Dopo tanta insistenza per tentare di convincere che ormai la crisi economica è alle spalle all’improvviso è tornata la preoccupazione e si sta scoprendo che la situazione è tuttaltro che risolta, le borse crollano, i deficit dei bilanci pubblici sono guardati con preoccupazione dai risparmiatori.
Del resto la “febbre” della crisi è calata ma gli effetti occupazionali si fanno ancora sentire e continueranno a farlo anche nei prossimi mesi. Malgrado le reprimende di Sacconi, ormai tutti ammettono che la disoccupazione reale in Italia è oggi sul 10%. La percentuale è ufficialmente inferiore per effetto della cassa integrazione che maschera e ritarda i licenziamenti e dello scoraggiamento verso chi vorrebbe un lavoro ma sa che non lo troverà e quindi neppure lo cerca.
Meno occupati, monte salari più basso vuol dire meno domanda interna, meno consumi, sostanziale stagnazione economica. Almeno la crisi, prima finanziaria e poi economica, ha portato a creare argini contro il suo possibile riprodursi? Purtroppo no.
Parole a fiumi ma fatti pochini e soprattutto le poche misure sono state adottate a livello nazionale, ampiezza del tutto insufficiente ad affrontare i problemi posti dalla crisi. Del resto questo è il limite principale dell’azione del Presidente Obama che ha affrontato le risposte alla crisi in un’ottica prevalentemente nazionale, quindi da un lato insufficiente e dall’altro non in grado di trascinare il mondo verso nuove regole per i mercati finanziari. Qualche Governo europeo ha tentato qualcosa ma senza riuscire a fare affrontare il problema nelle sedi sovranazionali.Quindi i mercati finanziari restano nervosi, umorali, sostanzialmente ingovernabili. La speculazione finanziaria ha ripreso quota e cerca vittime.
Eppure sono state spese risorse pubbliche enormi per tamponare la crisi finanziaria, per impedire il fallimento delle banche, saltando – ad esempio – a piè pari i criteri di Mahastricht, precedentemente considerati inviolabili.
La quantità enorme di risorse pubbliche impiegata per impedire il precipitare della crisi per un breve periodo ha fatto pensare a nuove regole per i mercati finanziari, alla ristrutturazione del sistema bancario e perfino ha messo sotto accusa le retribuzioni dei manager finanziari, ormai senza alcun rapporto sensato con la realtà aziendale e sociale.
Il momento magico delle tanto invocate riforme è svanito rapidamente, lasciando posto al ritorno dell’andazzo precedente.
Anzi ci sono peggioramenti. Ad esempio è ormai vicina la piena legittimazione dei cosiddetti fondi sovrani, cioè fondi di proprietà di Stati (Cina, Emirati, Libia, ecc.) che decidono liberamente come usarli, che non sono contendibili e che sono quindi fuori da ogni controllo se non quello dello Stato che li possiede. Sono quantità enormi di denaro che sfuggono a qualunque controllo. La caduta delle borse in questi giorni ha ricordato a tutti che la “malattia” economica persiste e che i mercati finanziari, non riformati, continuano a cercare di fare affari alla vecchia maniera.
Stride in modo inaccettabile che da un lato siano stati trovati, con misure straordinarie, i tanti soldi necessari per sostenere le banche e che sia già iniziata la presentazione del conto alle comunità nazionali più indebitate. La difficoltà a collocare i titoli di Stato della Grecia, del Portogallo, forse della Spagna, nasce proprio da un forte indebitamento pubblico cresciuto in fretta a livelli molto alti per sostenere le banche e paradossalmente questo si scarica sulla comunità di quei paesi che sono chiamate a pagare il conto del salvataggio: aumento dell’età pensionabile, blocco dei salari, ecc.
La crisi presenta il conto 2 volte: prima con disoccupazione e taglio dei salari, poi con tagli drastici alla spesa pubblica per risanare le finanze pubbliche sotto schiaffo perchè rischiano di non collocare il debito pubblico.
Le sedi politiche e istituzionali hanno avuto un momento magico in cui l’opinione pubblica avrebbe gradito nuove regole e misure stringenti per controllare i mercati finanziari e impedire la speculazione. Purtroppo il momento magico è passato e ora i responsabili della crisi sono di nuovo in sella.
Oggi scopriamo che la differenza di punteggio dai bund (titoli di stato) tedeschi è la nuova forbice su cui si innesta la speculazione, non più contro monete ma contro Stati dell’Euro, sfruttando i loro conti in disordine.
Per ora l’Italia non sembra toccata direttamente, ma è bene non farsi illusioni. Il debito pubblico sta viaggiando verso il 120 %, cancellando quasi venti anni di risanamento dei conti pubblici.
Il deficit corrente è sotto controllo ma al prezzo di non fare nulla. Questo spiega, ad esempio, perchè tante crisi aziendali che stanno scoppiando in così poco tempo non trovano alcuna risposta da parte del Governo.
Naturalmente l’alternativa non è aumentare il deficit pubblico a dismisura ma adottare misure in grado di aumentare le entrate, ad esempio con la lotta all’evasione e facendo pagare le rendite e i redditi più alti per sostenere la parte del paese che non ce la fà.
Un’altra politica economica è possibile ma occorre fare scelte precise. Questo Governo che ha regalato circa 45 miliardi di euro (4 volte la finanziaria 2010) a coloro che avevano esportato illegalmente i capitali all’estero non è in grado di fare scelte socialmente ed economicamente diverse e quindi la crisi finanziaria è sempre possibile.
Quando la speculazione avrà finito di attaccare i paesi più esposti passerà ad altri e a quel punto non basteranno le barzellette del Presidente del Consiglio a difendere l’Italia.
Se Tremonti voleva continuare a non fare nulla doveva almeno cautelarsi con misure di regolazione dei mercati finanziari e delle banche. Così il deficit pubblico è cresciuto e l’economia italiana è più debole, più ristretta, più esposta alla speculazione e resta l’incognita di come risanare un maggior debito pubblico di 80-100 miliardi di euro.
Senza misure coraggiose prima o poi arriverà il conto da pagare e allora il risultato sarà di incidere la carne viva dello stato sociale italiano che diventerà ancora più ristretto e più ingiusto di oggi.
Per questo occorre mettere in campo qui ed ora un’alternativa di politica economica, prima che sia troppo tardi.
Alfiero Grandi
SONO D’ACCORDO MA CHIEDO: QUAL’E’ QUESTA RISPOSTA, IO PROVO DARE LA MIA..
Prima di tutto bisogna assolutamente ripensare il rapporto esistente tra lavoratore dipendente e datore di lavoro perché ritengo cHE tutti debbano avere la liberta di lavorare e vivere la propria vita senza che nessun altro possa decidere sul suo futuro, quindi il lavoratore non è più dipendente ma deve essere considerato un socio della società contribuendo anche alle spese per investimenti e decidendo all’interno dell’azienda la spartizione degli utili.
Per evitare che all’interno dell’azienda si verifichino posizioni di potere, le mansioni di maggiore responsabilità/controllo (capo reparto o simili)e quindi il rapporto con gli stessi colleghi di lavoro debbano necessariamente cambiare ogni mese evitando di fatto una reiterazione del ruolo. (maggiore democrazia e meritocrazia).
L’orario di lavoro non deve superare le 6/7 ore lavorative, senza naturalmente che questo vada ad inficiare il salario, perché la tecnologia ci permette di lavorare meno e tutti, quindi la diminuzione d’orario lo vedo come una conseguenza logica dello sviluppo, come pure l’età di quiescenza debba essere completamente rivisto.
L’età pensionabile non deve rappresentare un costo ma il giusto riconoscimento di tutta una vita dedicata al lavoro e si potrebbe affrontare nel modo seguente:
Fino all’età di anni 52 una persona lavora per 6/7 ore al giorno poi, finché non hai diritto alla pensione, le ore di lavoro diventano 3 o 4 al giorno incentivando di fatto l’entrata di giovani lavoratori senza far pesare sull’azienda una maggiore pressione fiscale, come dire ho 2 persone ma le tasse le pago solo per 1 finché il lavoratore più anziano non raggiunge l’età che gli dà diritto alla pensione. (età pensionabile 58 anni)
In questo modo l’unico vero esborso per l’azienda è rappresentato dallo stipendio del lavoratore giovane, contribuendo di fatto alla crescita sia della produttività che dei consumi.
Per quanto riguarda il salario si potrebbe fare che l’azienda fino al 31/12 di ogni anno paghi i salari con trasferimenti virtuali (al lavoratore arrivano in cc soldi veri) accantonando tutta la cifra in un apposito sottoconto, così pure per tutte le tasse, inps ecc prevedendo un aumento sensibile degli emolumenti anche
3 volte superiori e solo alla fine dell’anno, una volta accertato lo stato di salute dell’azienda e il suo risultato economico si procederà al pagamento effettivo di tutte le voci accantonate, faccio un esempio:
accantonamento voce salario : euro 200.000.
accantonamento voce tasse : euro 200.000
accantonamento voce X,Y ecc : euro 200.000
risultato economico 4.000.000 di euro di cui devo pagare tasse per 1.000.000 di euro, a questo punto decurto dalle tasse da pagare le voci accantonate euro 600.000 e pago solo la rimanenza di 400.000, se invece il risultato economico fosse negativo le cose resterebbero così. (si possono tranquillamente prevedere percentuali)
Se poi l’azienda decide di investire con lo scopo di salvaguardare l’ambiente oltre che una maggiore efficienza, questi vanno ulteriormente decurtati , (o una percentuale) per chi invece non ce la fa molto probabilmente deve cambiare strategia di lavoro.
Tutti gli scambi commerciali aziendali devono avvenire con carta aziendale o bonifici per azzerare definitivamente l’evasione fiscale.
Ritornare alla scala mobile prevedendo l’aggiornamento mensile del paniere tenendo conto delle effettive esigenze di una famiglia.
Naturalmente il paniere deve essere convalidato da tutti i lavoratori o da chi li rappresenta, esempio CGIL. (la speculazione viene controllata dal meccanismo della scala mobile, esempio speculazione sulla benzina determina un aumento dello stipendio)
Come si può tranquillamente intuire questi sono spunti di riflessione non certamente dogmi ma perlomeno permette una discussione su lavoro/salario e pensioni tenendo conto di principi nuovi che possono servire a migliorare le condizioni di vita del nostro paese nel suo insieme, società (famiglia) e ambiente.
Il principio che muove le mie riflessioni è legato alla personale convinzione che è la società (famiglia) a fare l’economia e non viceversa.
Questo consentirebbe alle famiglie di dedicare più tempo ai figli, dando così un grosso contributo ad abbattere i grandi problemi sociali dei giovani d’oggi, complice la scarsa attenzione dei genitori.(impegni di lavoro in molti casi)
Prevedere poi un sostanziale rilancio dello stato sociale(istruzione, sanita, servizi pubblici essenziali ecc ecc )e nazionalizzazione delle banche.
Un saluto.