Molto probabilmente questa nota non interesserà nessuno. La scrivo soltanto perché negli ultimi tempi mi è capitato spesso di vedere i volti attoniti delle persone alle quali ho detto che lasciavo Bruxelles, dove ho vissuto negli ultimi tre anni, per tornare nei mio paese in provincia di Foggia, Troia. Quasi tutti mi hanno preso per pazzo, e ammetto che una certa dose di follia c’è. Qui a Bruxelles avrei potuto continuare a fare il mio lavoro e avrei forse trovato opportunità migliori in futuro. Qui a Bruxelles le retribuzioni sono spesso anche il doppio di quelle da fame dei miei coetanei in Italia, inchiodati ad una precarietà senza scampo che permette solo di sopravvivere, non di vivere. Qui, infine, avrei vissuto in un paese “normale” dove nonostante le crisi istituzionali i servizi funzionano e il welfare state c’è.
In più, proprio stamattina, il mio direttore di tesi mi ha invitato a continuare gli studi con un dottorato all’Università di Bruxelles. E non c’è stato bisogno, come talvolta accade in Italia, di avere parenti all’università. E’ stato sufficiente l’impegno e il merito. Qui, peraltro,un dottorando prende più del doppio rispetto ad un collega italiano e la borsa dura dai quattro agli otto anni. Insomma fare il ricercatore qui è un vero lavoro, un lavoro rispettato…poi si chiedono il perché della fuga dei cervelli! Eppure io ho deciso di tornare in Puglia. Sono molteplici le ragioni che mi hanno portato a questa scelta. Alcune non si possono spiegare: i progetti di vita con chi ami, il legame con il luogo in cui sei nato e cresciuto, le amicizie e gli affetti, alcune sensazioni alle quali senti di non poter rinunciare perché quelli sono pezzi di vita che vale la pena vivere. Altre invece si possono spiegare perché sono ragioni che chiamano in causa da un lato le scelte della nostra classe politica e dall’altro le speranze, i bisogni e le aspirazioni della mia generazione.
Io sono uno dei tanti italiani, troppi, che hanno lasciato l’Italia negli ultimi anni perché un altro paese offriva migliori condizioni di lavoro e di vita. Ho lavorato, studiato e “fatto politica” in Italia fino all’inizio del 2007. E quello che ricordo è un campionario di disastri sociali: salari da fame anche in organizzazioni “progressiste” come quelle in cui ho lavorato, un sistema universitario disastroso (mi sono laureato a Roma, ma ho imparato realmente qualcosa solo con la specialistica qui in Belgio). E infine, quanto alla politica in Italia, nonostante la passione, l’impegno e la pazienza profusi, anche io (e con me un bel progetto politico) sono stato vittima di certi baroni di una sinistra antica e feudale che pensano di fare il bello e il cattivo tempo, anche sulla politica giovanile e studentesca.
Bruxelles è diventata dunque ben presto una meta obbligata. Mi sono candidato come segretario generale dell’OBESSU, la rete europea delle associazioni studentesche, e vi ho lavorato fino a pochi mesi fa. Nel frattempo mi sono iscritto all’Università di Bruxelles per concludere i miei studi (nel poco tempo libero dal lavoro). In questi anni ho visto tanti, tantissimi italiani, sopratutto del Sud, che venivano a Bruxelles perché nonostante i curriculum brillanti e il grande talento si sono trovati le porte chiuse nell’Italia del familismo, della politica medievale e delle raccomandazioni. Qui a Bruxelles molti di questi “espatriati”, certo non tutti, hanno trovato delle occasioni importanti e hanno visto riconoscersi un ruolo che in Italia gli era stato negato.
Perché allora di fronte a tutto questo uno può essere così folle da voler tornare in Italia? Alcune ragioni, l’ho detto, non si possono spiegare. Altre invece sono rinchiuse in quel senso di rabbia e di speranza che tutti gli italiani all’estero vivono quando la mattina leggono i giornali. La rabbia di una paese che va alla deriva mentre noi espatriati viviamo in un paese “normale” e vorremmo urlare agli italiani in Italia che un paese normale “è possibile”! La rabbia di sentire costantemente che in Europa tutti amano il nostro paese, il nostro cibo, la nostra arte, la nostra moda, la nostra cultura…ma pensano che siamo in mano a degli imbecilli. La rabbia di doversi vergognare ad ogni figuraccia di Berlusconi e il senso di impotenza quando ti chiedono perché gli italiani votano per un miliardario.
Ma accanto alla rabbia c’è la speranza. A lungo questa speranza è stata frustrata da una sinistra incapace di interpretare il bisogno di cambiamento della mia generazione, una sinistra incapace di emozionare, interessata più a sopravvivere che a proporre un’alternativa. Per anni quelli come me, in mancanza di una opposizione che potesse dirsi tale, si sono dovuti accontentare di Santoro (su internet, perché Raidue qui non si vede), della Dandini, del Manifesto e di Repubblica. Questa speranza frustrata adesso si sta risvegliando. E’ la speranza di quelli come me che hanno urlato di gioia quando il popolo ha votato per la Puglia Migliore, per preservare questa bella anomalia italiana. E’ la speranza di chi legge il Times e vede Nichi Vendola paragonato ad Obama. E’ la speranza di vedere un leader italiano finalmente trattato con rispetto in Europa.
Cosa c’entra tutto questo? C’entra perché se io ho voglia di tornare a casa mia, in Puglia, è anche grazie a questa speranza. Non è Nichi Vendola che mi fa tornare, perché io sono convinto che Vendola non sia in sé la soluzione (detesto il leaderismo!) ma perché quel “racconto” di speranza che si sta costruendo in Puglia mi fa venir voglia di tornare. Perché in Puglia oggi, se vali qualcosa ed hai un talento, qualcuno ti dice: provaci, ti diamo una opportunità! Programmi come Bollenti spiriti, Principi attivi, Libera il Bene, i bandi di sostegno alle imprese sono (finalmente!) delle vere opportunità per i giovani. Oggi in Puglia ci sono delle opportunità che qualche anno fa non c’erano.
E’ anche per questo che lascio tutto e con quattro amici torno in Puglia per un piccolo progetto, una cooperativa di servizi culturali. Un progetto non facile, sopratutto quando devi convincere la tua comunità (a partire dalle persone a cui vuoi bene) che lo fai perché credi nelle potenzialità della tua terra e non cerchi / non vuoi nessuna raccomandazione e nessun favore. Ti basta di essere valutato per quello che sei e non per come ti chiami o per chi voti. Non so se andrà bene e può darsi che fra qualche tempo mi ritroverete qui a spiegare perché sono tornato in Europa, magari a fare il dottorato a Bruxelles. Ma per ora sono contento di poter dire che c’è un “racconto” che mi fa venir voglia di tornare a casa, riabbracciare i miei affetti e costruire la mia vita in Puglia, a casa mia. Ed è anche per questo senso di gratitudine per questa “speranza risvegliata” che sento il dovere, l’entusiasmo e la voglia di contribuire, nel mio piccolo, alla costruzione di una “Italia migliore”.
Giuseppe Beccia
Ho letto i vostri commenti e vi ringrazio molto. Mi sono domandato a lungo se tornare in Italia fosse la scelta migliore. I tanti messaggi ricevuti in questi giorni mi hanno convinto, una volta di più, che questa é la strada giusta. Mi auguro che ci ritroveremo presto lungo questo cammino verso una “Italia migliore”. A presto