Mi trovavo l’altro ieri a P.za Navona alla manifestazione contro la legge “bavaglio” e, pur sentendomi pienamente parte di questo movimento di resistenza, ne avvertivo tutta l’insufficienza.
Riflettendoci su ho capito che mi covava la delusione di non aver sentito dai partecipanti (in particolare dagli esponenti dei media) un seppur piccolo accenno di autocritica perché la situazione nella quale ci troviamo rimanda, anche in parte, a loro responsabilità.
L’impostazione della protesta era tutta incardinata all’interno del quadro dello stato liberale classico nel quale si può fare parte di un movimento di protesta per la libertà di stampa e nel contempo essere liberisti in economia e subalterni alle politiche sociali del Governo. L’unico intervento che è uscito un poco dal coro è stato quello di Rodotà che ha inserito questa battaglia nel più ampio quadro politico e sociale del paese.
Beninteso, a scanso di equivoci ritengo fondamentale per la salvaguardia della democrazia del nostro paese appoggiare fino in fondo questo movimento, però, per quanto ci riguarda, dobbiamo andare oltre attraverso una nostra azione specifica ma anche avanzando proposte per consolidare e far maturare questo movimento di resistenza e ribellione.(questa ultima da me auspicata).
Chi conosce un poco il meccanismo dei media di massa sa che la tendenza a produrre una realtà virtuale, molto o poco corrispondente alla realtà vera è una cosa sempre presente: in particolare basta guardare il TG1 per capirlo. Ma non c’è solo questo c’è anche il fatto, particolarmente presente nel nostro paese, che la realtà viene filtrata sopprimendo la comunicazione di fatti politici e sociali che non entrano nel circuito della comunicazione di massa sulla base delle opzioni politiche che orientano i vari media di destra e di “sinistra”. Lo ha reso bene Marco Travaglio con il titoli di un suo libro che recitava La scomparsa dei fatti.
Per noi che lavoriamo per una alternativa sociale e politica risulta esiziale che la realtà comunicata non venga mutilata di tutti quegli aspetti sociali, economici e politici nonché dei problemi reali delle persone, del loro disagio sul lavoro, nella vita concreta, ecc… per risolvere i quali mettiamo in campo una proposta di alternativa.
Mi sono tornati in mente gli anni ’70 e la “controinformazione”. Allora si trattò di una pratica diffusa di interpretazioni alternative dei fatti (la strategia della tensione, la morte di Pinelli, il libro “La strage di Stato”) sulla quale si innestò un tentativo di strumenti alternativi di informazione (le radio libere, editoria alternativa, ecc….); per un poco funzionò perché legata ad un movimento politico e sociale in espansione. Poi, con il riflusso, con gli anni del terrorismo, ecc. questa esperienza rifluì e si dovette concludere che la controinformazione non era praticabile ed invece si dovevano aprire spazi nei media esistenti e puntare ad una loro democratizzazione.
Faccio ora un salto logico di qualche decennio per avanzare l’ipotesi che oggi ci troviamo di fronte, e ciò si accentuerà, ad una situazione di scomparsa dei fatti.
Mi pare che siamo di fronte ad un tale salto di qualità che imponga di riprendere la discussione sulla possibilità e/o utilità di pensare a circuiti informativi di massa paralleli e, in larga parte autonomi dall’attuale sistema massmediatico.
Penso ad una proposta da lanciare a vari e svariati soggetti che operano in questo campo (Giornalisti, TV locali, Radio, Giornali e pubblicazioni telematiche, Intellettuali, associazioni, ecc.) la proposta di costituire una “rete informativa” con vocazione di massa volta a sanare quella mutilazione della realtà a cui siamo sottoposti.
Comunicare fatti e non le opinioni sui fatti. Ricostruire una comunicazione condivisa del paese reale.
Se le cose che dico non sono campate in aria, se la loro percorribilità è, oggi, favorita da tecnologie a medio-basso costo, sarebbe il caso di fare una discussione al riguardo in SEL.
Sergio Tosini
pienamente condivisibile