La fine annunciata della seconda repubblica, e del protagonista politico – Silvio Berlusconi – che più d’ogni altro l’ha rappresentata, si accompagna a nuove rivelazioni sulla vicenda che la tenne a battesimo nel luglio del 1992: l’attentato di via D’Amelio, la morte di Paolo Borsellino e dei suoi agenti di scorta. Quell’estate – prima Falcone, poi Borsellino – la prima repubblica franò anche per l’urto della violenza stragista di Cosa Nostra, il colpo di grazia a un sistema di potere e di mediazione politica ormai profondamente logorato. Quasi vent’anni dopo ci troviamo a celebrare un altro frettoloso funerale, come se la caduta imminente di Berlusconi chiudesse davvero i conti con il “berlusconismo”, che intanto è diventata la cifra civile e culturale di questo paese. Insomma, voltiamo pagina, archiviamo, festeggiamo. Ma poi scopriamo che sui fatti che produssero quel terremoto politico e istituzionale continuiamo a collezionare silenzi, amnesie, reticenze. Come se su quel passato gravasse ancora un sentimento d’imbarazzo: meglio non dire, meglio non sapere.
Paolo Borsellino sapeva d’essere destinato a morire. Ma seppe anche – lo svelano oggi i verbali d’interrogatorio alla moglie Agnese – dell’attentato contro di lui con straordinaria precisione di tempi e di modalità: a luglio, con l’esplosivo, in una strada palermitana. Lo scoprì solo de relato, perché l’informazione che lo riguardava (cioè che riguardava la sua pelle e quella dei poliziotti di scorta) venne tenuta riservata a tutti: anche allo stesso Borsellino. Il procuratore della repubblica di Palermo dell’epoca, Giammanco, la ricevette e l’archiviò, senza nemmeno disturbarsi ad avvertire il collega che stava per morire.
Apprendiamo oggi che Borsellino seppe, nell’imminenza della propria morte, che il comandante dell’epoca dei ROS, il reparto dei carabinieri impegnato più d’ogni altra istituzione nella lotta alla mafia, risultava non sospetto d’amicizia o di contiguità con la mafia ma mafioso egli stesso: “pungiuto”, affiliato a tutti gli effetti, come disse il giudice alla moglie. Apprendiamo che Borsellino sapeva di dover morire ma sapeva anche che non sarebbe stato ucciso per mano mafiosa: altri – gente a lui vicina, uomini delle istituzioni – avrebbero armato e coperto la mano dei sicari. Sappiamo tutto questo. E non ce ne frega nulla.
Nel senso che oggi riteniamo di poter archiviare l’infelicissima parabola di questa seconda repubblica, pronti subito ai fuochi d’artificio per la nascita d’una terza repubblica, senza che quei fatti torbidi, quel disperante ingorgo di complicità di Stato, riceva non dico verità ma almeno attenzione, risposte, responsabilità. In pochi mesi le verità posticce sulle stragi di Capaci e di via D’Amelio sono state ribaltate in sede giudiziaria. Abbiamo appreso che il collaboratore di giustizia su cui si sono fondati i processi fin qui celebrati era un impostore al quale funzionari di Stato suggerivano le risposte e i depistaggi. Sappiamo che quei depistaggi furono immaginati e organizzati non da qualche scalcinato 007 ma dai vertici delle istituzioni repubblicane. E che la lunga coda di quelle complicità e di quelle responsabilità ha attraversato interamente la vita di questa seconda repubblica. Eppure nell’ebbrezza con cui tra qualche ora festeggeremo una fine e un nuovo inizio, di questo debito di verità non vi sarà traccia.
Qualcuno dirà che la nuova fase politica e il governo che si proporrà dovranno misurarsi con la congiuntura di una crisi economica senza precedenti. E che dunque tutto il resto passa in secondo piano. Non sono d’accordo. Un nuovo patto politico, in una nazione che vuole davvero liberarsi dei cascami del berlusconismo, passa anche attraverso un autentico patto per la verità. Esattamente com’è accaduto in quei paesi che hanno scelto di accompagnare il ritorno compiuto alla democrazia (e anche noi arriviamo da una lunga stagione di democrazia sospesa) facendo anzitutto i conti con il loro passato. Non so e non credo che un governo con dentro il PDL di Berlusconi, Dell’Utri e Cosentino possa mettere questo punto all’ordine del giorno dei propri lavori (come non ne potrà mettere tanti altri: una legge sul conflitto d’interessi, tanto per dire…) ma dovrà pur arrivare il giorno in cui la politica, una nuova politica, erediti tra i bilanci da riportare in pareggio anche quello con le proprie menzogne. Perché da quelle menzogne, anche da quelle, ha tratto origine il ventennio di miserie che stiamo per lasciarci alle spalle.
Claudio Fava
pubblicato anche su l’unità
Splendide parole di verità in una Italia putrescente ed omertosa.
Penso sia opportuno denunciare alle autorità il tale giuseppe romano e verificare chi esso sia realmente!