Comunque la si pensi nel merito, è difficile non riconoscere che il voto operaio di Pomigliano e di Mirafiori – con quella quota di no così elevata e inaspettata, considerato il clima ricattatatorio in cui si sono svolti i referendum – ha cambiato in modo incisivo l’agenda politica e sociale del paese.
Naturalmente c’è sempre chi fa finta di non vedere, ma almeno non si parla più solo dei materassi di Berlusconi. Il lavoro, e il lavoro operaio in particolare, è tornato alla ribalta del dibattito politico e intellettuale. Non si contano gli appelli e le dichiarazioni di sostegno ai lavoratori Fiat. E’ nata una nuova associazione “Lavoro e Libertà” che vuole coniugare due grandi questioni lasciate irrisolte dal novecento.
Si poteva sperare che l’occasione non venisse lasciata cadere. Purtroppo fatti tra loro diversi, ma contemporanei, contraddicono questo auspicio. In un discorso a San Francisco, Marchionne ribadisce che la Fiat è ormai un’articolazione della Chrysler, per cui si trasferirà a Detroit nel giro di un paio d’anni, se non prima.
Non più Fabbrica Italia, ma Fabbrica America, con buona pace dei sostenitori del sì al suo piano. Sul Pubblico Impiego è maturata una nuova rottura tra Cgil, sindacalismo di base da un lato e Cisl e Uil dall’altro. Non c’è da stupirsi, anche se Bonanni fa l’offeso, dal momento che il premio a merito e produttività viene previsto a scapito del lavoro precario, mentre le elezioni delle Rsu sono rimandate alle calende greche. Infine ci si è messa anche l’Europa.
Dall’ultima riunione del Consiglio di venerdì scorso, il lavoro non ne è certo uscito vincitore. La Germania, con il supporto francese, ha imposto un altro tassello della sua linea rigorista che limita ogni autonomia dei bilanci nazionali, con la rilevante novità di accanirsi anche in modo diretto sui salari, esigendo la liquidazione di ogni residuo collegamento tra inflazione e salari, laddove ancora resiste (come in Belgio e in Portogallo).
Il “patto di produttività” è stato derubricato anche nel titolo nel “patto di convergenza economica rafforzata”. Solo che la convergenza viene cercata imponendo limiti sui livelli di debito addirittura contenuti in leggi nazionali, secondo il modello tedesco, innalzamento della età pensionabile, malgrado gli scioperi e la dilagante protesta in Francia, con il condimento della fissazione di tassi minimi in investimenti e in ricerca per le imprese. Il percorso è ancora lungo e accidentato.
Non pochi paesi, tra cui ovviamente Belgio e Portogallo, hanno detto di non essere contenti della intromissione nelle legislazioni nazionali in termini di bilancio e di salari. Vedremo quindi cosa accadrà nel summit dei 27 a fine marzo, ma tutto quanto si è detto venerdì a Bruxelles conferma purtroppo che la politica europea è saldamente in mano alla Merkel, la quale la conduce secondo gli interessi del suo paese e secondo logiche deflazionistiche che perpetuano i bassi salari in Europa.
Certo quest’ultimo non è un fenomeno nuovo, come ci avverte Marco Panara in un bel libro che collega il declino dell’Occidente alla svalorizzazione in tutti i sensi del lavoro umano. Più che conseguenza della crisi la caduta dei redditi da lavoro in proporzione al Pil è una delle cause, perché ha spinto le persone e le famiglie all’indebitamento che negli Usa ha raggiunto i livelli che sono stati la miccia della crisi fin dall’estate del 2007. Infatti secondo l’Oil nel periodo 1995-2007 per ogni punto di crescita del Pil pro capite – anche nei paesi emergenti – i salari medi sono cresciuti solo dello 0,75%, quindi meno della produttività.
Non è vero quindi che devono crescere solo con l’aumento della produttività, come si sente dire quasi all’unisono, ma prima di tutto dovrebbero recurerare la produttività pregressa. In Italia poi le cose sono andate peggio, visto il declino industriale di cui il nostro paese è da tempo vittima. Se nel 1983 il 77% del Pil in Italia andava al lavoro, vent’anni dopo la quota era scesa al 69, con conseguente aumento di quella a favore del capitale.
La quota dei redditi da lavoro, corretta per il lavoro autonomo, è diminuita seppure un po’ meno anche in Francia, in Giappone, in Germania e naturalmente negli Usa. Da noi siamo al di sotto del livello della fine degli anni ’60. I grandi studi, su un arco di tempo pluricentenario, di Angus Maddison e quelli più circoscritti di Picketty e Saez, come quelli di Atkinsono risultano purtroppo confermati in pieno. Ma non è certo al nostri metalmeccanico che lo dobbiamo spiegare, visto che sa di guadagnare per lo stesso lavoro meno di due terzi del suo omologo tedesco.
Proprio i tre fatti sopra citati ci dicono che organizzazione del lavoro secondo ritmi frenetici, precarizzazione, basse retribuzioni e deficit di rappresentanza sindacale sono i grandi mali che affliggono il mondo del lavoro. Ma sono anche gli elementi che impediscono un’uscita dalla più grande crisi mondiale dal ’29. A meno che non lo si voglia fare a colpi di massacro sociale.
Una politica alternativa è in realtà possibile, ad esempio fissando un minimo salariale orario per evitare effetti dumping, difendendo il doppio livello di contrattazione, un salario professionale nel contratto nazionale e quello legato alla specifica produttività in quello aziendale, applicando fino in fondo la democrazia sindacale con la possibilità di voto dei lavoratori sugli accordi e voce in capitolo sugli investimenti; applicando in ogni paese la risoluzione del parlamento europeo – qualcosa di buono lo fa – sul salario garantito. Anche di questo parleremo in un incontro europeo di politici, sindacalisti, intellettuali a Roma il 10 e l’11 febbraio., indetto dal gruppo parlamentare europeo Gue/Ngl, da AltraMente scuola per tutti, dal centro studi Cercare Ancora.
Alfonso Gianni
da Il Riformista
Già. Ma nonostante tutto non perdono tesserati.
Anche in questo c’è una similitudine con il governo che fiancheggiano, che purtroppo non ha una vertiginosa caduta di consenso.