Prima Pomigliano poi il Lingotto

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Prima Pomigliano poi il Lingotto. Le politiche della Fiat alimentano lacerazioni e producono profondi cambiamenti negli assetti che riguardano l’organizzazione del lavoro e il ruolo legato alle relazioni industriali e agli istituti di rappresentanza sindacale. Le reazioni, spesso di plauso e spesso di reazione radicale, paiono non discostarsi da giudizi di carattere morale.

Chi plaude parla e scrive di accordi, in linea con la modernità, che assicurano al nostro paese importanti investimenti, capaci di sostenere la competitività internazionale. Contemporaneamente attaccano il Sindacato e la Sinistra che pregiudizialmente, per odio all’impresa e al capitale, prenderebbe posizioni antistoriche. A sinistra la reazione è opposta. Si parla di accordi separati che in un solo colpo cancellano il contratto nazionale, riducono la democrazia nei luoghi di lavoro e rendono il sindacato un orpello utile e accettabile solo se fa comodo ai padroni. Un accordo vergognoso! Un ricatto inaccettabile.
Posizioni diametralmente opposte che presentate all’opinione pubblica determinano uno schierarsi – del tutto naturale e legittimo – su posizioni in apparenza di natura ideologica e tuttavia catalogabili con difficoltà dal punto di vista delle collocazioni elettorali.

Cosa voglio dire? Che si avverte l’assenza di un punto critico di analisi che permetta di entrare dentro le argomentazioni. Lo scontro non ha nulla di visione moralistica, è tutt’altro. E’ perfino uno scontro all’interno del quale gli stessi contendenti, forse, non hanno nemmeno chiaro le diverse e molteplici implicazioni presenti.

Proverò, con oggettive difficoltà, a delinearne i contenuti, i confini politici e culturali, per tentare di introdurre delle “lenti” di analisi meno inadeguate di quelle che i commentatori – politici e non solo – paiono usare per leggere gli avvenimenti. Vengono alla mente le sciocchezze che il “partito delle parole in libertà” sforna a getto continuo. Dal Presidente del Consiglio, al Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali che addirittura ci si è cimentato scrivendo e pubblicando il Piano triennale ” Liberare il lavoro per liberare i lavori”, fino a Tremonti che secco e duro afferma: è la rivincita dei riformisti su tutti gli altri.
Cosi egualmente le dichiarazioni (o articoli al riguardo) effettuate da dirigenti di opposizione. Si citano ad esempio Bersani: sì all’accordo ma è deluso. Alla fine, usando un gergo calcisitico, afferma che prevale la necessità di «portare a casa il risultato». Fioroni: Bisogna evitare che si continui a promettere ‘il sol dell’avvenire” e nel frattempo si lascia la gente al buio e al freddo. Veltroni: Un accordo duro, ma inevitabile.

Si rimane tragicamente alla superficie, al massimo ci si schiera, nessuno pare faccia uno sforzo per capire cosa diavolo stia realmente accadendo.

La prima lente che provo a introdurre per l’analisi riguarda i contendenti. Ragioniamo nel terreno della oggettività e non del giudizio di merito. Marchionne si muove con culture dimensionali di un manager della globalizzazione. Parla e agisce su scenari mondiali. I suoi contendenti si muovono con culture locali e si muovono all’interno di scenari locali. E’ la dimostrazione lampante delle contraddizioni che si realizzano quando si scontrano culture globali con culture locali. Non c’è possibilità di sintesi se non si ha come bagaglio un terza (più vasta e compresa) necessaria cultura che le inglobi entrambi: la cosidetta cultura glocal.

La seconda lente per l’analisi riguarda i processi di globalizzazione e il modello di sviluppo che sta prendendo storicamente corpo che se non compreso e contrastato, senza essere per nulla catastrofisti, non promette nulla di buono.
Qui credo che coraggiosamente dobbiamo oltrepassare l’idea , pure generosa, che afferma che il modello dello sviluppo capitalistico, sempre simile a se stesso, va cambiato con altro modello di sviluppo che affronti il cosa produrre e il come produrlo: vedi le dissertazioni sulla decrescita o sullo sviluppo ecocompatibile o altre trattazioni sullo stesso argomento.

La Cultura, quella di qualità, ha affrontato in termini filosofici queste questioni. Importanti valutazioni e pubblicazioni, delle diverse scuole di pensiero, sono in circolazione. La medesima cultura, tuttavia non è stata capace (credo che spettasse non alla filosofia ma piuttosto agli economisti e ai politici) di sfornare una ricetta, una indicazione dal punto di vista del sistema produttivo e dottrinario di economia politica. Le contraddizioni (oltre che i danni) causate dal modello di sviluppo che sta prevalendo non trovano, certamente, alternative o si esauriscono negli incontri internazionali per la difesa del clima.

Vengono in discussione e meriterebbero l’attenzione dovuta, semplificando molto, problemi legati alla sovranità nazionale dei singoli stati, alle delocalizzazioni, alle speculazioni finanziarie, ai modelli culturali ed economici che operano nelle grandi aree geopolitiche dell’America del nord, di quella del sud, dell’Europa, della Cina, dell’India, dell’area Islamico-Arabica. Per approfondire solo queste tematiche e per rappresentarle in modo interdipendente, occorrerebbe una mole di pensatori di altissima qualità.
E’ certo che le parole che usano i governanti circa la libertà, l’eguaglianza, la giustizia hanno perso di significato e non riescono a nascondere le repressioni, i favoritismi, la corruzione, le assurde disparità tra gli individui.

Attraverso i media, a partire dai mezzi radio-televisivi, c’è una sorta di ossessiva ripetizione di concetti: a tutti sono riconosciuti dei diritti e che viviamo in una democrazia che richiede tanti doveri.

Si dimentica o si fa a meno di dire che, nelle nostre società, esistono individui meno fortunati che non sono così liberi. Sono quelli che – al pari di uno Stato di Polizia – sono costretti ad eseguire continuamente ordini senza discussioni, per quanto essi possano essere arbitrari. Le autorità li sorvegliano strettamente. Sono controllati anche nei più piccoli dettagli della loro vita quotidiana. I dirigenti che li comandano a bacchetta, rispondono solo ai loro diretti superiori. Il dissenso e la disobbedienza vengono repressi. Ovviamente tutto ciò rappresenta una situazione terrificante. Ed è così, sebbene questa non sia altro che la descrizione di un moderno luogo di lavoro. Non lo si dice, anzi lo si nasconde, sebbene è da questi luoghi che proviene la ricchezza che permette ad una parte minoritaria della società di possedere quasi tutto e di goderne, anche sotto forme di squallide manifestazioni parassitarie.

Tuttavia, credo che la lente di analisi di cui occorrerebbe dotarsi permetterebbe di capire, o almeno intuire, di cosa stiamo parlando e delle gigantesche questioni che sono presenti. E forse al posto dei commenti di carattere moralistico si dovrebbe pensare a discutere con serietà di misure alternative e di portata eccezionale.
In altre circostanze ho scritto su queste questioni e ho ragionato sui rischi di un salto indietro, dal punto di vista dei diritti e della democrazia.
Partivo da considerazioni oggettive, all’interno delle quali non intravedevo una lucida opzione effettuata dal capitalismo.

L’egoismo sociale che caratterizza l’economia capitalista ha invece fatto, nella società della globalizzazione, un salto di qualità davvero incredibile. Questo avviene senza che se ne sia completamente consapevoli.

Per provare a farmi capire mi rifaccio a questioni di strategia che erano oggetto di dibattito all’interno del mondo della sinistra nel secolo appena trascorso. Si era negli anni 60 e in Cina era in corso quella che è passata alla storia come rivoluzione culturale.

Un dirigente cinese (era il vice di Mao Tse-Dong) Lin Biao teorizzò una nuova concezione strategica nella lotta tra socialismo e capitalismo. La teoria passata con il nome della lotta della campagna contro la città, sinteticamente affermava: Se si considera il mondo nel suo complesso, l’America del Nord e l’Europa Occidentale, possono essere considerate le “città”, mente l’Asia, l’Africa e l’America Latina “le campagne”. Il movimento rivoluzionario del proletariato dei paesi capitalistici dell’America del Nord e dell’Europa Occidentale ha provvisoriamente segnato il passo per vari motivi dopo la seconda guerra mondiale, mentre il movimento rivoluzionario dei popoli d’Asia, Africa e America Latina si è sviluppato vigorosamente. E in un certo senso, la rivoluzione mondiale conosce oggi una situazione che vede le città accerchiate dalla campagna. E’ infine dalla lotta rivoluzionaria dei popoli dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina, ove vive la stragrande maggioranza della popolazione mondiale, che dipende la causa della rivoluzione mondiale.

Ora a me pare che questo, nell’epoca della globalizzazione, stia accadendo. Con la “piccola” variante che a guidarne i processi non è una (vera o presunta) forza anticapitalista, ma piuttosto è l’economia capitalista ad utilizzarne l’impostazione rivoluzionaria. Si garantisce l’egoismo sociale, si mantengono masse sterminate sotto pagate che fanno concorrenza a masse proletarie che avevano strappato troppi diritti, si delocalizza senza alcuna regola, ce se ne infischia delle condizioni dei singoli Stati (la sovranità inesistente), si introducono a piene mani una serie di disvalori (relativismo?) all’interno delle società, si utilizzano i media come cannoni potentissimi per attaccare la cultura e un certo tipo di conoscenza (quella che ci fa più liberi).

E’ in corso una vera controrivoluzione globale che interessa tutte le culture del pianeta, che invece che valorizzarle le contrappone, che mette continuamente a repentaglio la pace, che considera la democrazia un pesante intralcio, che finisce per porre seri interrogativi sul futuro delle nuove generazioni e sul futuro del pianeta medesimo. Che finisce per produrre false difese locali – che organizzano un contrasto di tipo quasi tribale – che finiscono per assolvere alla funzione di comburente a vantaggio della controrivoluzione.

Queste gigantesche problematiche, a mio parere, sono all’interno delle novità dei provvedimenti Fiat (non li chiamo accordi perché tali non sono, anche se ben mascherati).
Tali questioni, cosi imponenti, hanno una tale quantità di implicazioni che non possono essere scaricate sulle spalle delle organizzazioni dei lavoratori che senza sponde politiche, basate su altre culture di alto spessore innovativo e del tutto alternative, non possono che provare a difendersi.

Occorre che i dirigenti politici nazionali tutti, in particolare quelli che si rifanno a culture di sinistra, intraprendano la strada inedita di un percorso teso alla costruzione di modelli e proposte alternative che fuoriescano dai singoli confini nazionali e che siano capaci di indicare un diverso scenario per i popoli e per il pianeta.
Uno scenario che, nel ridare il ruolo che alla Politica dovrebbe competere, sia al tempo stesso in grado di dare risposte credibili e adeguate a porre fine allo scontro economico planetario che questa stagione storica (non breve) sta vivendo e che produce centinaia di milioni di nuovi poveri umiliati.
In assenza di questa ricerca e relativa capacità di proposta è evidente che perderemmo su tutta la linea. E’ la sfida vera di questa stagione della modernità.

E’ la sfida che la sinistra deve saper raccogliere attraverso una sua capacità di innovazione che deve saper ritrovare. Farlo è possibile, se con umiltà si da ascolto e coinvolgimento ai mille rivoli con la quale agisce la democrazia partecipata. Per la sinistra rimanere all’interno della attuale auto referenzialità ovvero di quella che sarebbe (di questo si tratta) una casamatta residuale, apparirebbe una scelta del tutto inutile. Perfino dannosa.

Bruno Ceccarelli

Ci sono 4 commenti per questo post
Carla Cirillo 30 dicembre 2010 - 19:52

caro Bruno Ceccarelli, sono d’accordo con il tuo articolo e lo trovo interessante e stimolante. Sarebbe molto utile ritornare su tutti questi argomenti, a cui molti movimenti stanno già dando delle risposte concrete: slow food e altri, per esempio. Personalmente ho trovato nell’ecologia molte risposte pratiche e anche immediate, che non mi costringono ad aspettare lunghi anni ma mi dicono cosa posso fare ora. Ma sono d’accordo che è necessaria vuole una analisi nuova adeguata ai tempi, un approccio diverso dal passato. Ritorniamo più spesso su questi argomenti arricchendoli. Sono d’accordo sul “glocal”.

Sabina 30 dicembre 2010 - 08:54

poichè Fassino , candidato sindaco di Torino
ha dichiarato che la scelta di Marchionne ” va sostenuta”
mi chiedo se sia mai possibile stringere accordi elettorali con personaggi del genere?
Io militante di Sel mi chiedo quali sono i margini per affiancare le nostro facce, il nostro simbolo ai rappresentanti di un partito che non sta dalla parte degli operai, non solo ne condivide le ragioni ma probabilmente manco le capisce.
Fassino si facesse lui i suoi bei turni di notte retribuiti a 30 euri lordi al mese.
Perdonatemi la tirata demagogica .

Ugo Francesco Calvo 30 dicembre 2010 - 01:27

Complimenti Ceccarelli. Gran bella riflessione. Credo però che la sinistra debba ritrovare il coraggio di sostenere la sua alterità dal modello capitalistico e riprendere un’analisi severa degli errori contenuti nelle esperienze delle pratiche marxiste. Io non riesco a vedere il socialismo del XXI secolo, semmai il socialismo nel XXI secolo.

Ale69 29 dicembre 2010 - 16:21

A me pare che l’autore dell’articolo abbia toccato il punto dolente ed anche sfiorato la chiave della possibile soluzione:il punto dolente che senza una strategia globale,non si cambia il corso della globalizzazione(scusate il gico di parole); la chiave sfiorata sta invece nell’accenno breve ma significativo alle responsabilità degli economisti:nel non essersi posti il problema di individuare un alternativa alla globalizzazione liberista,frutto della rivoluzione(o controrivoluzione per dirla come l’autore dell’articolo)Reaganiana e Tatcheriana degli anni 80 del secolo scorso.Si parla ovviamente di economisti “progressisti”i quali,se esistono ancora,dovrebbero essere sollecitati dalla Politica, a gettare le basi di una indubbiamente complessa ma ineludibile nuova scienza economica,che riesca lì dove hanno fallito,sia pure con modlaità molto differenti,il Keynesismo tradizionale ed il Marxismo:realizzare i presupposti di una economia dal volto umano,che tenga insieme,con pari forza e dignità le ragioni del profitto e del merito da un lato con le esigenze delle massime garanzie sociali,e della solidarietà attiva dall’altro. Il Socialismo del XXI secolo,direi.

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