A Napoli, spesso sollevati a distanza di sicurezza da montagne di rifiuti, vi potrebbe ancora capitare di vedere dei cartelloni con persone sorridenti. Una frase è stampata a mezza altezza “il gioco della regola, la regola del gioco”. Sono i tabelloni che annunciavano una delle stagioni più importanti del teatro italiano, quella del Teatro Stabile Mercadante. Le facce, molto note, sono quelle degli artefici di questa stagione: Arturo Cirillo, Enzo Moscato, Emma Dante, Antonio Latella, Andrea Renzi, Luigi Locascio, Claudio Santamaria, Renato Carpentieri e tanti altri. In mezzo a loro, Andrea De Rosa, il direttore artistico di un teatro che lo aveva consacrato universalmente con un’opera tra le più significative degli ultimi anni, Elettra di Hugo von Hofmannsthal.
A quest’opera magistrale ne sono seguite altre ma, da direttore artistico, la cifra di De Rosa è stata quella di mettersi a disposizione del progetto complessivo del teatro. La sua “regola”, come egli stesso scrive nella presentazione della stagione citando Callois, non è stata quella di insediarsi alla guida di un teatro pubblico per promuovere il suo lavoro, che per altro continua a mietere meritati successi in giro per il nostro paese e fuori da esso. La “regola” è stata quella di continuare l’eccezione di un teatro pubblico rinato negli ultimi anni grazie alla dedizione, all’impegno, alla creatività di energie straordinarie che hanno segnato per quindici anni la storia della mia città: Ninni Cutaia, Mario Martone, Roberta Carlotto, Rachele Furfaro e tantissimi altri che hanno creduto possibile la rinascita di una città che ha sempre avuto troppa nostalgia inane del suo essere capitale e che, nel suo essere concretamente, insieme a Venezia, la città italiana ad avere una tradizione di teatro nazionale, ha spesso smarrito nella sua storia un patrimonio ancora vivo di energie e di occhi attenti, di cuori aperti e di sguardi affilati che la potessero farla transitare nella contemporaneità e non abbandonarla alla pigra veste oleografica della ripetizione.
La cacciata di Andrea De Rosa da direttore del Mercadante è, quindi, molto più che la plastica rappresentazione del malcostume e dell’ignavia delle persone che l’hanno prodotta. Certo, non dimenticheremo la ipocrita messinscena del consiglio d’amministrazione che farfuglia in fretta e furia il suo natalizio verdetto di defenestrazione, con l’unica rilevante eccezione delle dimissioni in dissenso verso questa porcheria di Angela Azzaro. Non dimenticheremo neppure il pavido e arrogante assessore alla cultura del Comune di Napoli, che si è pure candidato alle primarie a Sindaco di Napoli, Nicola Oddati, il quale ha condotto questa vicenda facendo intendere dal primo momento come sarebbe andata a finire (con tanto di fax tardivo e comicamente ultimativo ai consiglieri nominati dal comune, che hanno deposto nelle mani accoglienti dello stesso assessore le loro possibili e quanto mai improbabili dimissioni). Non dimenticheremo perché, come diceva Martin Luther King, “più delle accuse dei nostri nemici ricorderemo i silenzi dei nostri amici”.
Eppure, questa vicenda va sottratta anche alla cronaca bassa che l’ha contrassegnata per inscriverla in un quadro più generale e, per certi versi, paradigmatico. Il contesto è senza alcun dubbio l’attacco potente e feroce contro ogni forma di vita culturale operata dalla destra oggi al potere. Ha avuto ben ragione a definirla “spedizione punitiva” un grande maestro come Ettore Scola, perché è questa la movenza che ha assunto Tremonti, molto più del fatiscente Bondi, nel promuovere prima i tagli e poi l’offensiva ideologica: gli intellettuali fighetti e di sinistra, la cultura non si mangia e via dicendo sciocchezze. Una logica perversa e vendicativa che prova a “spezzare le reni” a quel bacino di pensiero e azione libera che vive di cultura e, talvolta, persino d’arte. Però, dicevo prima, la spedizione punitiva deve avvenire verso ogni “forma di vita” artistica. Per questo alla fine troverete pur sempre un teatro aperto, magari che conta le pellicce alle prime, che si genuflette al potente di turno, che affida persino ad oscuri Luca De Fusco la direzione di teatri come il Mercadante. In quei casi, si tratta di forme di morte della cultura, per le quali va bene anche la mancia concessa da Tremonti.
A Napoli, poi! Ma cosa volete che conti un teatro pubblico quando c’è “l’emergenza rifiuti” (emergenza che dura da molto più tempo dell’eccezione Mercadante). Cosa pensate che sia, se non uno spreco, un superfluo, il Museo di arte contemporanea più importante del Sud, il Madre, che sì il governatore Caldoro, ascaro partenopeo del tremontismo vuole chiudere proprio. Che importa se a Napoli si è respirata l’aria dell’Europa e del Mondo durante le straordinarie edizioni del Festival del Teatro, affidato alla cura di Renato Quaglia e di Rachele Furfaro. Che importa? C’è da far posto a qualche raccomandato usato, c’è da distribuire i sempre meno denari per la cultura nelle sagre paesane che allestiranno i consiglieri e gli assessori regionali regionali per le loro clientele. Non lo fanno solo a Napoli, basti ricordare il siluramento di Felice Laudadio dalla Casa del Cinema di Roma, per far posto ad una ventina di incarichi che dovranno svolgere, senza il sostegno della gran parte del cinema italiano, quello che lui faceva egregiamente da solo. Ma a Napoli lo fanno con maggiore ferocia. Con quella ferocia che appartiene ad un presidente della giunta debolissimo, in mezzo ai potentati di Cosentino e Cesaro che si occupano di ben altro, mentre lui si preoccupa di rendere finalmente mediocre l’offerta pubblica a sostegno dell’economia della conoscenza. Non ha risparmiato neppure un teatro di popolo e popolare come il Trianon, nel ventre di Napoli a Forcella, dove Nino D’Angelo aveva fatto riscoprire l’anima autentica della cultura pop dei quartieri, chiuso come gli occhi di una classe dirigente senza occhi e senza futuro. In quel luogo ha aperto, quasi idealmente, il suo giro per la città Libero Mancuso e, proprio da lì, si può ricominciare a riaprire gli occhi sul futuro incerto di questa metropoli.
Infine, argomento assai impopolare, il peccato che Napoli ha da espiare è quello di averci provato a risorgere. Dall’apoteosi degli anni 90 alla damnatio memoriae di oggi, tutto ciò che fu fatto durante e anche grazie alla gestione di Bassolino deve essere cancellato. Bassolino, intendiamoci, porta grandi responsabilità, nella conduzione politica e in quella amministrativa, di partite che sono state letali per la città: in primo luogo nella gestione del ciclo dei rifiuti. Eppure non mi spiego per quale ragione alcuni dei peggiori amministratori, alcuni dei quali veri e propri faccendieri, che abbia mai conosciuto la mia terra oggi pontificano, magari sostenendo le tesi della discontinuità ed appoggiando esplicitamente candidati a sindaco di centrosinistra, cercando di cancellare proprio quello che di quella gestione non andrebbe cancellato. Neanche, a dire il vero, si capisce il motivo di una così flebile protesta del centrosinistra nazionale e locale di fronte alle responsabilità evidenti di Berlusconi e di Cosentino in questa enorme tragedia nazionale. Forse, come ha detto Mario Martone, questa restaurazione potrebbe piacere alla pancia della città. O forse no. Piuttosto che di discontinuità, oggi, è davvero il caso di ritornare a parlare di cambiamento. La discontinuità ormai la conosciamo, è questa destra feroce. Il cambiamento no, lo dobbiamo ancora mettere in campo.
Gennaro Migliore
Caro Gennaro, grazie per questa bella riflessione molto utile anche ai non napoletani doc, per cercare di orientarsi nei meandri di una politica che “ ….è solo far carriera….”, purtroppo non solo alle latitudini partenopee. Chi vuole bene a Napoli e ai napoletani sarà al fianco di Libero Mancuso, e di tutti voi che state dando l’anima per il suo successo, non solo per le primarie, ma anche per le “secondarie”, perché la domanda di cambiamento, il bisogno di cambiamento delle persone in carne e ossa , come giustamente dici tu, è ormai esponenziale.