Cari Pier Luigi Bersani, Nichi Vendola e Antonio Di Pietro… » inizia così la lettera di 47 operai della Fiat che scrivono ai leader dell’opposizione. La lettera è stata recapitata al Giornale di proprietà della famiglia Berlusconi ed è stata pubblicata ieri dal quotidiano. Sul tavolo la questione degli accordi a Pomigliano e Mirafiori.
«Noi abbiamo votato Sì e non accettiamo più la vostra ipocrisia…». Gli operai pongono 10 domande ai tre politici: «Secondo voi, noi siamo contenti di lavorare in fabbrica? Secondo voi, noi che guadagniamo 1.200 euro mensili non vorremmo guadagnare di più lavorando anche meno? Secondo voi, oltre la proposta di Marchionne avevamo altro? Secondo voi, se la Fiom avesse proposto una valida alternativa al piano, invece di limitarsi alla legittimità del referendum ed esortare solo per un No, l’avremmo fatto? Secondo voi, se avessimo avuto una legge che tutelasse i lavoratori sulla malattia (anche i primi tre giorni) non sarebbe stato meglio? Perché non avete riformato la legge quando eravate al governo? Secondo voi, se avessimo avuto una legge che prevedeva più pause durante il lavoro non era meglio? Perché non avete riformato i decreti legislativi quando eravate al governo? Secondo voi, è giusto che ai sindacati di base in Fiat non viene riconosciuto il monte ore permessi per il direttivo e alla Fiom – che non firma nulla – viene riconosciuto tutto? Perché fate due pesi e due misure? Secondo voi, continuando a dire che Cisl e UIl sono i sindacati servi dei padroni aiutate la classe operaia? Secondo voi, gli operai si sono dimenticati di quando avete votato in Parlamento l’inizio del precariato attraverso il pacchetto Treu? Secondo voi, difendendo le soli ragioni della Fiom state portando il giusto rispetto a quegli operai non iscritti al sindacato del metalmeccanici della Cgil? Credeteci – conclude la lettera – che il contratto nazionale di lavoro non è morto a Pomigliano e neanche a Mirafiori, credeteci che i diritti non sono caduti a Pomigliano o a Mirafiori…».
Ecco la risposta di Nichi:
Cari amici di Pomigliano, mi addolora vedervi “usati” così, e su quel quotidiano padronale.
Tuttavia la vostra lettera è un documento drammatico: dice di una resa culturale e sociale che dovrebbe scuotere tutta la politica italiana. In questa vostra curiosa e paradossale polemica contro la sinistra e contro la Fiom – rei di non subire il contratto-capestro della Fiat e le sue conseguenze generali sulle relazioni industriali in Italia – voi perònon riuscite a rappresentare la strategia di Marchionne come una profezia del moderno.
Non potete farlo perché comunque siete ingabbiati in quella fabbrica di cui parlate con cognizione di causa, in quel recinto produttivo in cui diventa problematico ammalarsi, godere della pausa mensa, rivendicare un reddito non inchiodato a quei maledetti 1200 euro. In quella fabbrica in cui siete solo bulloni e numeri, non persone né tantomeno classe. In cui il contratto sarà un negozio privato tra voi, piccoli e soli, e un padrone multinazionale (uno a cui piacciono le imprese americane e gli operai cinesi). In quella fabbrica la lotta e lo sciopero, strumenti sovrani della civiltà e della democrazia, vengono oggi messi al bando. E voi la raccontate per quello che è: dolore e fatica, perdita di diritti e di reddito. Solo che pensate di non avere alternativa. Non c’era via di fuga.
Ma è tutta qui la tragedia del nostro Paese. In un potere che rischia di riprodursi, nonostante le sue molteplici indecenze, per assenza di alternativa. Io non sonocontro di voi. Sono contro l’arroganza di chi vi vuole piegati e rassegnati.
Nichi
condivido e sottoscrivo senza riserve l’invito di Ale69.