SEL siamo interessati a trasformare la società o a conservare l’attuale società solo in maniera più sicura ???rinchiudento le contraddizioni interne all’attuale sistema in un recinto???quello che è accaduto il 15 resta un episodio gravissimo che dobbiamo razzionalmente analizzare, forse con nuovi strumenti, con nuove analisi, non possiamo pensare di dialogare solo con chi può creare una allenaza elettorale e ghettizzare tutto il resto …anche perchè se non si disinnesca la rabbia prima o poi la ritroveremo più forte e più numerosa….

Peppe Giudice 18 ottobre 2011 - 19:45

le aree grigie sono le più pericolose e quelle che vanno politicamente contrastate con intransigenza

Stefano Dall'agata 18 ottobre 2011 - 19:35

PS: in rete era già da prima che si diceva filmiamo e denunciamo, e chi lo diceva ha ragione.
Che gli s…i si facciano le manifestazioni per conto loro, non sono dei nostri coloro che tirano bombe carta in mezzo alla folla. E non sono dei nostri coloro che li giustificano: sono fascisti (neri o rossi è lo stesso).

Stefano Dall'agata 18 ottobre 2011 - 19:28

Cara Celeste, ho letto il testo di Global Project e devo dire che si iscrive senza dubbi nella zona grigia. Anzi un po’ grigio scuro, visto che cambia la sigla, ma sempre del troncone negriano di autonomia operaia si tratta (Casarini).
La scelta della nonviolenza va fatta fino in fondo, è una scelta culturale, che secondo me alla fine paga. Se una frazione minima di giovanissimi si è fatta coinvolgere (minima in piazza e residuale contando anche chi era a casa) non è con le prediche contro la divisione in buoni e cattivi che li si recupera, ma con una posizione chiaramente intransigente: vuoi fare a botte, vai in una palestra di boxe e ti sfoghi lì, non vieni a rompere le scatole agli altri altrimenti sei uno st..o e una testa di …

Armando Bacchetti 18 ottobre 2011 - 19:25

nelle vicende romane ci vedo anche la ricerca della sublimazione del gesto individuale ,l’affermazione di una
individualità negatrice del confronto del rispetto dell’altro
e delle cose di tutti,e poi la teoria del giorno vissuto
da leoni contro gli altri che accetterebbero di vivere
da pecore i soprusi del potere.Quindi a noi spetta il compito
di individuare nei comportamenti i ragionamenti che portano
a quei comportamenti di sabato. Al di là dei limiti e responsabilità delle forze dell’ordine per come sono state
condotte,a me non convincono le tesi complottiste ,le infiltrazioni,le manovre strumentali,io credo che vi sia da tener presente che una società come l’attuale generà mostri.
Esaminiamo ad esempio l’abbigliamento,fatto in modo da essere certamente diversi ,dalla generalità colorata e non omologa . I caschi ,i guanti,i passamontagna,gli zaini sembrava di essere alla sfilata del perfetto reietto,con
immancabili bottiglie di birra alle 11 del mattino.
Meno numericanente ma vi erano anche ragazze così addobbate.
Nei volti o perlomeno negli occhi vi si leggeva tensione
erano sfuggenti,non reggevano il confronto di uno sguardo.
Mai immobili ,in perenne spostamento,si avvicinavano tra loro si riconoscevano si stabilivano rapide gerarchie,dettate
dalla determinazione dei comportamenti,e poi gli sguardi lunghi per capire se vi era qualcosa da colpire e se vi era
da associarsi ad altri per compiere quei gesti distruttivi
ogni tanto uno sguardo attorno per vedere se si avvicinava un pericolo e se ci si era spinti troppo oltre e il rischio
dell’isolamento diventava reale.Tra questi vi erano anche
dei veri casi clinici di schizofrenia violenta ,pupille dilatate ,tremore diffuso,nel sorriso nervoso di taluni
la soddisfazione adrenalinica del gesto compiuto.In mezzo
a queste immagini e sensazioni mi sono posto il problema di come ragionassero ,di cosa passasse per la testa a quegli
individui cosa poteva essere il motivo che ci faceva diversi
pur nello stesso luogo ,pur contro un potere insopportabile.
la mia personale sensazione e che noi eravamo i nemici,
che si doveva distruggere quello che noi stavamo cercando
di fare ,noi andavamo isolati dal resto della città ,noi
non dovevamo parlare,di noi della nostra protesta non si doveva parlare all’indomani,siamo al punto che alcune schegge
generazionali odiano profondamente,noi,la democrazia,i nostri valori,odiano persino l’aspirazione ad un mondo mogliore,per loro non c’è domani quindi non ci deve essere per nessuno.

armando

Anna Maria Di Miscio 18 ottobre 2011 - 17:27

https://www.facebook.com/photo.php?fbid=2478802054777&set=a.2258438385823.2135779.1394307505&type=1&theater

osservate questa foto, un artista di strada in piazza navona il 1 ottobre, sembra anticipare l’articolo di celeste.
i grigi del 1 ottobre in piazza navona si sono improvvisamente animati il 15?

lo dico ad alfonso gianni e ai nostri più illuminati dirigenti di partito: l’articolo sulle zone grigie ci interroga, ci suggerisce altre griglie interpretative di questo nostro tempo, non più ordinato nè ordinabile in tipologie: il partito, il movimento, l’associazione, i gruppi di potere, le masse.

a me sembra piuttosto che il protagonismo delle moltitudini di oggi abbia preso il posto delle moltidudine di allora, quando ancora era possibile con un servizio d’ordine, contenere i margini.
a me sembra questo nostro tempo si sia fatto zona grigia, a me sembra che non si faccia più intercettare dalle leadership alla ricerca di consenso alle urne. non solo, il rischio è, prendendo le distanze dalle zone grigie, di avere un occhio miope, accecarsi.
allora sì che l’unica risposta possibile è la legge reale, che “la protesta produce casino e quindi porta al fascismo non all’alternativa”.

non ho ricette. ma proviamo a produrne.

Guido Margheri 18 ottobre 2011 - 16:34

Celeste Costantino ha ragione. Ci sono i “neri” convinti, tutt’altro che spontanei, ci sono i provocatori e gli infiltrati, ma c’è anche una “zona grigia” del movimento che si è fatta coinvolgere negli scontri, oppure, pur non volendo parteciparvi direttamente, ha, comunque, continuato a proporre una capziosa distinzione tra mezzi, che sarebbero diversi, e fini, che, invece, sarebbero comuni, per giustificare la presenza dei “neri” stessi nel movimento. Eleganti esponenti del movimento apparsi in televisione hanno usato continuamente il termine “pratiche” definendo quelle dei “neri” estranee o esterne, ma considerandole legittime e rifiutandosi di esprimere un giudizio di merito sulle pratiche altrui. Come se uno degli obiettivi dichiarati di quanto è successo Sabato non fosse stato esplicitamente quello di togliere la parola al movimento oscurandone le ragioni. Qui sta il problema. Non è solo una questione di “pratiche”. Mezzi e fini non sono affatto slegati e la critica anti-capitalista dei “neri”, la loro violenza, i loro metodi, i loro obiettivi sono permeati di una sub-cultura profondamente antidemocratica che si alimenta ampiamente con filoni culturali reazionari e di destra. Il fatto che anche la loro violenza sia anche espressione della crisi e delle rotture nella coesione sociale che essa produce, a mio parere, è un’aggravante perchè rispondere alla crisi in questo modo rafforza le strutture del potere che si vorrebbero combattere e, anzi, favorisce la messa in discussione della stessa dimensione democratica. In sostanza occorre aprire una discussione seria per dire che la cultura dei “neri” non deve avere diritto di cittadinanza nei movimenti (vale anche per la TAV e gli studenti, non solo per gli “indignados”) e che la cultura del movimento è espressione di valori di democrazia e di solidarietà alternativi a quelli delle oligarchie politico finanziarie e, quindi, alla violenza antipolitica e nichilista (azzeccata definizione di Alfonso Gianni) proposta dai “neri” stessi. E’ solo da una scelta del genere, chiara sui contenuti e sugli obiettivi, che poi può nascere anche l’organizzazione e l’autodifesa del proprio diritto a manifestare nelle forme più adatte ad esprimere il tempo presente. I “neri” saranno un elemento politico permanente nei prossimi anni con cui fare i conti fino in fondo sul piano politico e culturale, oltre che su quello organizzativo, se vogliamo lo sviluppo di movimenti di massa positivi.

Marcello Pesarini 18 ottobre 2011 - 16:33

Grazie Celeste, è necessario starci in mezzo alle cose e parlare con le persone,senza vergognarci di essere poco intellettuali se la violenza ci fa arrabbiare. Non si può essere con tutti e col contrario di tutti. L’Italia è veramente un brutto paese, governato veramente da una banda di farabutti, il che accentua le difficoltà della lotta alla globalizzazione. Qunado si dice che Berlusconi (mi spiace nominarlo, ma dargli un vezzeggiativo è peggio) ha saputo tirare fuori il peggio di noi la cosa si traduce nel vuoto che impedisce di comunicare nei luoghi di lavoro, nei giovani che non hanno la stessa ammirazione nei confronti dei compagni che avevo io nei confronti dei compagni più grandi, nelle donne che non fanno politica ma resistono ( e che dovrebbero fare, loro almeno lo sanno fare, assicurano ancora una cura a sè ed ai nuclei famigliari). Non vedo alternative se non ricostruire elementi di democrazia, piccoli mattoni di diritto certo, di lavoro, di non solitudine. Però un diritto lo vorrei: poter dire di fronte ad atteggiamenti che ho visto crescere negli stadi, attorno ai centri sociali, nei locali da sballo, che la strafottenza e l’autoesaltazione non solo non hanno nulla di rivoluzionario, ma spesso sono espresse da chi se lo può permettere, perchè chi sta veramente male oltre ad essere disperato è anche più umano. Altrimenti vale la legge di chi è più duro, figo, e conosce le citazioni a memoria.

Alessandro Cerminara 18 ottobre 2011 - 15:34

Dobbiamo avere il coraggio di dire che chiunque anche solo giustifichi la violenza è un FASCISTA. E dobbiamo stare nel movimento per evitare che produca comunicati deliranti come “noi non siamo violenti ma non giudichiamo chi sceglie altre forme di lotta” (???)

Enrico S 18 ottobre 2011 - 15:12

Niente ambiguità sulla natura “politica” dei black Block.
Esprimono un’ideologia (diciamo un’idea va’ che ideologia è già troppo complicato) fascista.
Oggi spaccano le vetrine, domani fanno a botte allo stadio, dopodomani tenteranno di intimidirti con la violenza se esprimi un’idea diversa, e fra tre giorni sono sul libro paga dei capitalisti (come su quello degli agrari nel “22).
Perciò meno analisi sociologiche in questo caso e più chiarezza niente nero o grigio: vanno isolati e contenuti anche con un opportuno servizio d’ordine (preciso, non sto parlando di violenza : servizio d’ordine è anche un gruppo di 100 persone con una maglia colorata armata di fischietti e macchina fotografica – se poi quelli in prima fila vengono aggrediti c’é sempre la legittima difesa e una seconda fila che suona altri strumenti).
Occorre non farsi troppe illusioni: dall’altra parte usano tutto quello che c’é anche la provocazione di quattro ragazzetti pieni solo di rabbia e vuoti di idee. (Sennò comemai tutti sapevano quello che sarebbe successo tranne che al Ministero degli Interni?)

Massimo Francescangeli 18 ottobre 2011 - 14:47

Grazie ad Alfonso Gianni per il commento di Luciana Castellina, che mi era sfuggito, come sempre di grande spessore. Al di là della necessità di comprendere i fenomeni sociali ed anche i ragazzi che cadono nelle reti di strategie altrui, devo dire comunque che una lettura di tipo esclusivamente sociologistico mi convince poco; io sabato ero nello spezzone di SEL ed ho visto la vera e propria aggressione verso il corteo effettuata da una squadra organizzata militarmente, con tanto di ordigni esplosivi, tanto che un compagno ci ha quasi rimesso una mano: non era spontaneità e l’organizzazione militaresca si percepiva già all’uscita di Termini; una cosa è il “pischello” che si fa coinvolgere nello scontro, avendo magari come unico elemento di socializzazione la curva, una cosa i militari di carriera che ho visto all’opera, che non possono non avere un’organizzazione anche notevole alle spalle e qualche cervello – ritengo tra quelli che Castellina stigmatizza – alle spalle.
Una sola ulteriore considerazione: un episodio citato ma non troppo evidenziato mi ha particolarmente colpito, cioè l’incendio di via Labicana, che ha coinvolto degli appartamenti, con persone (anche due bambini, a sentire il TG regionale) che hanno rischiato di rimanere tra le fiamme; chi ha la memoria degli anni 70 non può non tornare all’infame vicenda dei fratelli Mattei (ed alla pochezza – umana ancor prima che politica – di certi leader di movimento che mandavano noi ragazzi a far cortei in cui si gridava l’innocenza di Lollo sapendo la verità) e forse ancor di più, per l’impatto emozionale che ebbe sul movimento del 77, all’Angelo azzurro di Torino, che almeno per me rappresentò la vera perdita dell’innocenza. Ho letto molti commenti sui siti ultrà dell’antagonismo e quello che mi spaventa, al di là delle “strategie” è una sorta di machiavellismo da strapazzo privo di qualsivoglia considerazione etica di fondo, che mi ricorda il peggio di alcune teorizzazioni di quegli anni.

Edoardotrotta 18 ottobre 2011 - 13:50

A proposito di 5 Stelle.
In Molise ha vinto la destra!!! Grazie 5 Stelle, e grazie alle ambiguità della Sinistra.
Senza Sinistra NON NSI VINCE …..

Alfonso Gianni 18 ottobre 2011 - 13:48

Scusate se riporto un commento che nella sua sinteticità dice l’essenziale. E’ una dichiarazioen di Luciana Castellina che anche per ragioni di età, di manifestazioni ne ha fatte parecchie:

“A Berlino ho partecipato ad una delle 780 manifestazioni del 15 ottobre e
poi nel pomeriggio sono venuta a Roma e ho seguito tornando ciò che stava
accadendo.
La prima domanda che ci si pone è “perchè in Italia?”. I black blok ci sono
sempre stati anche altrove ma in Italia arrivano sempre in un momento
politico particolare. E così nelle 780 manifestazioni solo in Italia accade:
io non dico che siano squadre pagate da Berlusconi, sicuramente c’è anche un
po’ di questo ma c’è un fatto più grave che in Italia sono venute meno tutte
le forme di mediazione sociale e politica e questo ha provocato un vuoto
selvaggio dentro cui si inserisce una rabbia primordiale, il disgusto e il
disincanto. E’ un fenomeno molto preoccupante: in Italia c’è un problema
molto preciso.

L’antipolitica portata all’esasperazione, portata ad un certo livello è
anche il frutto dell’assenza di mediazione, dove non c’è più alcuna forma di
solidarietà, di civismo, di responsabilità collettiva. Ma io me la “piglio”
anche con il movimento, quando si portano in piazza così tante persone ci si
assume anche una grande responsabilità. Noi avevamo un servizio d’ordine per
evitare ogni possibile infiltrazione.

Mentre adesso vige il mito della spontaneità antipolitica. Mi è arrivato
l’appello degli indignados di Barcellona, dicono: “non c’è nessun partito
politico che ci rappresenta, non c’è nessun sindacato che ci rappresenta:
non vogliamo essere rappresentati da nessuno”. E qui c’è un problema: la
democrazia moderna è fondata sulla rappresentanza, sulla selezione di
leadership riconosciute e di cui si accetta il vincolo delegativo. E’
prevalsa quest’idea, una teorizzazione non innocente che basta la
moltiplicazione delle proteste di una moltitudine per creare un’alternativa.

Ora purtroppo le proteste della moltitudine che non è mai omogenea produce
casino e quindi porta al fascismo non all’alternativa. Per l’alternativa ci
vuole il progetto, la cultura costruita, ci vuole la politica. Io non ce
l’ho con i ragazzi che sono stati scottati perché hanno visto la politica
ridotta ad una ricerca di consenso invece che alla costruzione del senso, o
a mera gestione del potere.

Io me la prendo con i più grandi che civettano con i più giovani. Un dialogo sincero
tra generazioni oggi è obbligatorio.”

Anna Maria Di Miscio 18 ottobre 2011 - 13:21

un’eccedenza di cui tener conto. grazie celeste per questa intelligente e lucida analisi. abbiamo bisogno di belle menti così, come la tua.

Semprerosso69 18 ottobre 2011 - 12:43

Si vabbè, ma troppe pippe mentali! Quei ragazzetti vestiti di nero che hanno eccitato e mosso alla pugna tanti altri ragazzetti vestiti di grigio, non è che siano così tanto capaci di acume politicistico e/o sintesi socio-antropologiche. Quelli sono ragazzetti cresciuti nel loro specifico “qualunquismo antagonista”, fatto di slogan da ultras e basta: “lA GUERRA L’HANNO DICHIARATA LORO A NOI!”, “A.C.A.B.”, “LIBERTA’ PER I COMPAGNI DI ROSARNO!”, ed altre amenità del genere!
Bisogna avere il coraggio di scrivere che sono solo quattro deficenti ventenni! Che se avessero avuto dei genitori con le palle, col cavolo che avrebbero avuto tutto quest’agio di andare in Val di Susa, ad Atene o a Roma a cercare rogne!
E poi, proprio per evitare queste infamità, che buttano solo fango sulla stragrande maggioranza di MILITANTI SERI, è indispensabile organizzare SEMPRE un servizio d’ordine con le palle (se ci fossero stati gli operai della Falck, di Mirafiori o di Fincantieri, sarebbero bastate 4 sberle a ‘sti deficienti per farli rientrare in riga!).
Senza una seria organizzazione non si va da nessuna parte. Si fa la fine di Grillo e 5stelle (bla-bla a iosa).

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Mentre Arcigay lancia uno spot con la canzone di Jovanotti “Ti sposerò”, a Napoli la maggioranza di sinistra che sostiene il sindaco De Magistris ha approvato il registro delle unioni civili anche per le coppie gay e lesbiche. Naturalmente ha votato contro la destra, mentre Futuro e Libertà si è astenuta. Dopo l’accesso al fondo [...]

Genova: dalle primarie un nuovo centrosinistra

La vittoria di Marco Doria alle primarie di Genova è uno straorinario segnale civico e politico che parla dalla citta ligure a tutto il paese riprendendo con forza il filo di un nuovo centrosinistra da costruire a partire dai territori. Ancora una volta le primarie sono lo strumento di partecipazione democratica per dare forza a [...]

La Puglia come locomotiva del Mezzogiorno

I dati Istat sul prodotto interno lordo consolidano la posizione della Puglia come locomotiva del Mezzogiorno, cresce quasi ai livelli del nord del Paese. In questi anni la Puglia è riuscita a coniugare le proprie tradizioni, la propria storia e le vocazioni produttive con l’innovazione e la tecnologia. Ha toccato buoni livelli di specializzazione grazie [...]

Istat: in Puglia 25mila occupati in più. Miglior dato in Italia

Tempi bui per l’economia e per l’occupazione in particolare, ma secondo l’Istat, che in qualche maniera rafforza il quadro congiunturale illustrato dal presidente Nichi Vendola nel corso della conferenza stampa di fine anno, la Puglia è in controtendenza al punto da guidare il plotone (esiguo) di regioni con un segno più davanti alla voce nuovi [...]

Immigrazione. In Puglia fa rima con accoglienza

Lecce. E’ quella salentina la provincia più ambita dai migranti in Puglia. Lo rivela il rapporto “Sprar 2010 – 2011″ che fotografa i progetti di accoglienza. LECCE – Il Salento è la provincia pugliese preferita dai migranti in cerca di salvezza. Merito dell’accoglienza che vi trovano. Si sofferma proprio sul tema centrale dell’accoglienza, il rapporto [...]

Cascina, via libera al registro delle coppie di fatto

La maggioranza di centro sinistra approva un ordine del giorno in cui si prevede anche la promozione di politiche di sostegno “alle famiglie fondate sul matrimonio, di fatto o naturali”. E’ stato approvato ieri, in occasione della seduta del Consiglio comunale di Cascina, da tutte le forze politiche del centro-sinistra che sostengono il sindaco Antonelli, [...]

La serra fotovoltaica

A Villasor, in provincia di Cagliari, creati 90 posti di lavoro Investiti 70 milioni da multinazionali indiane e americane: 26 ettari coperti su 134 di serre produrranno 20 MW elettrici MILANO – Unire l’agricoltura alla produzione di energia elettrica, creando anche 90 posti di lavoro in una regione, la Sardegna, da anni alle prese con [...]

Sono Lucia, ho la sclerosi. Ma ora cammino

Casarano. Una giovane donna ammalata, si alza dalla sedia a rotelle grazie alla cannabis. Che si sperimenta a Casarano. Oggi un ‘caffè’ diverso da tutti gli altri, per scuotere gli animi disfattisti e diffidenti che purtroppo troppo spesso popolano questo quotidiano on line: una storia di ottimismo, scritta prima da un’amministrazione illuminata, come quella di [...]

Cagliari, così si fa

Stop agli affitti per il comune di Cagliari. La Giunta comunale taglia le locazioni passive, d’ora in poi gli uffici si trasferiranno dagli edifici in affitto a quelli di proprietà: “Si risparmierà oltre un milione di euro”. Ecco cosa cambia. Un risparmio di oltre 1.100.000 euro l’anno per le casse dell’amministrazione. E’ quanto prevede l’atto [...]

Buone notizie

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