Il primo congresso di Sinistra ecologia e libertà è stato un enorme successo. Non era un dato scontato, anzi. L’accumulo di sconfitte e scorie accumulate nel corso degli ultimi due anni e mezzo a sinistra consigliava, giustamente, di conservare il sangue freddo di chi sta ancora “attraversando il deserto”. Eppure, quando le parole fluide e appassionate del congresso hanno scaldato i cuori e, via via, reso incandescente la platea (assai più vasta di quella stipata nel Saschall) che acclamava Vendola presidente di Sel e futuro leader del centrosinistra in Italia, neppure i più consumati e cinici osservatori potevano più ignorare la dimensione e l’ambizione di un progetto politico nato con la missione di “cambiare il paese”, non prima di aver cambiato la sinistra.
Aver restituito a tante persone, in tutto il paese, le parole e l’orgoglio di dirsi di sinistra è sicuramente il frutto di un lavoro, ancorché appena iniziato, di decostruzione e ricostruzione del discorso pubblico della sinistra, che ha ricominciato a pensarsi come forza a servizio dell’innovazione necessaria al paese e non solo vocata, o condannata, alla custodia e alla difesa di quelle che furono le sue vittorie di un tempo. Esserci riusciti, inoltre, senza cadere nella tentazione di infilarsi nel vicolo stretto dell’antiberlusconismo di maniera e autoreferenziale è stato il vero capolavoro del suo leader.
Il successo del congresso di Firenze è anche quello di non aver riesumato una volgare pulsione partitista, fatta di spocchiosa identificazione con l’organizzazione, ma di aver sancito che Sel è un seme che, per far nascere un grande albero, deve poter morire. La battuta migliore del congresso, a questo proposito, l’ha detta Fabio Mussi: “Dobbiamo passare dal seme all’albero, senza passare per la fase dei cespugli e degli arbusti”.
In effetti, si è avviato un processo di ricostruzione di una forza organizzata nella società, che non ha nella sua propria sopravvivenza il fine dell’organizzazione medesima. Il radicamento, che conserva in comune con radicalità l’etimo, è uno strumento al servizio delle azioni che possano restituire alla politica il proprio onore perduto e la propria funzione sociale.
Non a caso, quasi l’intero dibattito si è concentrato sulla relazione della politica con la vita e i vissuti, piuttosto che inerpicarsi nelle inospitali lande del politicismo. Lo stesso politicismo che occupa manu militari la maggior parte dell’immaginario pubblico associato alla politica. In realtà, il processo di separazione tra politica e vita è un tratto saliente dei nostri tempi, quelli della crisi della rappresentanza e della sovranità, un tratto saliente e niente affatto neutrale.
Nell’ultimo trentennio, quello dell’affermazione dell’egemonia restauratrice della globalizzazione neoliberista, la perdita di autorevolezza e funzione della politica è stata una scelta, che si è manifestata in primo luogo nella delegittimazione dei processi democratici complessi (non solo, dunque, la rappresentanza nelle istituzioni ma anche il potere nella società dei soggetti sociali, dal movimento dei lavoratori a quelli della società civile), a favore di una doppia tendenza: in alto, restauratrice di una gerarchia tecnocratica “neutrale di fronte all’oggettività delle leggi del mercato” e, in basso, pienamente populista.
Il tentativo di Vendola e di Sel è di operare sul campo della crisi riprogettando il discorso pubblico della sinistra, che inizia proprio dalla reinvenzione del vocabolario. Intanto, però, si iniziano a definire alcuni tratti distintivi, pesino identitari. A dispetto delle critiche dei tecnoburocrati (i peggiori hanno meno di cinquant’anni e dicono, gemendo, “moderno” ad ogni battito di ciglia di un Marchionne) dal congresso di Sel è venuta una realistica e lungimirante proposta politica, centrata sul lavoro, sulla conoscenza e sull’ambiente.
La prima novità è stata quella di non averla confezionata in laboratorio, ma di aver messo al centro le alleanze sociali che, gli interventi di Epifani e di Landini, hanno reso persino plasticamente evidenti. Si è sentita una partecipazione e un riconoscimento così importanti per la soggettività dei lavoratori e per l’autonomia della Cgil e delle sue categorie, che non appare casuale il fatto che siano iscritti a Sel tanti dirigenti sindacali (tra i quali i tre segretari generali delle più grandi organizzazioni tra i lavoratori attivi, Landini per la Fiom, Dettori per la funzione pubblica e Pantaleo per la categoria dei lavoratori della conoscenza), ma anche chi, come Giovanni Barozzino, prendendo la parola ha spiegato davvero come la battaglia di tre operai licenziati a Melfi può diventare la narrazione generale della ripresa del conflitto in questo paese.
Alcune piccole “rivoluzioni” si stanno già facendo. Per esempio, come era già avvenuto nella manifestazione del 16 ottobre promossa dalla Fiom e dalla Cgil, far convivere la domanda di diritti e democrazia nel lavoro, a partire dai contratti, e fuori dal lavoro, con la richiesta di un reddito di cittadinanza. Oppure, guardare alla politica industriale del paese con gli occhiali verdi, distinguendo tra difesa dell’occupazione e ripensamento del cosa e come produrre, di quale energia usare, di quali politiche pubbliche promuovere. Un vero e proprio programma per l’alternativa che, non bisogna farne mistero, si candida ad essere la linea guida della coalizione che dovrà battere le destre.
Durante il congresso, pur essendone il cuore pulsante, il tema dell’apertura della nuova fase non è stato associato all’ora x, ovvero al possibile precipitare delle elezioni. Ciò è accaduto, un po’ perché la sconfitta elettorale di Berlusconi sarebbe solo la prima parte della ben più impegnativa sfida per cambiare il paese e per cancellare il berlusconismo, e un po’ perché è obiettivamente difficile seguire il sismografo della crisi dell’attuale maggioranza di governo e prevedere con ragionevole certezza la data delle eventuali elezioni anticipate.
Eppure, rimango convinto che, fuori dalle varianti tattiche sulla questione delle immunità giudiziarie del premier piuttosto che sull’inattuabilità del disegno federalista della Lega, siamo nel mezzo di una crisi di regime. Questa crisi di regime non ha ancora un esito prevedibile, fino al punto che non ritengo si possa escludere una torsione ancora più autoritaria dell’attuale blocco di interessi che governa il nostro paese, che mi pare l’unico modo per tenere, formalmente, in vita l’attuale configurazione politica.
Tuttavia, gli scenari più probabili, subito dopo la formalizzazione della crisi, sono due: elezioni anticipate o nuovo governo, sostenuto da una maggioranza in parlamento diversa da quella disegnata dagli elettori nel 2008. Un possibile nuovo governo, che Vendola ha definito “di scopo” (ovvero con l’unico obiettivo di cambiare la legge elettorale), potrebbe essere tentato di fare le riforme economiche, come ha detto esplicitamente D’Alema, che sarebbero inevitabilmente in continuità con il tremontismo. L’antidoto ad un tale, disastroso, esito potrebbe essere quello di dichiarare immediatamente agli elettori le questioni e i tempi di “scadenza” di questa operazione.
Non si tratta di una piccola resistenza partigiana, ma della netta percezione che, se in nome della crisi e dell’antiberlusconismo, si adottassero pratiche tecnocratiche (come in realtà il Pd ha già deciso di fare in Sicilia) verrebbe travolto tutto il centrosinistra nelle elezioni che, inevitabilmente, dovranno arrivare. Se, invece, si dovesse votare subito, alla crisi di regime delle destre bisognerà contrapporre una proposta vincente e convincente. Personalmente non ritengo che ci siano alternative alle primarie dentro il campo del centrosinistra, sia per ragioni endogene (abbiamo bisogno di far partecipare e decidere il nostro popolo), che per ragioni esogene (le teorie dei papi presi tra gli imprenditori o le “alleanze costituzionali” sotto l’egida di Casini sarebbero il miglior regalo a Berlusconi).
In verità, fermo restando che sarebbe necessaria una nuova legge elettorale, bisognerebbe favorire una tripartizione del campo politico, lavorando ciascuno a fare il pieno del proprio potenziale elettorale. Personalmente, auspico che il centro cresca e possa assorbire consensi dalle aree attualmente bloccate sul Pdl e Lega. Immaginare invece, come fa una parte del Pd, di mimetizzarsi per raccogliere il voto al centro è un proposito velleitario, fa molto arrabbiare i suoi elettori ma, soprattutto, è un’operazione già vista e già sonoramente sconfitta con Veltroni nel 2008.
Il congresso di Sel è stato un piccolo esempio di come la politica, anche quella quotidiana, può riscoprire le parole di liberazione e speranza, di stupore e curiosità. Come ha meravigliosamente scritto sul Sole 24ore il poeta, cattolico, Davide Rondoni rivolgendosi direttamente a Vendola : <<Sai che trascinare la poesia e poi lui, il Vangelo medesimo, che è belato e compiersi di ogni poesia, dentro questo agone furioso e decadente della politica italiana, è un atto estremo. Grave, come devono essere i gesti di chi si sta giocando l’anima e non solo la carriera politica. Vuoi che sia così. Per questo la mia ammirata costernazione, la mia tremante quasi stordita attesa. E la mia incondizionata amicizia, qualunque idea ci divida.
Gennaro Migliore
da Gli Altri
Quali Obiettivi?