L’Italia invasa dal cemento

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Visto che in tv i plastici per raccontare i crimini più efferati sembrano diventati irrinunciabili, vorrei allora proporne uno di sicuro interesse: una riproduzione in scala dell’Italia, un’enorme scena del delitto. Le armi sono il cemento di capannoni, centri commerciali, speculazioni edilizie e molti impianti per produrre energia, rinnovabile e non; i moventi sono la stupidità e l’avidità; gli assassini tutti quelli che hanno responsabilità nel dire di sì; i complici coloro che non dicono di no; le vittime infine gli abitanti del nostro Paese, soprattutto quelli di domani.

I dati certi su cui fare affidamento sono pochi, non sempre concordanti per via dei diversi metodi di misurazione utilizzati, ma tutti ci parlano in maniera univoca di un consumo impressionante del territorio italiano. Stiamo compromettendo per sempre un bene comune, perché anche la proprietà privata del terreno non dà automaticamente diritto di poterlo distruggere e sottrarlo così alle generazioni future. Circa due anni fa su queste pagine riportavamo che l’equivalente della superficie di Lazio e Abruzzo messi insieme, più di 3 milioni di ettari liberi da costruzioni e infrastrutture, era sparita in soli 15 anni, dal 1990 al 2005. Dal 1950 abbiamo perso il 40% della superficie libera, con picchi regionali che ci parlano, secondo i dati del Centro di Ricerca sul Consumo di Suolo, di una Liguria ridotta della metà, di una Lombardia che ha visto ogni giorno, dal 1999 al 2007, costruire un’area equivalente sei volte a Piazza Duomo a Milano. E non finisce qui: in Emilia Romagna dal 1976 al 2003 ogni giorno si è consumato suolo per una quantità di dodici volte piazza Maggiore a Bologna; in Friuli Venezia Giulia dal 1980 al 2000 tre Piazze Unità d’Italia a Trieste al giorno. E la maggior parte di questi terreni erano destinati all’agricoltura. Per tornare ai dati complessivi, dal 1990 al 2005 si sono superati i due milioni di ettari di terreni agricoli morti o coperti di cemento.

Come si vede, le cifre disponibili non tengono conto degli ultimi anni, ma è sufficiente viaggiare un po’ per l’Italia e prendere atto delle iniziative di questo Governo (il Piano Casa, per esempio) e delle amministrazioni locali per rendersene conto: sembra che non ci sia territorio, Comune, Provincia o Regione che non sia alle prese con una selvaggia e incontrollata occupazione del suolo libero. Purtroppo, nonostante il paesaggio sia un diritto costituzionale (unico caso in Europa) garantito dall’articolo 9, la legislazione in materia è in gran parte affidata a Regioni ed Enti locali, con il risultato che si creano grande confusione, infiniti dibattiti, nonché ampi margini di azione per gli speculatori. Per esempio la recente legge regionale approvata in Toscana che vieta l’installazione d’impianti fotovoltaici a terra sembra valida, ma è già contestata da alcune forze politiche. In Piemonte è stata invece approvata una legge analoga, ma meno efficace, suscitando forti perplessità dal “Movimento Stop al Consumo del Territorio”. In realtà, in barba alle linee guida nazionali per gli impianti fotovoltaici – quelli mangia-agricoltura – essi continuano a spuntare come funghi alla stregua dei centri commerciali e delle shopville, di aree residenziali in campagna, di nuovi quartieri periferici, di un abusivismo che ha devastato interi territori del nostro Meridione anche grazie a condoni edilizi scellerati.

Ci sono esempi clamorosi: Il Veneto, che dal 1950 ha fatto crescere la sua superficie urbanizzata del 324% mentre la sua popolazione è cresciuta nello stesso periodo solo per il 32%, non ha imparato nulla dall’alluvione che l’ha colpito a fine novembre. Un paio di settimane dopo, mentre ancora si faceva la conta dei danni, il Consiglio Regionale ha approvato una leggina che consente di ampliare gli edifici su terreni agricoli fino a 800 metri cubi, l’equivalente di tre alloggi di 90 metri quadri.

Guardandoci attorno ci sentiamo assediati: il cemento avanza, la terra fa gola a potentati edilizi, che nonostante siano sempre più oggetto d’importanti inchieste giornalistiche, e in alcuni casi anche giudiziarie, non mollano l’osso e sembrano passare indenni qualsiasi ostacolo, in un’indifferenza che non si sa più se sia colpevole, disinformata o semplicemente frutto di un’impotenza sconsolata. Del resto, costruire fa crescere il Pil, ma a che prezzo. Fa davvero male: l’Italia è piena di ferite violente e i cittadini finiscono con il diventare complici se non s’impegnano nel dire no quotidianamente, nel piccolo, a livello locale. Questa è una battaglia di tutti, nessuno escluso.

Ora si sono aggiunte le multinazionali che producono impianti per energia rinnovabile, insieme a imprenditori che non hanno mai avuto a cuore l’ambiente e, fiutato il profitto, si sono messi dall’oggi al domani a impiantare fotovoltaico su terra fertile, ovunque capita: sono riusciti a trasformare la speranza, il sogno di un’energia pulita anche da noi nell’ennesimo modo di lucrare a danno della Terra. Anche del fotovoltaico su suoli agricoli abbiamo già scritto su queste pagine, prendendo come spunto la delicatissima situazione in Puglia. I pannelli fotovoltaici a terra inaridiscono completamente i suoli in poco tempo, provocano il soil sealing, cioè l’impermeabilizzazione dei terreni, ed è profondamente stupido dedicargli immense distese di terreni coltivabili in nome di lauti incentivi, quando si potrebbero installare su capannoni, aree industriali dismesse o in funzione, cave abbandonate, lungo le autostrade. La Germania, che è veramente avanti anni luce rispetto al resto d’Europa sulle energie rinnovabili, per esempio non concede incentivi a chi mette a terra pannelli fotovoltaici, da sempre. Dell’eolico selvaggio, sovradimensionato, sovente in odore di mafia e sprecone, se siete lettori medi di quotidiani e spettatori fedeli di Report su Rai Tre già saprete: non passa settimana che se ne parli su qualche testata, soprattutto locale, perché qualche comitato di cittadini insorge. È sufficiente spulciare su internet il sito del movimento “Stop al Consumo del Territorio”, tra i più attivi, e subito salta agli occhi l’elenco delle comunità locali che si stanno ribellando, in ogni Regione, per i più disparati motivi.

Intendiamoci, questo non è un articolo contro il fotovoltaico o l’eolico: è contro il loro uso scellerato e speculativo. Il solito modo di rovinare le cose, tipicamente italiano. Anche perché l’obiettivo del 20% di energie rinnovabili entro il 2020 si può raggiungere benissimo senza fare danni, e noi siamo per raggiungerlo ed eventualmente superarlo. Questo vuole essere un grido di dolore contro il consumo di territorio e di suolo agricolo in tutte le sue forme, la più grande catastrofe ambientale e culturale cui l’Italia abbia assistito, inerme, negli ultimi decenni. Perché se la terra agricola sparisce il disastro è alimentare, idrogeologico, ambientale, paesaggistico. E’ come indebitarsi a vita e indebitare i propri figli e nipoti per comprarsi un televisore più grosso: niente di più stupido.

Il problema poi s’incastra alla perfezione con la crisi generale che sta vivendo l’agricoltura da un po’ di anni, visto che tutti i suoi settori sono in sofferenza. Sono recenti i dati dell’Eurostat che danno ulteriore conferma del trend: “I redditi pro-capite degli agricoltori nel 2010 sono diminuiti del 3,3% e sono del 17% circa inferiori a quelli di cinque anni fa”. Così è più facile convincere gli agricoltori demotivati a cedere le armi, e i propri terreni, per speculazioni edilizie o legate alle energie rinnovabili. Ricordiamoci che difendendo l’agricoltura non difendiamo un bel (o rude) mondo antico, ma difendiamo il nostro Paese, le nostre possibilità di fare comunità a livello locale, un futuro che possa ancora sperare di contemplare reale benessere e tanta bellezza.

Per questo è giunto il momento di dire basta, perché rendiamoci conto che siamo arrivati a un punto di non ritorno: vorrei proporre, e sperare che venga emanata, una moratoria nazionale contro il consumo di suolo libero. Non un blocco totale dell’edilizia, che può benissimo orientarsi verso edifici vuoti o abbandonati, nella ristrutturazione di edifici lasciati a se stessi o nella demolizione dei fatiscenti per far posto a nuovi. Serve qualcosa di forte, una raccolta di firme, una ferma dichiarazione che arresti per sempre la scomparsa di suoli agricoli nel nostro Paese, le costruzioni brutte e inutili, i centri commerciali che ci sviliscono come uomini e donne, riducendoci a consumatori-automi, soli e abbruttiti.

Una moratoria che poi, se si uscirà dalla tremenda situazione politica attuale, dovrebbero rendere ufficiale congiuntamente il Ministero dell’Agricoltura, quello dell’Ambiente e anche quello dei Beni Culturali, perché il nostro territorio è il primo bene culturale di questa Nazione che sta per compiere 150 anni. Sono sicuro che le tante organizzazioni che lavorano in questa direzione, come la mia Slow Food, o per esempio la già citata rete di Stop al Consumo del Territorio, il Fondo Ambientale Italiano, le associazioni ambientaliste, quelle di categoria degli agricoltori e le miriadi di comitati civici sparsi ovunque saranno tutti d’accordo e disposti a unire le forze. È il momento di fare una campagna comune, di presidiare il territorio in maniera capillare a livello locale, di amplificare l’urlo di milioni d’italiani che sono stufi di vedersi distruggere paesaggi e luoghi del cuore, un’ulteriore forma di vessazione, tra le tante che subiamo, anche su ciò che è gratis e non ha prezzo: la bellezza. Perché guardatevi attorno: c’è in ogni luogo, soprattutto nelle cose piccole che stanno sotto i nostri occhi. È una forma di poesia disponibile ovunque, che non dobbiamo farci togliere, che merita devozione e rispetto, che ci salva l’anima, tutti i giorni.

Carlo Petrini

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Carla Cirillo 22 gennaio 2011 - 19:42

sinceramente, su questo tema mi aspettavo una diversa partecipazione, molto più accesa e partecipativa. L’erosione del territorio è tra i problemi più gravi che attanaglia l’Italia. A nulla serve fare una poltica oculata se poi la maggior parte dei soldi deve essere impiegata per tamponare qua e là tutte le falle che si aprono sul nostro territorio. Anche le professionalità legate all’attenzione all’ambiente non sono così diffuse nel nostro paese, dove è evidente un appiattimento verso facoltà come economia e commercio, marketing, economia aziendale, ecc. e che spesso poi non offrono possibilità immediate di sbocco nel mercato del lavoro, perchè scelte da un numero sproporzionato di giovani convinti di avviarsi a carriere di manager ricchi e inconsapevoli che, nella migliore delle ipotesi, finiranno sfruttati come limoni dalle multinazionali. Nel frattempo le risorse del territorio rimangono inutilizzate e la bellezza devastata dalla speculazione edilizia. Dovremmo interrogarci più spesso su quello che abbiamo intorno a noi. Il limite della tecnologia e delle generazioni future sta nel distacco dal reale, perchè si vive prevalentemente nel virtuale.

Carla Cirillo 20 gennaio 2011 - 19:26

non vorrei insistere, ma, pur essendo d’accordo con le considerazioni di cf, tuttavia mi è capitato tantissime volte di litigare con gli amministratori del mio ex partito (ds), i quali, a parità di scelte, spesso hanno preso le parti di singoli individui o imprese a danno degli interessi generali, costringendo la locale sezione a manifestazioni con i cittadini per impedire scelte incondivisibili. Credo sinceramente che fare una bella autocritica tra i dirigenti del centrosinistra sia ormai impossibile e, quindi, un ricambio anche generazionale si impone nei fatti, indipendentemente dal caso per caso. Non possiamo offrire ai giovani tanti cattivi esempi che, alla fine, spingono i cittadini ad affermare che in politica sono tutti uguali. E’ questo il prezzo che si paga quando non si è coerenti con quanto si va dicendo a destra e a manca, in tv o sui giornali. Credetemi, gli elettori sono molto più severi con la sinistra che con la destra. Considerano che la destra fa bene il suo mestiere, ma noi facciamo male il nostro.

Cf 20 gennaio 2011 - 18:25

La mia convinzione è che la carenza di risorse abbia molteplici cause. Certamente una inefficace azione tributaria (facilitata da norme farragginose ed in taluni casi contraddittorie) pesa in una misura non trascurabile, ma non solo. C’è anche – ed a mio avviso, soprattutto – una causa di defict strutturale, di squilibrio tra spesa pubblica (orientata ad assicurare una qualità dei servizi, pur con alcune ombre, corrispondente al livello culturale ed alle aspettative di vita di un paese progredito quale l’Italia è) e risorse complessivamente disponibili (l’Italia è un paese “povero” di materie prime e la sua economia si fonda principalmente – anche se vi sono alcune eccellenze di livello mondiale – sulla produzione manufatturiera che nel complesso “producono” una “ricchezza” mediamente inferiore a quella di paesi analoghi al nostro) che ha portato il paese a vivere al di sopra delle sue reali possibilità, facendo leva sul debito pubblico, sulla svalutazione monetaria e sul ritardo nell’adottare standard di sicurezza e qualità appropriati (svalutazione e ritardi non più possibili dall’ingresso nella moneta unica e dall’introduzione del sistema sanzionatorio per il mancato recepimento delle direttive comunitarie). Poi certamente pesano anche errate politiche governative, una eccessiva passività del sistema produttivo poco propenso ad innovarsi ed investimenti – come quelli militari – non sempre coerenti con le effettive necessità di difesa. L’unica strada percorribile è – a mio avviso – una maggiore autonomia impositiva degli enti locali (che favorisca, premiandoli, i comportamenti virtuosi) ed una più puntuale tassazione della ricchezza (con particolare riferimento a quella patrimoniale, di natura certa, anche attraverso procedimenti come quello che ho indicato nell’articolo del mio blog citato). Tuttavia è altrettanto evidente che non è solo un problema di efficenza del sistema o di inadeguata tassazione e che senza una crescita economica del paese difficilmente si potrà stabilmente invertire il declino in atto. Partire comunque dal recuperare una parte significativa dell’evasione (come ridurre la spesa militare) non risolverà il problema complessimo, ma potrà consentire di disporre di una quota di risorse da destinare alla mitigazione dei maggiori squilibri e per investire in innovazione con l’obbiettivo di rilanciare nel medio periodo l’economia del paese.

Giuseppe Vecchi 20 gennaio 2011 - 15:09

A cf. Nella tua disanima mancano però delle proposte. C’è da chiedersi come mai i soldi manchino. Mancata lotta all’evasione? Costi della politica? Sprechi?… Faccio una proposta per reperire subito un po’ di soldini: 131 caccia di nuova generazione della Lockheed Martin x 141 milioni/cadauno = 18,471 miliardi di euro. Qualcosa si potrebbe fare con quei soldi. Spero la proposta non passi per demagogica.
Mi chiedo poi anche perchè molte amministrazioni lascino (specie in realtà di paesi di montagna) affittare appartamenti o case in estate in nero senza recuperare nulla da questa evasione che è sotto gli occhi di tutti, ma questo fa parte della politica di non scontentare i possibili elettori.
Giuseppe

Cf 20 gennaio 2011 - 14:57

Non è mia intenzione assumere il ruolo di difensore d’ufficio di alcuno ed è evidente che occorre sempre distinguere caso per caso. Tuttavia è utile avere un quadro completo della situazione per poter agire più efficacemente. Perchè se l’accoglimento (nel senso di fare propria) di una cultura della tutela e della valorizzazione del patrimonio culturale ed artistico (incluso il territorio) è la premessa indispensabile per cambiare strada è la disponibilità di strumenti e risorse idonee ad incidere sui processi in corso che condiziona ed ipoteca la possibilità di concretizzare le aspettative auspicate. Certamente il fenomeno della cementificazione del suolo è eterogeneo ed investe interessi privati e debolezza della classe politica amministrativa, ma è altrettanto oggettivo che la questione delle risorse rappresenta oggi una spada di damocle non trascurabile. Gli introiti ordinari della P.A. sono sostanzialmente legati ai tributi – che coprono non più del 80/85% il costo dei servizi a cui sono connessi – ed ai trasferimenti statali – sempre più esigui – e non sono in alcun modo in grado di assicurare la copertura completa per le spese di mero funzionamento dell’ente (stipendi e spese di gestione del patrimonio disponibile), figuriamoci per attuare politiche sociali e culturali o sostenere l’ammortamento dei prestiti (mutui della Cassa Deposito e prestiti) necessari agli investimenti infrastrutturali. Financo la manutenzione ordinaria delle infrastrutture (aree verdi, strade, etc.) è diventata inostenibile e subisce continui tagli. Una carenza che si è manifestata progressivamente negli anni a causa del mancato adeguamento dei trasferimenti statali al costo della vita (tributi e trasferimenti che restavano sostanzialmente stabili mentre il costo dei servizi e delle forniture aumentava nell’ordine del 3/5% su base annua) e che ha avuto il colpo di grazia definitivo con l’abolizione dell’ICI sulla prima casa (non compensato dai trasferimenti statali promessi).
Ed è in questo contesto che ha preso sempre più piede – anche da parte di amministrazioni precedentemente virtuose – il ricorso progressivo all’utilizzo degli oneri di urbanizzazione per la copertura delle spese ordinarie che ha a sua volta alimentato l’inserimento negli strumenti urbanistici di nuove aree edificatorie per incrementare l’afflusso di oneri (che necessitano anche per la realizzazione delle infrastrutture previste dalla legge) fino ad arrivare alla spirale incontrollata di oggi. Piaccia o meno con questo aspetto occorre confrontarsi, perchè è ipocrita limitarsi a protestare per l’uso indiscriminato del suolo e contestualmente perchè le politiche socio-culturali del comune in cui viviamo sono inadeguate o successivamente per i tagli operati dagli enti locali (se decidono di non edificare ulteriore suolo e dunque di rinunciare agli introiti ad esso correlati), senza porsi come primo obbiettivo il risolvere fattivamente (certamente non ipotizzando l’aumento dei trasferimenti statali, dato l’altissimo deficit pubblico italiano) la carenza di risorse che stà a monte delle – giuste – criticità (in termini di spreco del territorio) denunciate.

Giuseppe Vecchi 20 gennaio 2011 - 08:27

Concordo con quanto dicve Carla. Tra l’altro il tempo del sacco del territorio è iniziato in tempi non recentissimi, ben prima dei tagli indiscriminati ai comuni. Basti ricordare l’esempio della costa romagnola, saccheggiata negli anni di pieno PCI. Per onor di cronaca riporto anche il caso di Bologna che ai tempi di Zangheri era (non solo per l’urbanistica) un esempio di buona amministrazione e di sviluppo ordinato e a misura d’uomo. Ma allora i piani regolatori li seguiva Cervellati, non la speculazione.
Dal web: “C’era una volta una città modello. Celebrata in Italia e fuori per come si viveva nel centro storico e per come erano state costruite le sue periferie. Per gli autobus, per il colore delle facciate e dei portici e per le piazze, prime in Italia, riservate ai pedoni. Per l’aria che si cacciava nei, polmoni. Per la quantità e la qualità del verde e per i vasti spazi pubblici che allietavano i palazzi ai edilizia popolare. Poi, si racconta, a un certo punto Bologna ha deciso di cambiare rotta. Ha scelto un’urbanistica del caso per caso. E ha cominciato a emettere respiri più corti nel timore che di quelli lunghi non avrebbe visto l’esito.”
Probabilmente anche in questo caso in molti (a dx e a sx????) direbbero che si è conservatori (o ideologici) a rimpiangere certe esperienze. Io dico che stanno sovvertendo tutto l’ordine delle cose e che se non ci si sveglia ci si ritrova tutti ingabbiati sotto il “tallone di ferro”.
Giuseppe

Carla Cirillo 19 gennaio 2011 - 19:57

intervengo di nuovo anche io per testimoniare una contraddizione nel modo di amministrare dei comuni guidati dalle giunte di centrosinistra. Gli errori commessi purtroppo sono esattamente gli stessi delle giunte di centrodestra: in maniera trasversale sull’ambiente si va nella stessa direzione: una speculazione edilizia spinta fino all’inverosimile, un sistema per andare continuamente in deroga ai piani regolatori (ma perchè si fanno se poi non vengono mai rispettati), decisioni prese sempre a favore di certi settori dell’edilizia, ma mai a favore degli interessi generali dei cittadini e del territorio, una caccia agli oneri di urbanizzazione omologata in tutta l’italia (Nord e Sud), il nuovo piano casa altra ghiotta occasione per favorire sempre gli stessi settori gestiti sempre dalle stesse persone. Ma la domanda è: se questa e la realtà dei fatti dovunque, anche per le giunte di centrosinistra, è sufficiente affermare che i comuni sono stati lasciati soli e, non sapendo dove trovare i soldi, rincorrono i soliti oneri di urbanizzazione o in Italia manca, soprattutto nella sinistra, una cultura dell’ambiente che vada al di là del proprio naso? Poichè ritengo che vi sia una questione culturale dietro, credo che una informazione capillare corretta in tutti i luoghi in cui si fa politica a sinistra non sia più rinviabile. Non bastano più i movimenti degli ambientalisti e degli ecologisti da soli se la sinistra non fa una sana autocritica sui problemi legati all’ambiente e all’ecologia. Ci sono da acquisire nuovi e diversi stili di vita e quello che conta è l’esempio anche per i giovani. Insomma predicare bene e razzolare male non porta da nessuna parte.

Giuseppe Vecchi 19 gennaio 2011 - 15:49

A volte però anche gli amministratori pubblici sono facili a sprecare risorse: chi percorre l’autosole, si sarà accorto, all’altezza del casello di Reggio Emilia, dei faraonici ponti (3!) opere dell’architetto Calatrava. Lascio immaginare quante risorse abbiano succhiato quelle strutture (oltre ai costi di manutenzione). Non ne bastava uno, se proprio si voleva qualificare un territorio? Di converso abbiamo poi (solo per fare un esempio) due passaggi a livello sulla Via Emilia per linee ferroviarie locali che in orario di punta causano ingorghi spaventosi alla già precaria circolazione.
Giuseppe

Cf 19 gennaio 2011 - 13:12

Non si può che concordare con l’accorato appello di Carlo Petrini e con i commenti all’articolo. Giuste, nel senso che rispondono alla realtà, le osservazioni di Vanni e di Giuseppe. Vale tuttavia la pena osservare che – a parziale discolpa delle scelte non sempre “felici” compiute negli ultimi decenni dalle amministrazioni comunali – gli enti locali sono stati lasciati sostanzialmente soli, privati progressivamente delle risorse necessarie al corretto funzionamento dei servizi pubblici locali e contestualmente aggravati sempre di maggiori responsabilità ed obblighi. Certamente ciò non giustifica il basso profilo tenuto dalla maggioranza di essi in questa delicatissima materia (favorendo l’edificazione del suolo per incamerare oneri con cui finanziare parte della spesa corrente) e non spiega completamente il fenomeno (è evidente che esistono anche casi di corruzione ed interesse privato in atti pubblici) ma aiuta a comprendere il contesto in cui si è generato (fino ad arrivare all’insostenibile situazione odierna) ed è utile da conoscere per elaborare una “exite strategy” che non può limitarsi alla mera moratoria (perchè i problemi di bilancio sono strutturali e non possono essere sottovalutati). Esistono comunque strade “alternative” (al mero consumo di suolo) praticabili, alcune sperimentate ed altre no e/o ancora da definire. Certo è che è non è più possibile sostenere le politiche in materia urbanistica fino ad oggi adottate dalla larga maggioranza dei comuni italiani ed è giunta l’ora di mettere al centro dell’agenda politica tale tema. Personalmente ho provato a dare un modesto contributo che ho riportato nel mio blog territorio e governo – appunti per l’amministrazione del territorio (http://blog.libero.it/territorio/) nell’articolo “rendita urbana e governo del territorio” pubblicato l’11 ottobre 2008.

Giuseppe Vecchi 19 gennaio 2011 - 12:19

I Berlusconi vanno e vengono, così come gli assessori all’urbanistica, quello che resta è un territorio devastato e irrecuperabile. Riporto da un sito locale (la mia città è Reggio Emilia, città prima in tutta la Regione in quanto a urbanizzazione e cementificazione del suolo:
“Non si può crescere all’infinito in un mondo finito e con dei ritmi insostenibili e non si può ostentare una crescita trainata dall’economia del cemento a scapito del terreno agricolo e del verde pubblico. Le conseguenze sono evidenti, crisi del settore del cemento e dell’indotto cresciuto intorno ad esso, infiltrazioni mafiose nell’economia sana, 7.000 appartamenti sfitti e invenduti e siamo una delle città più inquinate d’Europa.
La lista civica Reggio 5 Stelle ha da sempre proposto alternative. Utilizzo ed incentivo al recupero di tutti i volumi esistenti, seria politica di bilancio che ci porti verso l’indipendenza dagli oneri di urbanizzazione, ricerca di risorse alternative. Una strada percorsa da altre città d’Italia e, soprattutto, d’Europa che hanno detto Stop al consumo di territorio varando un PSC a crescita zero.
Questa amministrazione deve rendersi conto che si sta continuando con la svendita del nostro territorio per costruire case vuote, strade e rotonde. Come diceva Albert Einstein: non si può risolvere un problema con lo stesso modo di pensare che l’ha creato. Bisogna avere il coraggio di cambiare rotta.”

Ma perché nel bel paese si costruisce tanto? Forse perché le Amm. Comunali sono affamate di soldi e le entrate che provengono da quel settore sono una delle maggiori fonti, poi vi sono gli interessi dei costruttori (cooperative e…calabresi, almeno qui), magari anche qualche tangente, quanto vale trasformare, tracciando una riga sulla carta, un terreno agricolo in area edificabile?)
Di questo passo però si va, oltre che verso un mondo invivibile, caratterizzato da caos e qualità della vita sempre peggiore, al suicidio collettivo.
Vi sono paesi (Inghilterra, Germania) dove il consumo di nuovo territorio è stato (per legge) quasi azzerato, ma vi sono anche comuni in Italia che hanno fatto lo stesso (tempo fa ho visto un servizio su un comune dell’hinterland milanese che aveva adottato una politica di questo tipo (e l’edilizia non per questo si era fermata).
I cittadini non possono essere lasciati soli contro gli appetiti insaziabili della speculazione, la politica deve finalmente fare la sua parte. Ecco un punto di programma qualificante per un nuovo governo del paese, che rivoluzioni gli andazzi perversi di questi anni.
Giuseppe

Vanni Maltoni 19 gennaio 2011 - 00:59

@ Paulserra
Mah non è mica questione di ottimismo o pessimismo, è solo che io sul mio territorio vedo combattere questo stato di cose solo da privati cittadini che si organizzano in associazioni o liste civiche, mentre la politica è silente in quanto colpevole.
Non è pessimismo né rassegnazione, è solo una descrizione della situazione. Poi certe battaglie con Legambiente le ho combattute anche io in passato, e ancora ne combatterò anche se si va sempre a sbattere contro un muro di gomma…

Carla Cirillo 18 gennaio 2011 - 19:00

potrei sottoscrivere parola per parola. Sono rimasta sorpresa dall’uso disinvolto di enormi pale eoliche, persino vicino alle case, e anche dai progetti che prevedono i collettori solari a contatto con la terra. Sorpresa perchè mi sembrava ovvio che anche per le energie rinnovabili sono necessarie delle regole e le valutazioni di impatto ambientale. Devo rilevare che chi opera nel settore dell’ecologia (bioarchitetti e bioingegneri) non si comportano così. Leggendo le riviste di ecologia si nota subito una enorme differenza tra le imprese che si ispirano ad un approccio ambientalista ed etico e certe altre imprese motivate da tutt’altro. Sicuramente una corretta informazione aiuterebbe le persone ad orientarsi nella scelta di una casa o della scelta tra energie rinnovabili e non. Tuttavia è effettivamente venuto il momento di fare qualcosa contro il consumo di suolo in Italia e si potrebbe cominciare con una raccolta di firme lanciata dalle associazioni citate nell’intervento.

Paulserra 18 gennaio 2011 - 17:17

apprezzabile la posizione laica e disincantata di Vanni, nessuno, esaminando singolarità, può dirsi esente, l’errore incombe sempre, ma chi prende la parola deve essere pronto a fare coerentemente ciò che ad altri rimprovera.
Spero che l’ottimo incitamento di Petrini per una rivitalizzazione dell’antico anelito al progresso e alla modernità valorizzando e non distruggendo le Risorse convinca Vanni a uscire dal suo cupo pessimismo, facendo seguire alle parole la proposta.

Beniamino Ginatempo 18 gennaio 2011 - 13:18

meno male che c’è Petrini

Vanni Maltoni 18 gennaio 2011 - 11:54

Sig. Petrini, spiace dirlo ma la politica a livello locale è complice di questo sfacelo anche dalla nostra parte. Lei scrive della mia Emilia Romagna, e io non posso fare a meno di notare come la furia distruttrice della Destra qui da noi abbia sempre albergato poco.
Solo le associazioni e le liste civiche si battono contro queste cose, da parte della politica non vi è nessun sostegno. E quando parlo di politica intendo nessun partito politico, inclusa SEL.

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