Di seguito trovate la risoluzione approvata dal Coordinamento Nazionale di SEL nella riunione svoltasi allargata ai Forum e ai dipartimenti oggi giovedì 14 luglio.
Per uscire dalla crisi
Il nostro paese sta attraversando una fase durissima di grande difficoltà economica. Non si tratta solo delle conseguenze – peraltro molto pesanti, soprattutto dal punto di vista sociale – della crisi economica internazionale, ma del trascinarsi e dell’aggravarsi di una condizione che ha visto l’Italia scendere agli ultimi gradini nella qualità del proprio apparato produttivo, culturale e di ricerca, nelle condizioni retributive e occupazionali dei propri cittadini, nella precarizzazione sempre più massiccia e permanente, nelle condizioni di vita e di soddisfacimento di bisogni e diritti della popolazione. Prendersela solamente con l’aggressività dei mercati finanziari significa costruirsi alibi.
Le scelte operate dalla Ue che spingono verso un’ulteriore politica di tagli, ispirate al presunto obbligo di raggiungere il pareggio di bilancio, portano non alla soluzione della crisi ma, come i fatti dimostrano ad un anno dalla crisi greca, a un suo drammatico avvitamento e a un vero e proprio massacro sociale. Per giunta questa politica viene imposta con la realizzazione di forme di governance prive di necessari requisiti democratici. Tutto ci dice che serve una vera e propria alternativa di società, un nuovo punto di vista sul Mondo e sull’Europa. Ma già da subito un’altra politica economica è possibile e necessaria. Questa viene concretamente praticata e richiesta anche da forze moderate. Mentre la Bce aumenta il costo del denaro e costringe gli stati membri al pareggio di bilancio, Obama spinge perché il Congresso voti lo splafonamento del tetto dell’indebitamento pubblico statunitense che, in rapporto al Pil, è del tutto simile a quello del nostro paese. In una dichiarazione congiunta di qualche settimana fa gli stessi socialisti francesi e tedeschi hanno aspramente criticato i loro rispettivi governi e gli organi europei di fanatismo rigorista, sottolineando la necessità della costruzione di un’Europa politica e non solo monetaria o economica.
Per queste ragioni non siamo d’accordo con la scelte contenute nella manovra finanziaria del governo che le Camere si avviano ad accettare in tempi rapidissimi e quasi senza discussione, grazie alla disponibilità in questo senso della attuale opposizione rappresentata in Parlamento. Non c’è nessuna oggettività in quella manovra, ma una precisa scelta di classe, destinata a pesare ulteriormente sulla vita delle persone. I tagli previsti alle regioni, lo strangolamento degli Enti locali, la reintroduzione dei ticket sono misure odiose che non mettono mai sul piatto le “vacche sacre” della spesa pubblica, come le spese militari o le grandi opere come il Ponte sullo stretto, che non rientrano mai nel computo dei sacrifici. Nulla, inoltre, sul versante della riduzione dei costi della politica, aumentando per questa via la crisi di legittimità dell’intera classe politica che, in epoca di crisi e sacrifici, non si dispone a ridurre molti dei suoi insopportabili privilegi. Per di più il governo annuncia un’iniziativa di legge di modifica costituzionale per introdurre nella nostra Carta l’obbligo del pareggio di bilancio, il che rappresenterebbe la fine di qualunque politica economica di tipo anticiclico deprivando lo Stato della possibilità di intervenire nell’economia con una spesa pubblica qualificata. Sarebbe il compimento delle scelte che già oggi vengono prospettate di ridurre o addirittura dismettere le quote della partecipazione statale in aziende strategiche quali l’Eni, l’Enel, Poste, Finmeccanica e Rai. Ovvero vendere i gioielli di famiglia per fare fronte al debito. Inoltre, la manovra di privatizzazioni riguarderà le aziende municipali e degli enti locali, trattate come una pura fonte di spesa e non come enti che, nella maggior parte dei casi, erogano servizi essenziali per i cittadini. Tale ondata privatizzatrice, inoltre, sarebbe in contrasto con lo spirito e la lettera dei referendum appena approvati. Sarebbe davvero grave se le forze dell’opposizione parlamentare assumessero l’impegno di portare avanti una pura politica di rigore finanziario anche in caso di cambiamento del quadro politico e governativo.
Sono le stesse ragioni che ci spingono a bocciare l’idea che viene avanzata in queste ore di una sorta di governo di unità nazionale motivato dalla necessità di respingere l’attacco speculativo. Questo può essere contrastato solo da una politica economica alternativa a quella attuale, e quindi con un nuova maggioranza parlamentare e di governo frutto di nuove elezioni, che punti al rilancio di una nuova domanda interna – grazie a uno spostamento della pressione fiscale dal lavoro alla rendita. Ciò che fa questa manovra è introdurre una patrimoniale sui poveri, proprio perché non si vuole assumere la responsabilità di introdurre una patrimoniale sulle grandi ricchezze e la tassazione delle transazioni internazionali, salvaguardando la contrattazione, che dovrebbe essere garantita dalla possibilità di voto per tutti i lavoratori, a differenza di ciò che propone il testo dell’accordo tra le parti sociali che non abbiamo condiviso. Oggi è necessario, per incrementare le retribuzioni e riqualificare il nostro apparato produttivo, aumentando la buona occupazione, puntare su settori innovativi, sulla qualità sociale e ambientale, sulla promozione dei beni comuni. La nostra lotta contro tutte le forme di precarietà rimane un obiettivo non negoziabile e, in questo quadro, riteniamo indispensabile la proposizione di un reddito di cittadinanza.
Sappiamo che questa svolta, necessaria e possibile in Italia e in Europa, non ci verrà regalata. L’esito degli stessi referendum, che chiedono di essere effettivamente recepiti, delle stesse elezioni amministrative, nonché delle mobilitazioni operaie e sociali, delle lotte delle donne e del mondo della cultura, ci dimostrano però che il cambiamento è possibile. Lo si può ottenere unendo una proposta politica alternativa – cui le forze di opposizione devono lavorare da subito in modo partecipato e trasparente, con un rapporto aperto ai movimenti sociali- alla mobilitazione popolare nel nostro paese e a livello europeo. La costruzione di proposte per una nuova dimensione democratica e politica dell’UE deve essere al centro di una iniziativa rivolta a tutte le forze progressiste ed ecologiste europee. Sel intende lavorare da subito su entrambi i fronti.
Cambiare la legge elettorale, costruire la coalizione per l’alternativa – L’attuale legge elettorale, come oramai universalmente condiviso dalle culture costituzionali democratiche del nostro paese, ha prodotto danni rilevanti, sul piano istituzionale e politico. L’abnorme premio di maggioranza e la composizione delle liste fatta da candidati “nominati”, ha fortemente contribuito alla generale riprovazione nei confronti della classe politica. Riteniamo sia indispensabile cambiarla e, per molti anni, abbiamo auspicato che la legge del 2005 venisse cambiata in Parlamento. La realtà dei fatti, a partire dalla discussione che si avviò nella precedente legislatura, è stata che non si è mai concretizzata una reale volontà di cambiamento, in primo luogo per la difesa accanita che di tale legge fa la destra, ma anche con una pesante responsabilità delle forze di centrosinistra.
È, dunque, rilevante, l’assunzione di responsabilità che i promotori delle due consultazioni referendarie si sono proposti per cambiare dal basso l’attuale legge porcata. Nel merito, riteniamo che il referendum Passigli, che pare fortemente condizionato dalla discussione interna del Pd e che non si è ancora avviato, propone un ritorno al proporzionale, lasciando le liste bloccate, che mira alla cancellazione della costruzione preventiva delle alleanze di governo, affidando al Parlamento la definizione delle maggioranze che andrebbero a formare l’esecutivo. Nel caso del referendum Morrone, che mira alla reintroduzione della precedente legge elettorale (collegi uninominali a un turno e quota proporzionale del 25%), riteniamo che vengano salvaguardati gli indirizzi che abbiamo proposto anche nella nostra linea congressuale, mettendo al centro la costruzione della coalizione per costruire un’alternativa di governo nel paese. Ovviamente, siamo consapevoli dei limiti che la legge precedente ha avuto, in particolare nella selezione delle candidature di collegio calate dall’alto ed è per questo che chiediamo alla futura coalizione di introdurre delle scelte di partecipazione democratica dal basso nella selezione delle candidature. Riteniamo inoltre di fondamentale importanza poter far esprimere, anche attraverso un sistema elettorale che lo consenta, quella domanda di partecipazione che, nella scelta del leader della coalizione che si candida a governare, possa trovare compiuta realizzazione nella celere convocazione delle primarie nazionali.
Infine, consideriamo di grande rilievo democratico e politico partecipare alla raccolta delle firme per il referendum elettorale che vuole reintrodurre il Mattarellum, così come autorevolmente auspicato anche da eminenti costituzionalisti, per consentire al massimo la partecipazione democratica dei cittadini. Intendiamo contribuire, attraverso la mobilitazione delle strutture territoriali e con l’indispensabile mobilitazione dei comitati spontanei che nasceranno, all’obiettivo delle 500 mila firme entro il 30 settembre, al fine di rendere tecnicamente possibile la celebrazione del referendum in tempi utili.
Diciamo no alla legge sul biotestamento – Sinistra ecologia libertà dà un giudizio molto negativo sulla legge appena approvata dal Parlamento sul cosiddetto “biotestamento”. Dopo anni di discussione, di partecipazione tra i cittadini ed in tantissimi enti locali, la legge approvata sceglie la strada peggiore: entrare invasivamente, per noi anche in violazione della costituzione, nelle scelte fondamentali delle persone. È un ulteriore passo di spoliazione dei diritti individuali e di autoritarismo. Siamo di fronte ad un abuso contro cui bisogna reagire. Condividiamo, quindi, la proposta avanzata dai Radicali di convocare una manifestazione nell’autunno contro questa legge. Vorremmo che tale appuntamento fosse condiviso e sostenuto da tutte le forze del centrosinistra.
Coordinamento Nazionale SEL
Cari amici,
allego l’editoriale di Sartori sui referendum elettorali, comparso sabato 16 sul Corriere della Sera e devo ancora esprimere un profondo malcontento – certamente molto diffuso in SEL – per la scelta fatta dal Coordinamento.
Sarebbe stata necessaria una forte protesta – a livello nazionale – per la manovra Tremonti proposta nei giorni scorsi in un suo intervento da Fulvia Bandoli.
Mi sembra che il partito dorma della grossa e non trovi un’indispensabile visibilità . Se a ciò si aggiungono prese di posizione smorzate e ambigue per motivi tattici(referendum elettorali, accordo CGIL, TAV ) la frittata è fatta.
Non possiamo limitarci a valorizzare a parole i movimenti,ma vivere nella loro dimensione di mobilitazione e iniziativa
Mi dispiace svolgere il ruolo di petulante Cassandra, ma sono convinto che le cose vadano male e che la capacità di mobilitazione del partito sia assolutamente carente.
Non siamo in Parlamento e dobbiamo essere con forte visibilità nel paese.
Penseremo mica di supplire con un’intervista a Vendola a “In Onda” o con un suo articolo sul Guardian ? Abbiamo un gruppo diligente solitamente invisibile e visibile per fare colpi di mano come è stato per Migliore. Tutto il nostro gruppo dirigente, che è di grande valore,deve comparire più spesso possibile e la mobilitazione e le iniziative devono essere frequenti. La gente sta dimenticando la speranza, che abbiamo acceso nascendo e fatica sempre di più a riconoscerci. Noi stessi, che molti mesi fa ci siamo costituiti in Associazione con questo nome “Con Vendola, per una sinistra più forte e rinnovata” stentiamo a riconoscerci in questo motto e ce ne accorgiamo dal silenzio crescente dei nostri iscritti.
Se non interveniamo alla svelta saranno guai seri.
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Citrullaggini e confusione
sul sistema elettorale
di Giovanni Sartori sul Corriere della sera di sabato 16 luglio 20111
T ra le tante ragioni che impediscono al nostro Paese di rimettersi in piedi c’è anche la citrullaggine elettorale e cioè l’incapacità di adottare un sistema di voto che funzioni e che, di conseguenza, consenta alla politica di funzionare.
La nostra prima Repubblica esordì con un sistema proporzionale puro (senza sbarramenti) che consentiva all’elettore di indicare tre preferenze tra i candidati in lizza (in lista). Queste preferenze furono eliminate da un referendum a furor di popolo. Dal che risulta che agli elettori di allora le preferenze non sembravano importanti come agli elettori di oggi. Il Sud segnava sulla scheda molti più nomi del Centro-Nord. Ma non era senso civico; era che al Sud il voto clientelare era già vivo e vegeto. E il punto resta che allora nessuno difese le preferenze proclamandole l’essenza stessa della democrazia. Lo potrebbero essere solo se e quando gli elettori si interessano di politica e si informano sui candidati. Ma finché se ne impipano, le preferenze possono fare più male che bene.
Il passo seguente fu la richiesta ossessiva di Pannella, con Mariotto Segni sempre di sostegno, di sostituire il sistema proporzionale con il sistema maggioritario secco, all’inglese. Pannella prometteva e giurava che quel sistema avrebbe prodotto il bipartitismo, e cioè solo due partiti. Mai promessa fu più sciocca e infondata. Ma in gran parte venne accolta nella legge che battezzai il Mattarellum: un sistema elettorale per tre quarti uninominale e per un quarto proporzionale.
Sin dal primo giorno protestai, prevedendo che il Mattarellum non avrebbe ridotto ma anzi moltiplicato i partiti (i miei editoriali sono tutti raccolti in volumi, chi non mi crede può controllare). Così fu: quando il Mattarellum venne abolito, i partiti, partitelli e partitini erano diventati tanti che era difficile contarli. Ma al male è seguito l’ancor peggio. Dopo la caduta del secondo governo Prodi il governo Berlusconi-Bossi impose un sistema elettorale che dissi il Porcellum, visto che il suo stesso estensore, Calderoli, lo aveva dichiarato una «porcata».
Lo sfaldamento del centrodestra offre l’opportunità e segnala l’urgenza di una riforma elettorale che almeno elimini la maggiore orrendezza del Porcellum: premio di maggioranza assegnato alla maggiore minoranza. Un 35% dei voti che può ottenere il 55% dei seggi in Parlamento, è una intollerabile e vergognosa distorsione del processo democratico, senza precedenti in nessuna democrazia. E se in queste condizioni una opposizione chiede nuove elezioni senza almeno tentare di eliminare questa distorsione, allora è una opposizione che vuole il proprio male. Ed è proprio così.
Il professor Passigli, già senatore del Pd, si è mosso proponendo un referendum abrogativo del Porcellum. E si è trovato mezzo partito contro. Il professor Ceccanti, il costituzionalista prediletto da Veltroni, lo attacca asserendo che «il ritorno alla proporzionale segnerebbe la fine del bipolarismo». Ma quando mai, ma perché? Quasi tutta l’Europa occidentale usa la proporzionale ed esibisce al tempo stesso una struttura bipolare.
Inoltre non sarebbe il ritorno alla stessa proporzionale di prima, visto che ora avremmo una proporzionale con sbarramento del 4 per cento. Il professor Ceccanti ricorda anche che il partito è sempre stato per il sistema maggioritario a doppio turno di tipo francese. Ma non ricorda bene. Proprio Veltroni, quando era segretario del partito, lo cancellò dall’agenda. L’altra idea è di tornare al Mattarellum. Come se avesse funzionato bene, come se fosse degno di riesumazione. E in ogni caso mi sfugge come un sistema maggioritario possa essere ricavato da un referendum abrogativo che può soltanto cancellare ma non sostituire. A prescindere dalla proposta Passigli, che mi sembra già silurata dal suo stesso partito, mi ha colpito che anche Bersani, tra le tante stramberie, ne abbia detta una anche lui: che la proporzionale è da respingere «perché non dice come sarà composto il governo». Ma, di grazia, come potrebbe? Le elezioni (mi si perdoni l’ovvietà) eleggono, punto e basta. I governi, quali saranno e da chi composti, li stabilisce il Parlamento. Nei sistemi parlamentari è così. E il nostro è pur sempre un sistema parlamentare, per quanto malconcio e tartassato.
Giovanni Sartori
16 luglio 2011