PREVISIONI CLIMATICHE DEL GIORNO ovvero Nota sulla frenata di Singapore di Valerio Calzolaio

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Suggerisco a politici e giornalisti, governanti e governati, scrittori e lettori di studiare un poco cosa dicono da almeno venti anni gli scienziati che si occupano di clima. Per la propria salute mentale oltre che per decidere in coscienza sul futuro del pianeta. Prima, chi di noi se ne occupava era preso come uno strano alieno, la cosa non c’entrava nulla con la politica e l’informazione quotidiane. Poi, da qualche anno ogni dirigente di qualsiasi organizzazione collettiva in qualsiasi parte del mondo cita continuamente i cambiamenti climatici in corso. E ogni incontro di vertice nazionale, europeo, internazionale, su qualsiasi tema, ne tratta. Il commento più frequente è “fallimento” rispetto a quanto chiedono scienziati e convenzioni internazionali. Esatto! Fin dall’apparizione del primo rapporto del panel scientifico (IPCC 1990) e dalla conclusione del primo vertice globale ONU (Rio, UNFCCC 1992) l’allarme e le richieste “scientifici” non si sono tradotti in misure adeguate e coerenti.

Nemmeno a Kyoto, dove pure è stato approvato (nel 1997) un protocollo di impegni (parziali, limitati nel tempo, incompleti, quasi scaduti) che avrebbero condotto ad una riduzione delle emissioni di meno di un decimo (rispetto al 1990) di quello motivatamente chiesto. A Kyoto c’era la terza conferenza ONU sul clima, a Copenaghen dal 7 al 18 dicembre prossimi ci sarà la quindicesima. Visto che il protocollo cesserà il suo valore legale dopo il 2012 si trattava di approvare un altro accordo e tutti i capi di stato e di governo si erano impegnati per chiudere a Copenaghen, in modo di poterlo ratificare e rendere operativo nei prossimi tre anni. Ieri a Singapore il vertice dei Paesi dell’Asia-Pacifico ha deciso di chiamare il primo ministro danese e di far annunciare (da lui) che non ci sono le condizioni perché a Copenaghen finisca bene. Lo sapevamo già! Purtroppo.

Nella mitica Kyoto a rappresentare gli Stati Uniti c’era il vicepresidente Gore che ha poi preso il Nobel non per quel che (non) fece allora ma per quel che ha chiesto quando è tornato a fare il conferenziere e militante: una drastica (l’80% entro il 2050) riduzione delle emissioni climaalteranti da parte dei 39 paesi che più hanno emesso nel Novecento. E’ appunto quanto hanno sollecitato e spiegato gli scienziati da venti anni almeno. Anche loro hanno preso il Nobel (quarto rapporto IPCC, 2007). Il fatto è che, per lo più, prima governanti politici giornalisti (la maggior parte) non ci capivano molto, poi hanno capito qualcosa e continuato il tran tran quotidiano con maggiore tristezza, poi si sono preoccupati intuendo di non riuscire a fare molto nell’arco di quell’ultimo vertice, mandato, articolo, poi si stanno angosciando e ci stanno angosciando, senza prendersi la responsabilità che innanzitutto compete loro: ridurre e far ridurre le emissioni in casa propria. Segnalo che Cina e USA non considerano “in vigore” il protocollo di Kyoto, la Cina perché è fra i paesi non impegnati da obblighi di riduzione, gli USA perché non hanno ratificato i propri obblighi. Segnalo che a Singapore, Cina e USA, ma anche Australia e Giappone hanno detto che un accordo vincolante va firmato e che a Copenaghen questo “vincolo” va sanzionato con tempi urgenti e certi, e principi di responsabilità condivisa.

Dunque, non tutto è perso. La procedura fallimentare è ancora in corso. Non ci sarà data del successo definitivo. C’è un percorso, c’è uno scontro, ci sono interessi da sconfiggere o mediare, ci sono tappe. Studiamo. Ogni singolo passaggio, ogni singolo errore, ogni singolo passo in avanti. Per ridurre  le emissioni e adattare il pianeta occorre promuovere il fronte più ampio possibile, mobilitato a far chiudere il negoziato con un accordo vincolante (ovvero impegni di riduzione con scadenze e sanzioni ben differenziati fra i 39 paesi industrializzati del passato, gli altri paesi industrializzati di oggi, i paesi che oggi quasi non emettono perché poveri, affamati e assetati; fondi ingenti dei paesi ricchi per la riduzione “interna”, l’adattamento degli altri e le tecnologie).

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Ilaria Ferrara 18 novembre 2009 - 01:20

Compagni, ma siamo matti o troppo spaventati?
Un argomento come questo, che investe presente e futuro, nonché una critica di fondo al nostro modo di produrre e di vivere (più le contraddizioni che la sinistra si porta dietro sulla “crescita” e sull’ambiente)e solo due commenti?

Maurizio Baccaro 17 novembre 2009 - 10:51

Sono daccordo con te Paolo, ci vuole una giornata di mobilitazione mondiale. Credo che sarebbe, forse, poco utile accentrarla in un posto (verrebbe nominata tra le altre manifestazioni a Roma? di questo periodo), molto meglio sarebbe riuscire a fare una presenza in ogni città o almeno in ogni Provincia.

Paolo Hutter 16 novembre 2009 - 18:20

valerio, ma cosa risulta come risposta ambientalista? è chiaro che ci vuole una giornata mondiale di mobilitazione,almeno

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