In Germania la SPD si è astenuta nel voto sui provvedimenti per la Grecia, mentre la Linke ha votato contro e i Grunen, i Verdi, invece a favore. In Italia il PD e l’IDV hanno votato a favore.
Sarebbe interessante riflettere su come avrebbe votato SEL se fosse stata presente in Parlamento. La scelta non è semplice perché la contraddizione è nelle cose.
I provvedimenti di Bruxelles sono stati accolti con favore dalla maggioranza dell’opinione pubblica, cosa che ormai capita raramente, come segno dell’esistenza di un’Europa cui ci si affida a fronte della crisi.
Fatto non da poco, considerando tra l’altro il valore strategico dell’opzione europea. Ma sono gli stessi per le cui conseguenze in Grecia si è determinata una sorta di rivolta popolare.
Si potrà dire che le scelte dei tagli in Grecia non erano conseguenza obbligata della politica di rigore imposta da Bruxelles. Ma le prime scelte che vanno facendo anche Spagna e Portogallo, con i tagli agli stipendi dei dipendenti pubblici, fa pensare che proprio così non sia. E ciò fa essere molto preoccupati per l’Italia dove il nuovo Tremonti divenuto fedele interprete delle Banche europea e tedesca ha già preannunciata l’entità della manovra di aggiustamento in 25 miliardi di euro.
La realtà è che nella famosa notte di Bruxelles si sono fatte scelte pesanti e che tendono ad apparire obbligate, quasi tecniche. Innanzitutto si sono praticamente fatte le finanziarie di un bel po’ di Paesi, almeno 4. Ma poi si è rimesso al centro, addirittura in forme più aggressive (chi conosce Bruxelles sa che nella sua cassetta degli attrezzi ci sono gli indici demografici per innalzare automaticamente l’età pensionabile o quelli per colpire la rigidità del mercato del lavoro ), il vecchio Patto di stabilità.
Qualcuno ebbe a definirlo stupido. Ma la realtà è che esso, come asse portante delle politiche monetaristiche, rimane il cuore politico della costruzione europea. Con buona pace di chi continua a richiedere, giustamente, che l’Europa si doti di una politica economica e di una politica tout court, per l’intanto questa politica da più di un decennio è rappresentata da Maastricht.
Con Maastricht si è messa in campo una sorta di tecnicizzazione delle scelte economiche che non a caso è sorretta da un modello istituzionale a democrazia ridotta, con scelte fortemente concentrate su gli esecutivi e le tecnocrazie.
Per molti è un’Europa debole ma anche i fatti recenti confermano che è un’Europa che c’è. Sarebbe bene che d’ora in poi chi, ripeto giustamente, chiede una Europa politica provi a fare qualcosa di più efficace per realizzarla, magari cominciando ad avanzare qualche proposta alternativa al quadro di Maastricht. Cosa che manca del tutto e che motiva non poco la crisi delle sinistre in tutta Europa.
A me pare incredibile che si riproponga tutta intera la linea di Maastricht all’indomani della presa d’atto del fallimento della strategia sociale che l’Europa si era data per “accompagnare“ il rigore monetario, e cioè la strategia di Lisbona. Solo due mesi fa, ma nessuno o quasi ne ha scritto o discusso, il consuntivo dei 10 anni di Lisbona, 2000-2010, ci ha consegnato il dato che l’obiettivo di portare il tasso di occupazione medio nella UE al 70% è stato mancato di netto. E che anzi nella crisi sono saltati moltissimi posti di lavoro perché erano precari. Il che ci dovrebbe pensare che le opzioni a cui è stata affidata la costruzione della occupazione e cioè il rigore monetario per “liberare risorse“, le liberalizzazioni e la flessibilità del mercato del lavoro, non si sono dimostrate valide.
Ancora di più, non c’è stata nemmeno la crescita economica a cui si è affidata la soluzione dei problemi, a partire dalla occupazione, e a cui si è sacrificata una parte significativa del modello europeo. E già, il modello europeo. Quello fatto di sicurezza del lavoro e di welfare e che potrebbe ispirare una presenza forte ed originale dell’Europa nella globlizzazione e che invece viene sempre più destrutturato.
A leggere il Financial Times di questi giorni probabilmente è proprio questo modello ad essere nel mirino di una speculazione finanziaria che forse è un po’ più politica di quello che vogliono far credere. Quel modello per cui, scrive l’autorevole giornale economico, l’Europa si ostina a non accettare di lavorare come si fa in Cina.
A guardare al nuovo tonfo delle borse dopo l’euforia dei provvedimenti di Bruxelles c’è da porre la domanda se la strada intrapresa sia all’altezza della sfida reale. Se le sinistre non propongono una propria via di uscita dalla crisi come pensano di ritrovare una propria collocazione? Prendiamo l’Italia.
Se non si mette in campo una diversa opzione come si fronteggia Tremonti? Il rischio di una grande ammucchiata di “ salvezza europea “ io lo vedo tutto. Come vedo la difficoltà per questo Paese di passare per come è nella stretta della crisi. Siamo molto più forti della Grecia ma con molti indicatori simili. Tasso di occupazione bassissimo, il nostro, peggiore del greco. Pil sommerso addirittura al 40%. Debito imponente. Stato sociale debole. Livelli salariali bassi. A me pare che il compromesso sociale italiano non regga più da tutti i punti di vista, a partire da quello fiscale.
Ma non vedo niente di buono se intendiamo per buono l’affrontare gli elementi di ingiustizia strutturale che colpiscono i ceti sociali deboli. Anzi mi pare che il contesto rischi di andare ancora una volta in direzione opposta e da più versanti. Da quello delle condizioni lavorative dove l’assalto alla struttura contrattuale è ormai un vero assedio. A quello del Welfare dove la condizione degli enti locali e delle autonomie su cui è traslato il Patto di stabilità stringe verso tagli sistematici.
Se non mettiamo in campo una alternativa il rischio di una vittoria totale della Lega e cioè di un sostanziale smantellamento di qualsiasi assetto solidale è molto concreto. Ma per farlo occorre risalire una china antica, una sorta di pensiero unico monetaristico che ha avvelenato le sinistre europee e quella italiana. Alimentato (volutamente) anche dalle borghesie progressiste.
Mi ha colpito un compagno che per parlare degli “sprechi greci“ riprendeva una notizia enfatizzata da Repubblica sulle “pensioni alle zitelle”; espressione anche un po’ maschilista per dire di un vitalizio dato a donne nubili figlie o sorelle di dipendenti pubblici. Naturalmente non va bene ma sarebbe meglio ricordare che la Grecia, e l’Italia, sono gli unici due Paesi a non avere sostegno reale ai disoccupati; e che in tutta Europa si sostengono le politiche di genere a partire dalle donne sole.
La solfa è sempre la stessa, tagliare gli sprechi per poi riformare equamente. Ma dopo 25 anni di tagli la crisi è più grave, l’equità non si vede e i privilegi rimangono come dimostra il caso delle case dei potenti. Su cui è bene che si concentri attenzione e indignazione ma senza dimenticare il resto e cioè ciò che è in ballo con la crisi.
Una opposizione che attacca le immoralità ma poi subisce e approva i tagli non sarebbe buona cosa. Si rovesci l’ordine dei fattori.
Una politica europea di nuovo sviluppo qualificato che leghi politiche ambientali ed occupazione come del resto è già scritto nella strategia del dopo Lisbona e confermato negli studi della stessa Commissione che parlano di un saldo attivo di 1,4 milioni di posti di lavoro grazie alla attuazione del pacchetto clima, al posto del monetarismo.
Una lotta vera alla speculazione a partire da una tassa Tobin e da una europeizzazione dei prelievi e dei controlli sulle evasioni e sulle elusioni. Due misure europee ma che possono ispirare anche una politica alternativa per l’Italia. Per finire: se io fossi stato in Parlamento avrei votato contro i “provvedimenti per la Grecia“ e lo avrei fatto da europeista quale sono.
Roberto Musacchio
uscire dalla crisi del liberismo in positivo e con un progetto alternativo al suo modello economico e sociale, si può fare con efficacia solo ad un livello europeo.
Io posso solo indicare vagamente le linee guida.
Si tratta di recuperare alcune idee forza che sono tutte nella tradizione del socialismo democratico e delle sue evoluzioni.
- Una regolazione sociale del mercato tramite la programmazione e la democrazia economica
- una forte redistribuzione del reddito a favore delle classi più deboli utilizzando la leva fiscale ed un welfare universalistico: reddito di cittadinanza: la redistribuzione è guidata sia da criteri di giustizia sociale che dalla necessità economica di rilanciare i consumi.
- forme innovative di gestione pubblica nel settore dei servizi pubblici essenziali: acqua, energia. Politiche industriali adeguate per rilanciare i settori strategici dell’industria e sottrarli alle logiche della finanziarizzazione.
- un nuovo modello di produrre e consumare che sappia utilizzare in modo più razionale le risorse naturali per rispettare l’ambiente ed evitare gli eccessi del consumismo privato.
Queste sono linee guida di un progetto alternativo al liberismo che è tutto interno alla tradizione della democrazia pluralista dell’occidene (e dl socialismo democratico).