Venti di cambiamento stanno attraversando il mondo arabo per giungere fino alla Palestina, terra che anche di recente è stata insanguinata dalla dura repressione israeliana in occasione della giornata della Nakba, il giorno della tragedia commemorato dai Palestinesi e festeggiato dagli israeliani, come il giorno della creazione dello Stato d’Israele.
Quello stesso giorno il Presidente della Repubblica Napolitano, in un incontro con Abu Mazen annunciava un’importante svolta. D’ora in poi la rappresentanza palestinese in Italia sarà elevata a rango di ambasciata. Un ulteriore passo in avanti sulla strada verso l’indipendenza.
Sempre in quei giorni risuonavano le dichiarazioni del Primo Ministro inglese David Cameron, che ipotizzava il sostegno alla dichiarazione di indipendenza unilaterale che l’Autorità Nazionale Palestinese intende annunciare a settembre prossimo , un anno esatto dall’incontro di Washington nel quale il presidente Obama riaprì, seppur per un breve periodo, la possibilità di una soluzione concordata al conflitto. Un Obama che nell’attesissimo discorso sul Medio Oriente fatto nei giorni scorsi ha deluso le aspettative di molti, mettendo certamente enfasi sul riconoscimento dei due stati entro i confini del 1967 (un passo senza precedenti nella storia della diplomazia USA), senza chiarire però che nessun negoziato equo è possibile nella situazione attuale. Nono solo Obama insiste nel proporre ipotesi negoziali che negli ultimi anni si sono dimostrate fallimentari, ma con la sua iniziativa rischia addirittura di vanificare la campagna diplomatica internazionale per il riconoscimento dello stato di Palestina nell’Assemblea Generale dell’ONU, possibilità che gli Stati Uniti hanno escluso categoricamente.
Le vere novità, nel frattempo, si sono registrate ma non nel senso di una evoluzione dei negoziati diretti, interrotti ormai da mesi, tra governo Israeliano ed ANP, esse sono avvenute, invece, nel campo palestinese in relazione ai cambiamenti in corso nel mondo arabo.
Da qui scaturisce l’importanza della scadenza del prossimo settembre quando il Consiglio di Sicurezza dell’Onu dovrà esaminare la richiesta palestinese di veder riconosciuto il proprio Stato entro i confini del 1967.
Il fatto più rilevante è costituito dall’accordo avvenuto il 4 maggio, al Cairo, tra Hamas, Fatah e le 11 fazioni palestinesi. Se tutto andrà come previsto, esso preluderà alla costituzione di un Governo di Unità Nazionale che dovrebbe preparare entro l’anno le elezioni legislative e Presidenziali. Questo evento potrebbe cambiare profondamente lo scenario in casa palestinese ed è necessario interrogarsi sul perché esso avviene oggi e su quali sono gli elementi che lo hanno reso possibile.
Va considerato un primo aspetto: quando si parla di Hamas si pensa a Gaza, dimenticando però che Hamas nel 2006 vinse le elezioni politiche anche in Cisgiordania. Per questo il cambiamento dovrà coinvolgere la stessa ANP nel modo in cui essa si rappresenta e non potrà essere un cambiamento solo cosmetico.
Un altro aspetto riguarda il ruolo che le rivoluzioni arabe hanno avuto in questo risultato. Innanzitutto è bene ricordare che anche la Palestina è stata scenario di manifestazioni di piazza, pacifiche, promosse dai giovani e che l’oggetto delle mobilitazioni e le parole d’ordine erano rivolte all’unità palestinese. Hamas e Fatah sono state messe sotto pressione per arrivare a risultati concreti dando uno sbocco a quei colloqui che si protraevano da tempo senza esito.
Il secondo elemento è costituito dai grandi cambiamenti in Egitto. L’Egitto, Paese chiave nei negoziati, ai tempi di Mubarak, aveva veramente interesse all’unità del mondo palestinese?
Non era forse suo interesse rimanere perennemente al centro della scena dimostrando centralità ma anche protraendo all’infinito questo suo ruolo, senza dispiacere la parte Israeliana che, come si è visto dalle prime reazioni, non ha affatto gradito l’esito unitario del negoziato?
Pare che nella soluzione un ruolo di prima grandezza, anche nei confronti della Lega Araba, lo abbia svolto il nuovo ministro degli esteri egiziano Nabil Al Araby, e questo confermerebbe la nostra analisi.
Tutto ciò dimostrerebbe che, al di là dell’esito politico ed istituzionale delle rivoluzioni ancora del tutto aperto, si cominciano a vedere cambiamenti nelle parti che i vari attori recitano nella tragica commedia mediorientale. L’assassinio di Vittorio Arrigoni è stato, poi, un grave campanello di allarme per Hamas.
La crescita della componente salafita a Gaza rischiava di travolgere Hamas, di umiliarla nel mettere in discussione la sua capacità di controllo del territorio e, alla lunga, persino di contenderle la rappresentanza della parte più radicale del movimento. Anche questo potrebbe aver spinto la dirigenza di Hamas verso l’accordo.
Nel quadro va messo anche il ruolo politico crescente della Turchia che, non a caso, insieme al Quatar, è stato indicato come Paese garante dell’accordo stesso.
Non è esagerato, a nostro avviso, definire questo accordo storico, nel senso che, finalmente, i palestinesi portano fino in fondo le conseguenze di quel pluralismo che si era espresso nelle elezioni politiche e che poi, per un concorso di responsabilità, si era trasformato prima in tragica divisione, poi in guerra civile, fino al colpo di Stato a Gaza ed alla rappresentazione anche plastica della crisi con il governo di Hamas a Gaza e di Fatah in Cisgiordania.
Quando parliamo di responsabilità non possiamo tacere il ruolo di Israele, degli USA e dell’ Unione Europea. Israele è stata sempre contraria alla riconciliazione palestinese, il governo Netanyahu ha infatti reagito immediatamente con parole dure, tese a delegittimare ancora una volta i palestinesi, ieri per le loro divisioni, oggi perché Fatah avrebbe fatto un accordo con il terrorismo.
Nel corto tempo è evidente che questo accordo spiazza Israele ed i suoi interessi. Quale situazione migliore dello stallo dei negoziati, della crisi interna alla Palestina, per dire ancora una volta al mondo che Israele non ha interlocutori credibili e per continuare la colonizzazione e l’annessione di Gerusalemme?
Alla lunga, però, il caos palestinese non avrebbe prodotto certo quella sicurezza che Israele dice di voler perseguire come primo obiettivo. Dalle prima reazioni, poi, sembra che gli USA, per bocca di Ilary Clinton, non siano propensi a sospendere gli aiuti ai palestinesi a seguito degli accordi.
E l’Europa? Al momento non si registrano reazioni europee in quanto tali. La Francia ha espresso compiacimento in una propensione che sembrava già venire avanti e cioè quella di votare positivamente all’Onu per il riconoscimento dello Stato Palestinese.
Ricordiamo anche che i Paesi dell’Unione Europea, presenti nel Consiglio di sicurezza, votarono compatti la risoluzione che condannava il proseguimento della colonizzazione da parte israeliane e che essa non passò unicamente per il veto degli Usa.
L’Europa in questa storia ha una responsabilità specifica perché, dopo aver sollecitato ed organizzato le elezioni palestinesi, si rifiutò di accettarne i risultati non riconoscendo il governo di Unità Nazionale che, sia Hamas che Fatah erano pronti a costituire a seguito della vittoria elettorale di Hamas, certificata da tutti gli osservatori. Oggi, sarebbe fatale ripetere lo stesso errore e bisogna impedirlo con tutte le forze.
In primo luogo occorre che l’Unione Europea, in quanto tale, (oggi con il trattato di Lisbona, avendo acquisito personalità giuridica propria,può farlo) riconosca il governo di Unità Nazionale che si costituirà a seguito degli accordi.
In secondo luogo è importante tornare agli indirizzi contenuti nel documento delle personalità europee nel senso di rimettere alla comunità internazionale (ONU) la soluzione dello stallo dei negoziati. L’unica soluzione è riconoscere lo Stato Palestinese nei confini del 1967.
Questa prospettiva non mette fine alla ripresa di eventuali negoziati con Israele, che potranno riprendere, finalmente, tra due Stati. Essi potranno dirimere consensualmente le questioni territoriali controverse.
La comunità internazionale potrebbe supportarli anche perché in ciascuno Stato potrebbero continuare a vivere minoranze che avranno bisogno di veder riconosciuti in pieno i propri diritti e di vederli tutelati concretamente. Questa strada è l’unica ed ultima per poter conseguire l’obiettivo dei due Stati.
In caso contrario quello dei “due Stati” continuerà ad essere una espressione vuota ed una copertura ipocrita al dilagare del colonialismo israeliano come, purtroppo, è stato fino ad ora.
Non ci sarà infatti soluzione giusta al conflitto senza il riconoscimento dei due popoli ad esistere e coabitare nella sicurezza e nel rispetto dei confini dei rispettivi stati entro i confini del 1967 (con eventuali modifiche da concordare tra le parti), e senza la soluzione della questione degli insediamenti israeliani in terra di Palestina (attraverso un congelamento dei nuovi insediamenti e la rimozione progressiva di quelli esistenti), del riconoscimento del diritto al ritorno dei profughi palestinesi, nonché la rimozione totale dell’embargo che continua a colpire duramente la popolazione di Gaza, l’abbattimento del Muro che separa diverse aree della Cisgiordania in violazione del diritto internazionale e il riconoscimento di Gerusalemme come capitale dei due stati.
Forum SEL Politiche Internazionali, Europa, Mediterraneo, Cooperazione, Pace
L’analisi è buona, ma non tiene conto della situazione politica interna di Israele, il cui governo non può permettersi concessione alcuna se vuole stare in piedi.
E neppure del fatto che l’unico argomento che può veramente spingere verso un accordo è la revisione dei finanziamenti, non ai palestinesi, ma allo stato israeliano da parte degli USA. Ma pure questa prospettiva appare per ora inverosimile.