Non si salva l’Europa annientando la Grecia

  |     |   Un commento

E’ passato giusto un anno da quando l’Europa è corsa in soccorso della Grecia. In una storica riunione del Consiglio europeo la Ue decideva – vincendo le resistenze della Merkel, timorosa dalle imminenti scadenze elettorali nei lander che comunque avrebbe  perso di lì a poco – di concedere al paese ellenico, con il concorso del Fondo monetario internazionale, un maxiprestito di 110 miliardi di euro. Non fu un atto di generosità. Il problema è che in modo particolare le banche francesi e tedesche erano piene di titoli di stato ellenici che non avrebbero avuto alcun valore in caso di fallimento dello stato  greco. Evitare il default della Grecia significava perciò allontanare un disastro da casa. Tuttavia quello è stato un passo importante perché sottolineava che l’Europa non si pensava più come semplice unità monetaria o commerciale, ma come una forza economica capace di intervenire per salvaguardare la sua integrità in quanto tale. Solo che l’operazione fu fatta a un costo insopportabile per il popolo e l’economia della Grecia. Da allora a oggi non si contano gli scioperi generali, le manifestazioni di piazza, le proteste contro le durissime condizioni accettate dal governo di Papandreou in cambio del prestito.

Malgrado tutto questo siamo tornati al punto di partenza. Anzi peggio. La Grecia è nuovamente sull’orlo del fallimento e questa volta appare davvero difficile evitarlo. La potentissima Standard&Poor’s – una delle tre agenzie che dominano il mercato mondiale del rating e contro le quali la procura di Lisbona ha aperto un inchiesta per pratiche abusive -  ha tagliato il rating sulla Grecia di due gradini, Moody’s, per ora, di uno. Il debito greco alla fine del 2010 è salito al 142,8% e non smette di crescere, visto che il deficit annuo è oltre il 10%. Il rendimento sui titoli a dieci anni è salito al 15,879%, esattamente il doppio di un anno fa, quando il maxiprestito venne deciso. I mercati quindi considerano la Grecia alla stregua di un paese africano e neppure  dei più floridi. Naturalmente l’occupazione, le pensioni e i salari sono andate a picco, ma di questo gli investitori privati e istituzionali si curano assai di meno.

In parole povere l’operazione iniziata con il prestito di un anno fa è fallita. L’alternativa non sta più tra il default e il salvataggio, ma su come operare la ristrutturazione del debito greco. Naturalmente c’è chi con grande ipocrisia sostiene che la ristrutturazione del debito sarebbe una sciagura per la Grecia e per l’Europa. Fra questi il nostro rappresentante nella Bce, Lorenzo Bini Smaghi. Ma si sarebbe dovuto pensarci prima, ponendo condizioni meno distruttive dell’economia reale greca al momento della concessione del maxiprestito. Non ci voleva un premio Nobel in economia per capire che la Grecia andava aiutata con prestiti a tassi che fossero almeno pari – molto meglio se inferiori – a quelli medi praticati nell’Eurozona. Invece si è fatto il contrario, visto che le banche, quelle tedesche in testa, sulle disgrazie greche volevano a tutti i costi guadagnarci. Ancora una volta la cupidigia ha fatto velo sulla capacità previsionale di medio periodo.

Oggi si torna a parlare della necessità di incrementare il prestito di altri 60 miliardi di euro. Ma, poiché non si vuole cambiare la logica, si rischia di prolungare la trafila dei prestiti all’infinito, con la conseguenza di cancellare qualsiasi tipo di parvenza di sovranità ad uno stato greco già ampiamente dimezzato nelle sue potestà. D’altro canto, il fallimento della Grecia provocherebbe guai non da poco, che comporterebbero conseguenze dirette e gravi anche per il nostro paese. Se infatti la Grecia fallisse la conseguenza immediata sarebbe l’aumento del premio al rischio dei paesi più indebitati, come il nostro, da parte dei mercati. A quel punto le risorse del nascente Meccanismo europeo di stabilità (Esm) – che entrerà in funzione nel giugno 2013 – potrebbero non bastare per sostenere quei paesi (i famosi Pigs). I paesi più forti, Francia e Germania in testa, a questo punto conoscerebbero gravi difficoltà nel sopportare il peso degli aiuti, con il rischio di un aumento esponenziale dei loro debiti pubblici e perdita di considerazione da parte delle famigerate agenzie di rating. Per evitare questo altri paesi verrebbero lasciati fallire. Il che significherebbe la fine dell’Europa così come l’abbiamo conosciuta, malgrado i suoi vuoti e i suoi difetti.

Per questo sono assai poco credibili le proteste contro la ristrutturazione del debito greco. Poiché gli atti di preveggenza, per non parlare di generosità, non fanno parte dell’attuale quadro politico europeo e del sistema economico che lo regge, la strada più convincente sembra essere quella di predisporre una ristrutturazione la più indolore possibile del debito greco. Nouriel Roubini ha avanzato una sua proposta che parte dal presupposto di non abbattere per ora il valore nominale del debito, ma di agire sulla riduzione a tassi molto inferiori a quelli attuali di mercato per quanto riguarda il nuovo debito. Esperienze in questo senso ci sono state, dall’Uruguay alla repubblica Domenicana, dal Pakistan all’Ucraina, quindi situazioni e condizioni differenti, dove però una ristrutturazione dolcemente guidata del debito ha funzionato. Gli anglosassoni, le vestali della lingua ufficiale della finanza mondiale, parlano in questo caso di ristrutturazione market friendly.

Come si vede  si tratta un ossimoro clamoroso, dal momento che per definizione i mercati non possono, oltre a non volerlo, mai essere amici. Per giunta sono anche miopi. Infatti siamo entrati in un circolo vizioso. Come osserva Martin Wolf, l’editorialista del Financial Times, quando i paesi potevano sovraindebitarsi in valuta nazionale, perché la stampavano, vedevano crescere l’inflazione, ora che sono entrati nell’euro, e si indebitano in valuta straniera, vanno in default. Evitarlo dovrebbe essere una responsabilità comune dell’Europa che dovrebbe essere gestita non con criteri di mercato. Ma le nuove scelte assunte nell’ultimo consiglio europeo di fine marzo vanno in tutt’altra direzione. Stabilire la priorità assoluta del rigore finanziario significa  soffocare l’economia reale. Ancora una volta il caso della Grecia è paradigmatico. Spezzarle le reni non è servito a salvare l’Europa.

Alfonso Gianni

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Vanni Maltoni 13 maggio 2011 - 14:53

La Grecia può uscire da questa situazione solo con un atto autoritario di esercizio della propria sovranità.
Uscita dall’UE, uscita dalla NATO, confisca di tutti i beni sul proprio territorio in mani straniere, statalizzazione delle banche, cancellazione univoca del proprio debito, partnership coesa con la Turchia e ingresso nell’area BRIC.

Se lo facessero sul serio assisteremmo ala fine del modello capitalista in meno di 5 anni.

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