Uno degli aspetti più inquietanti e meno dibattuti legati al mondo del precariato riguarda quello dei cosiddetti “contributi silenti”. Cerchiamo di spiegare brevemente di cosa si parla. I parasubordinati, i precari e quanti esercitano professioni non regolate da ordini professionali in Italia versano i loro contributi previdenziali nella così detta “gestione separata” dell’INPS.
Per poter un domani usufruire di una pensione derivante dalla gestione separata, il lavoratore deve aver raggiunto almeno i 57 anni di età (o i 40 di versamenti), avendo però almeno 3 anni di contributi versati. Moltissimi precari che si affacciano oggi al mondo del lavoro per la prima volta, versano in questo fondo contributi per un paio di anni in media. Poi “evolvono” (spesso sempre da precari) verso forme contrattuali differenti, e accendono una posizione contributiva su un altro fondo.
Ebbene i contributi che hanno versato in quei primi due anni di lavoro (ma se fossero 2 anni e 11 mesi sarebbe lo stesso) andranno persi, qualora il lavoratore non versi in futuro altri contributi sulla gestione separata, o non si attivi per farlo autonomamente. Inoltre, altra cosa grave, i contributi versati alla gestione separata Inps dai precari, anche per più di 3 anni, non si sommano a quelli derivanti da lavoro dipendente (spesso anche quello a tempo determinato) ai fini dell’ottenimento di un’unica pensione di anzianità, ma sono solo cumulabili in regime di totalizzazione per il raggiungimento del maggior requisito di 40 anni di contributi. La questione, infatti, è che dalla gestione separata si percepisce, arrivandoci, una pensione a parte.
Nella maggioranza dei casi, una pensione talmente bassa da non garantire un’esistenza dignitosa ai pensionati del 2040. Perché, e questo è un altro aspetto spinoso, un precario o un parasubordinato iscritto alla gestione separata versa in media (spesso a proprie spese) il 18% del salario lordo, contro il 33% in media del lavoratore dipendente, che divide con l’azienda nella proporzione di 1/3 e 2/3 la quota da versare. Di più: questo tesoretto della gestione separata, che ogni anno incassa circa 8 miliardi di euro ed eroga solo 300 milioni, è oggetto delle mire di chi, al governo, ha bisogno di far quadrare i conti. Il decreto sviluppo di Tremonti, in discussione in parlamento in questi giorni, contiene una norma che, con la scusa di disincentivare il ricorso agli atipici, alza l’aliquota previdenziale sulla gestione separata dal 26,72% al 33,72%, mettendo dunque le mani nelle tasche dei 744.513 lavoratori atipici che lì versano i propri contributi, e la cui remunerazione media annua è stata calcolata in 8.800 euro lordi. Ecco su quali fragili spalle grava oggi il costo della crisi.
E’ in corso una campagna dei Radicali che chiede la restituzione dei fondi silenti, affinché il lavoratore possa provvedere autonomamente alla stipula di una qualche assicurazione privata in grado un giorno di mantenerlo. Per quanti come me credono ancora, invece, nel sistema previdenziale pubblico, le rivendicazioni devono essere altre, a partire dall’abbattimento delle soglie temporali previste dalla gestione separata per il computo della totalizzazione dei contributi, e dalla possibilità di ricongiungere i contributi versati nella gestione separata con quelli versati in altri fondi, sia da lavoratore dipendente che autonomo.
Enrico Sitta
Il nostro tempo è adesso – La vita non aspetta
Siamo tanti in questa situazione!! Il mondo dei giovani e non più tanto giovani è iscritto per la maggior parte alla gestione separata: soldi che non rivedremo mai probabilmente..Questa è l’Italia.