La definizione dei termini, cultura, politica, comunicazione, consente di ridurre almeno parzialmente i malintesi.
Cultura. Quell’insieme di oggetti materiali e non materiali che sono parte costitutiva di un gruppo e che in qualche modo ci consente di individuarlo nella sua specificità, differenza.
Una delle proprietà fondamentali della cultura è il cambiamento, che matura a livello sia individuale che collettivo. Per questo possiamo parlare di identità processuali, mobili, mai fisse e date una volta per tutte.
Multiple perché attraversate da produzioni discorsive elaborate dentro campi sociali che chiudono solo momentaneamente l’esperienza in una definizione parziale del sé.
Inoltre i confini tra culture non sono definiti ma sempre con-fusi, in movimento, la storia delle migrazioni ci aiuta a capire perchè. La ridefinizione dei confini tra le etnie ha dato notevole impulso ad una ridefinizione del concetto di cultura come entità processuale e storica, confini che sono stati definitivamente resi permeabili nella seconda metà del Novecento dalle reti della comunicazione globalizzata.
Il villaggio globale, locuzione usata più volte da Marshall McLuhan, descrive bene la potenza del mezzo nella determinazione dell’immaginario individuale e collettivo. Il mezzo tecnologico produce di fatto effetti sui mondi della vita quotidiana, e indipendentemente dai contenuti e dalle informazioni che veicola.
Ma la comunicazione non è una invenzione della modernità, è peculiarità dell’essere umano. La comunicazione simbolica, la cultura, sono i suoi ingredienti più rilevanti.
Politica. O meglio, le politiche: attivazione di processi che consentono, o dovrebbero consentire, di dare risposte a problemi di rilevanza collettiva.
Ma le politiche, la comunicazione, di fatto sono parte della cultura.
Allora quando dico comunicazione e politica posso meglio dire: cultura della politica comunicazionale, se intendo per esempio fare riferimento alle modalità nuove e vecchie di costruire messaggi della politica. Perché da sempre papi e regnanti, politici e politicanti hanno fatto uso dei media. L’effige del re sulla moneta, per citare un esempio, era potere circolante, raccontato e divulgato da uno degli strumenti più efficaci e devastanti del potere stesso.
Ma dire politica comunicazionale mette anche bene in evidenza l’intreccio tra i due termini, tra due elementi, è impossibile prescindere dalla comunicazione in ogni caso. E la digitalizzazione ha moltiplicato e dilatato possibilità. Fotocamere e videocamere digitali, video ed elaborazioni grafiche nei social-network stanno alimentando nuove e imprevedibili sensibilità politiche, nei giovani soprattutto.
Nichi Vendola ha raccolto e rilanciato la sfida. E ha ribaltato del tutto a mio avviso la politica comunicazionale nell’era della digitalizzazione dei contenuti, ha inventato un linguaggio che non parla di potere per il potere, neanche parla alle masse, ma al soggetto nella sua peculiarità e specificità.
Il suo potere è un “io posso”, non è conquista di spazi di potere, ma la creazione di spazi di civiltà, di politiche generative di altro futuro, elaborazione di linguaggi inediti.
La competenza comunicativa di Nichi Vendola è del tutto altra, ribalta quella verticalità che suo malgrado apriva e dilatava le distanze dai vertici alla base.
La parola si fa corpo individuale e molteplice, si fa parola che penetra ogni vissuto, coniugata come singolare e plurale.
Inaugura nella politica una categoria fino ad ora alla politica sconosciuta, il riconoscimento del valore simbolico della parola nel senso suo proprio, del ri-conoscersi nella parola. Ognuno nella sua specificità e differenza, unicità, molteplicità, singletudine.
Inaugura il riconoscimento delle moltitudini del tutto singolari che avanzano, delle molte voci che prendono parte, e di diritto, fuori dalle stanze dei partiti a volte asfittici, alla costruzione delle politiche attive, di spazi in cui l’agente del cambiamento è il soggetto e l’oggetto delle politiche.
La politica comunicazionale di Silvio Berlusconi viaggia invece sulla parola top-down, è parola verticale, dal centro alle periferie, dal centro del potere, è parola centralizzata., generalizzata.
Ha avuto buon gioco dagli anni ’80 in poi con l’avvento dellE tv commerciali, perché ha inventato una cultura, nutrendo ogni millimentro del nostro corpo-mente.
La cultura dei bisogni indotti come parte sostanziale e omologante, della mercificazione di corpi, identità, emozioni, passioni anche, che è diventata parte integrante della sua politica comunicazionale. Ha alimentato le nostre rappresentazioni mentali,gli schemi di riferimento che infoRmano il nostro quotidiano, che nutrono l’immaginario individuale e collettivo.
Ed è per questo che vince, ci ha costruiti in trenta anni a sua immagine e somiglianza, è entrato nelle nostre viscere.
Ha rimosso dal lessico familiare termini come solidarietà, condivisione. La comunicazione è ora potere verticale della parola, non più ” mettere in comune”, condivisione della parola stessa. Dire oggi solidarietà piuttosto che competizione ha il sapore delle cose vecchie, sembra una retorica stanca, inutile, minestra riscaldata, anche ai tavoli della sinistra, anche in SEL, che rischia di diventare se non diamo una sterzata, non distinguibile dalle destre, un osso di seppia, appunto, dice Nichi.
L’alternativa alle tv commerciali che possiamo valorizzare (per via dei costi proibitivi di gestione che le tv comportano) è senz’altro la rete, la comunicazione digitalizzata.
Obama e Vendola sono l’esempio ormai più eclatante della rivoluzione in atto nella cultura della politica comunicazionale, la rivoluzione digitale, appunto, capillare, pervavisa, includente, soprattutto democratica, se pensiamo alla loro differenza (peer to peer), che ci fa consumatori e produttori di cultura/e.
Anna Maria Di Miscio